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    Johann Pachelbel… little Bach!

    By Redazione Musica | maggio 20, 2008

    Johann Pachelbel rappresenta una delle ultime tappe nell’ascesa dell’organistica tedesca verso l’altezza di Bach” , cosi Massimo Mila [Breve storia della musica, Torino, Einaudi, 1993]: questo passo è, forse, più che mai emblematico nel delineare la figura del musicista di cui nel 2006 è rocorso il trecentesimo anniversario della morte, sopraggiunta nel marzo del 1706. Nato a Norimberga nell’agosto del 1653, fu compositore e organista di chiara fama europea; a seguito degli studi compiuti nella città natale, attraverso una formazione che rispecchiava le caratteristiche della scuola della Germania meridionale, divenne maestro di corte nelle più importanti città di lingua tedesca (tra cui possiamo ricordare Vienna). Il virtuosismo innato palesato attraverso esecuzioni che all’epoca erano ritenute assai complicate, non si circuì, in realtà, esclusivamente in quest’ultimo ambito: egli, infatti, lasciò una vasta produzione eterogenea – basterà qui ricordare le sei partite per due violini e basso continuo; i mottetti e le cantate sacre; i numerosi corali, le fantasie, le toccate, le fughe, ciaccone e suites per clavicembalo -. Si tratta di una produzione che, per molti critici, ha risentito forse inevitabile del grande alone di genialità che ricopriva la figura di J. S. Bach.
    Pachelbel, infatti, fu insegnante di organo di J. C. Bach fratello maggiore del celebre compositore di Eisenach: i rapporti fra la numerosissima famiglia Bach e l’organista di Norimberga furono più che mai stretti e a questo proposito è curioso scoprire che proprio quest’ultimo fece da padrino di Johanna Judit, sorella di Johann Sebastian.
    Oltre all’aspetto meramente armonico attraverso cui la critica ha ravvisato la possibilità concreta di un influenza plurilaterale in cui sarebbero ( ENGLISH VERSION )

    parte attiva – ad esempio – l’originalità delle composizioni bachiane cosi come l’influsso della scuola italiana – in coincidenza di quella che è la contabilità delle linee melodiche e la semplicità formale armonica – possiamo aggiungere un dato concreto, ossia di come – quasi ad imitazione del Clavicembalo ben temperato – le Suites per clavicembalo (1683) abbiano la disposizione progressiva delle varie tonalità in cui furono scritte (do magg., do min., re magg., re min. …).
    Rigoroso, osservante delle esigenze liturgiche appare il Pachelbel autore di musica sacra: pur mantenendo un sicuro legame con la tradizione, egli elabora musica da chiesa di particolare importanza, creando così una sorta di ponte immaginario che divenne il collante culturale tra il contesto di assoluta fedeltà alle forme e alle realizzazioni armoniche ormai consolidate e l’ormai necessario slancio di originalità con tratti di assoluta unicità geniale culminato nelle composizioni di J.S. Bach.
    Non si trattava di un umile organista da chiesa, “radicato all’ombra del suo campanile, ma uomo di mondo, e di corte, abituato ai viaggi e agli scambi internazionali; poco gusto per l’ascetica concentrazione interiore dei settentrionali, e molto per il bel suono nella sua pienezza e nel suo calore, la chiarezza e l’effetto immediato.”(M. Mila). Ecco dunque chiaro come l’importanza delle sue composizioni – volte all’ “effetto immediato” piuttosto che “all’ascesi interiore” – divenne più che mai attuale al cospetto dell’impulso rinnovatore impresso mediante la conciliazione della matrice preesistente, il gusto per l’atto estetico e la volontà di esprimere la pura profondità dell’animo umano, di grandi autori a lui successivi.
    In conclusione, è doveroso ricordare l’opera ai più maggiormente celebre: il Kanon und Gigue in D-Dur für drei Violinen und Basso Continuo composto nel 1860; una linea armonicamente disadorna giocata attraverso l’uso costante della progressione intreccia la melodia soave e delicata che sembra porre in essere quel misterioso legame così difficoltoso alla comprensione e nello stesso tempo immediato all’ingenuo pensiero fra semplicità e bellezza.

    Andrea Barizza
    andreabarizza[at]musicalwords.it
    Redazionegenerale[at]musicalwords.it

    * * *

    “Johann Pachelbel represents one of the highest steps of the German organist production towards Bach” [Massimo Mila, Breve storia della musica, Torino, Einaudi, 1993]: this emblematic definition expresses at best this musician, whose 300th anniversary of his death was celebrated in 2006.
    Born in August of 1653 (Nuremberg), he was a famous composer and organist allover Europe. After studying in his hometown, following a Southern-Germanic traditional education, he was appointed Kapellmeister in the most important courts (like Vienna). His innate virtuosism, demonstrated through exceptional performances, did not influence his career: indeed his vast production is heterogeneous – we can recall his Six Partitas for two Violins and Continuo, Motets and Sacred Cantatas; again the Chorals, Toccatas, Fugues, Ciaccons and Clavier Suites. To the critics, this part of his production was highly influenced by J. S. Bach’s geniality. As a matter a fact, Pachelbel was the organ teacher for J. C. Bach, one of Johannes’s older brothers and was Judith Bach’s godfather, Johannes’s sister.
    Other than the pluralistic harmonic influences of Bach’s production – as much as the Italian School for the voice leading and its simple formal construction – we can also add another concrete fact: Pachelbel’s Clavier Suites (1683) follow the same tonal construction of Bach’s Well Tempered Clavier: C major, C minor, D major.

    As a rigorous practicing liturgic man, he was a sacred music composer: still with a profound respect towards tradition, his taste is very personalized, original and unique and also close to J. S. Bach’s genius. We don’t have to think of him as a humble church organist “tied to the shadow of his church bells, but like an international spirit, familiar to trips, international exchanges…” (M. Mila) it is then clear how his compositions – very delightful to any kind of ear – became innovative in conflict with the spirit of the ascetic taste of later omposers, that wanted to express the very profound human essence.
    It is now the moment to recall his most famous composition: the Kanon und Gigue in D-Dur für drei Violinen und Basso Continuo composed in 1860; a simple and delicate melodic line played through linear progressions, that ties together such a complicated pattern with a more immediate and naïve idea.

    Andrea Barizza
    andreabarizza[at]musicalwords.it
    headstaffeditor[at]musicalwords.it

    (translated by Claudia J. Scroccaro)

    Topics: Baroque, History of Music, MUSIC | 17 Comments »

    17 Responses to “Johann Pachelbel… little Bach!”

    1. Claudia Scroccaro Says:
      maggio 20th, 2008 at 12:13

      In effetti di Pachelbel conosco solo il famoso Canone in Re. Non sapevo di questi profondi legami con Bach (anche se in qeull’epoca era più che prevedibile). Serabbe bello entrare più dentro la questione…comunque è più che comprensibile che i compositori dell’area tedesca contemporanei a Bach e Haendel siano rimasti più nell’ombra rispetto ai due pilastri.
      claudiascroccaro@musicalwords.it

    2. Andrea Barizza Says:
      maggio 20th, 2008 at 17:13

      si è comprensibile ed è alquanto giustificato; non tanto in rapporto all’effettiva loro qualità quanto a fatto che la Storia la scrivono (quasi) le avanguardie. Anche se Bach al temo era considerato un “parruccone”, era sicuramente un genio assoluto. Pachelbell è stato un ottimo musicista grazie al quale Bach ( si diceva che copiasse continuamente la musica di Pachelbell che egli dava a suo fratello ) potè (in parte) formarsi.
      E comunque il canone è molto bello.

    3. Stefano Naimoli Says:
      maggio 20th, 2008 at 17:48

      Vorrei sollevare un quesito, che mi è sovvenuto leggendo questo interessante articolo:
      Buxtehude [1637-1707]
      Pachelbel [1653-1706]
      Bach[1685-1750]

      Tre giganti dell’organo. I primi due in vita erano probabilmente anche più noti dello stesso Johann Sebastian.
      Com’è possibile che adesso, parlando retrospettivamente, l’opera per organo di Bach abbia totalmente offuscato quelle dei due illustri colleghi? Parlo di fama e favore presso il pubblico.
      E’ una semplice questione di “fattura musicale” o c’è dell’altro?

    4. Claudia Scroccaro Says:
      maggio 20th, 2008 at 18:01

      Bella domanda Stefano… Personalmente, penso che sia dovuto al fatto che Bach è entrato nelle sale da concerto in un periodo in cui l’ascolto della musica era cambiato: in primo luogo, nell’800 il pubblico assisteva religiosamente alle esecuzioni per cui J.S. è stato “ascoltato” molto più dei suoi predecessori; in secondo luogo, le orchestre iniziavano a farsi quello che viene chiamato “repertorio”, mentre prima si eseguiva SOLO la musica contemporanea (con quelche rarissima eccezione); in terzo luogo, la fortuna di Bach è stata quella di essere eseguito in un periodo storico-culturale in cui la Germania aveva estrema necessità di consolidare e nobilitare la sua storia regressa… e sicuramente il suo personaggio si prestava – molto più che Pachelbel e Buxtehude – a questo proposito.
      Poi sinceramente non sono proprio un’esperta di quel periodo, tantomeno della fotuna di questi compositori…per cui non so se siano proprio questi i motivi. Ma è facile immaginare quanto questi tre fattori abbiano inciso.

      claudiascroccaro@musicalwords.it

    5. Stefano Naimoli Says:
      maggio 20th, 2008 at 18:09

      e non potrebbe essere anche che, per svariati fattori, abbiamo mitizzato Bach a posteriori, a tal punto che la sua figura ha messo in un cono d’ombra quella dei suoi illustri colleghi?
      In fondo è stato fatto con Mozart e con Beethoven, potrebbe essere avvenuto lo stesso anche per il buon Giovanni Sebastiano…

    6. Claudia Scroccaro Says:
      maggio 20th, 2008 at 18:23

      Infatti…. è roprio questo che intendevo…forse non mi sono spiegata bene. Ma quando parlavo del consolidamente dell’800 da parte della Germania del loro patrimonio culturale esso include: Bach, Mozart, Beethoven… Non è un caso!

    7. Andrea Barizza Says:
      maggio 20th, 2008 at 18:28

      Bach (j.s., ovviamente) aveva un’ammirazione sterminata per Buxteude e aveva nel suo Cuore Haendel. Questo dato è importante per capire che egli non era in realtà all’epoca considerato come un genio assoluto; anche se nel circuito della Turingia, fu sicuramente ammiratisimo, amatissimo e preziosissimo.
      Altro dato che bisogna considerare è che nessun altro come Lui (neanche chi all’epoca era più apprezzato) possedeva la capacità di scrivere cose di una difficoltà tecnica inequiparabile (pensiamo al contrappunto doppio soprattutto a certi intervalli) e con limitatissime possibilità di movimento ed espressione creativa, unita a lla grandissima Musica che sfocia tanto visceralmente quanto palesemente.
      Fu sicuramente il più grande ed esperto conoscitore (sicuramente il culmine) di quello che si chiama “contrappunto armonico”: ossia pensare una linea melodica che sia nello stesso tempo sensata in una prospettiva armonica ed elaborabile in chiave contrappuntistica (anche in cntp doppio). basta pensare ai temi delle fughe, chiaro esempio di cntp armonico.
      Come dire, considerato un vecchio (anche dal figlio C. Ph. Em.) fu in realtà l’unico che diede realmente un contributo alla storia della musica della sua epoca..spalancò le porte al sistema tonale (non affontiamo il tema del temperamento…) e lasciò due testamenti i due differenti capi: L’arte della Fuga e Il Clavicembalo ben Temperato.
      Come direbbe Giorgio Agamben, un Vero “contemporaneo”.

      Andrea Barizza

    8. Claudia Scroccaro Says:
      maggio 20th, 2008 at 18:35

      Si, sono proprio d’accordo.. infatti per quello dico che NON è un caso che sia stato “scelto” proprio cui come emblema del contrappunto. Peraltro Bach ancora oggi continua a stupirmi… cosa che molti pochi altri fanno!

    9. Federico Preziosi Says:
      maggio 20th, 2008 at 19:42

      Un articolo sintetico ed efficace, bravo.
      Per quanto riguarda Bach, io credo che fosse assai distante dai suoi contemporanei: J.S. aveva l’ardore dello sperimentatore, il suo tecnicismo e il suo gusto esploravano territori sonori molto più moderni degli “standard” vigenti in quegli anni. Fu questo aspetto che i romantici percepirono e seppero cogliere: per esempio nei Preludi di Chopin ci sono degli elementi che ci riportano alle Variazioni Goldberg.

    10. luigi di nuzzo Says:
      maggio 20th, 2008 at 23:56

      dai spostiamoci tutti qui a commentare così chi apre il sito si ritrova con una media di 40 commenti ad intervento, ci prende sul serio:D

      a parte gli scherzi, faccio eco a claudia: bach è uno dei pochissimi che ha la capacità di far nascere discussioni su una singola battuta di un brano anche non necessariamente famoso, uno dei pochi a risultare praticamente mai prevedibile; non mi meraviglierei se avesse offuscato pesantemente i suoi contemporanei.

      (no ragazzi qui siamo troppo pacati, ci vuole qualcuno che lanci la provocazione, così si scatena la furia commentatrice…tipo ’secondo me Bach non è mai esistito, il Clavicembalo ben Temperato l’ha scritto Morgan dei Bluvertigo’…chi si immola per la causa?)

    11. Federico Preziosi Says:
      maggio 21st, 2008 at 00:37

      Citazione: “Ho amplificato gli elementi di musica barocca aggiungendo Bach, Pachelbel, Vivaldi [...]“.
      Morgan, a proposito del ramake Non al denaro non all’amore nè al cielo di F. De Andrè. Per maggiori informazioni http://musica.alice.it/intervista/morgan_deandre.html

    12. Andrea Barizza Says:
      maggio 21st, 2008 at 01:35

      Questo Morgan, bisognerebbe si ampificasse un attimo le sinapsi.

    13. Alessandro Giammei Says:
      maggio 21st, 2008 at 02:44

      *Questo Morgan* (premio tenco 2005 n.b.) ha in effetti rieseguito disco di de andrè innestando spunti armonici barocchi in prestito dai sopraccitati, robe tipo svelamenti di canone in re et similia, tutti ovviamente già nascosti e suggeriti nei pezzi originali (dal buon Fabrizio che dal canto suo non stava certo a pettinare le bambole nel ‘71). Tra l’altro (per i teledipendenti) stasera è passato in tv un riarrangiamento di ‘un’emozione da poco’ di Fossati con chiusura in ‘albachiara’ di Vasco Rossi che sfruttava proprio il canone Pachelbel (su cui poggia parecchia musica leggera da battiato ad, ahimè, bocelli) per una simpatica presa per i fondelli del nazionalpopolare. Indovinate chi lo ha proposto?
      Consiglio un ascolto sfizioso, ‘canone inverso’. Un pezzo non proprio recente in cui le sinapsi del povero Morgan sono supportate dalla collaborazione di Alda Merini, Elio Pagliarani, Enrico Ghezzi, Lachlan Young, Nanni Balestrini, Luca Ragagnan, Rosaria Lorusso e non so chi altro. Non male per uno che è anche fan di Pachelbel.
      Che dire, argomento originale ed articolo puntuale. Un po’debole la forma magari, l’incipit da wikipedia.
      Confidiamo in una sintassi più accattivante per il prossimo pezzo. Sarà sui bluvertigo, no?

      P.S.
      Belle le cose che dice Claudia. Stupori evocati dal remoto. Alla faccia di Ligeti.

    14. Jacopo Simoncini Says:
      maggio 21st, 2008 at 14:57

      Visto che si parla di rivisitazioni barocche e simili, vi invito ad ascoltare cosa possono diventare le Goldberg nelle mani di Uri Caine (che ha anche rivisitato in chiave jazz niente meno che Mahler). Oppure, i sintetizzatori “barocchi” anni ‘70 di Wendy Carlos. Sembra proprio che la musica barocca stimoli l’inventiva degli autori contemporanei… sarebbe interessante un articolo in proposito. Qualcuno si faccia avanti!

    15. Claudia Scroccaro Says:
      maggio 21st, 2008 at 16:47

      Beh… io do un piccolo consiglio di ascolto: Preludio in La minore del I libro del Clavicembalo Ben Temperato… e ditemi che non è swing?!?!?! Se non sbaglio poi esisteva

      Andrea… aggiornati!!!!!!!!!! Morgan dei Bluvertigo è veramente competente e geniale! ;-) …sempre con affetto!

    16. Andrea Barizza Says:
      maggio 21st, 2008 at 19:25

      scherzavo…ops..

    17. Manuel Rosamilia Says:
      maggio 21st, 2008 at 19:28

      Bell’articolo!!! :)

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