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    British Rule… /1

    By Redazione Musica | maggio 24, 2008

    La storia della musica d’arte inglese è una storia particolare: particolare non solo per i “frutti” che ha dato nell’economia della storia della musica, ma anche per come si è dipanata e sviluppata nel corso del tempo. Particolarità che risaltano maggiormente agli occhi (ma soprattutto alle orecchie) di chi ha alle spalle una formazione musicale differente, fondata su una concezione estetica diversa da quella consolidata in Gran Bretagna; il suono, le atmosfere e il colore tipico british non possono lasciare indifferente chi è cresciuto, musicalmente parlando, nel paese del belcantismo e del melodramma. ( ENGLISH VERSION )

    Per questo fascino musicale intrinseco, ed in ossequio al cinquantenario della morte del compositore inglese Ralph Vaughan Williams (1872-1958), ho deciso di buttare, in poche righe, una riflessione generale su quella che è stata la parabola della musica inglese, sperando così sia di offrire spunti di riflessione, sia di contribuire, nel mio piccolo, a sdoganare la musica inglese nel nostro paese, dove ancora non viene posta nella luce e nella considerazione che meriterebbe.

    Riflettendoci bene, la musica inglese ha avuto davvero tardi il suo exploit. Certo, c’è stato il periodo dei cosiddetti “virginalisti”; sappiamo della musica vocale rinascimentale di Thomas Tallis (1505 ca.-1595) e William Byrd (1540 ca.–1623); conosciamo le eccellenti composizioni liutistiche di John Dowland (1563-1626), e l’apogeo barocco di Henry Purcell (1659-1695)… e poi? Inspiegabilmente più nulla: l’Inghilterra, che pure aveva saputo dire la sua in questi due secoli con una meravigliosa messe di irripetibili capolavori, culminanti con il genio di Purcell, sembrava non essere culturalmente attrezzata per stare al passo con l’esplosione del classicismo prima, e del primo romanticismo poi.
    Il motivo, a mio avviso, va ricercato nell’isolamento fisico determinato dalla sua condizione di isola che non gli ha permesso di cogliere fino in fondo tutti quegli stimoli di cambiamento che proliferavano nel cuore dell’Europa continentale, e che erano frutto anche di uno scambio serrato di esperienze e tendenze eterogenee: basti pensare alla fondamentale scuola di Mannheim per esempio, alla sua genesi e agli sviluppi che ha provocato. Abituati ad avere un ruolo autonomo e preciso nel panorama musicale europeo (e quindi a recitare la parte di chi il gusto è in grado di determinarlo a prescindere da ciò che accade altrove), gli inglesi si trovano improvvisamente tagliati fuori, incapaci di opporre un proprio pensiero\modello costruttivo alla veloce crescita delle tendenze musicali del Continente, e ritrovandosi di fatto ad essere semplici spettatori di un’epoca di forti mutamenti; e così è il triangolo italo-franco-tedesco a farla da padrone, tagliando fuori dal panorama musicale europeo la vecchia Britannia per 150 anni. Pochi anni se li si valuta come puro lasso cronologico, ma anni pesanti senza dubbio dal punto di vista della Storia della Musica, che vanno dal declino del Barocco, passando per la rinascita sinfonica, fino all’avvento delle scuole nazionali.
    Intrappolata in questa sorta di limbo musicale, la vita musicale britannica si nutre, in questo periodo, essenzialmente di musica di importazione dal Continente: pensiamo ad Haendel (1685-1759), che per quanto gli Inglesi considerino come loro musicista (tanto da seppellirlo nell’abbazia di Westminster), e nonostante abbia composto musica vocale in inglese, comunque era musicista di origine tedesca; pensiamo anche alle Sinfonie Londinesi di Haydn (1732-1809) che, durante il suo periodo londinese (1791-1794) avvenuto in pieno classicismo, dovette rilevare suo malgrado quanto il gusto del pubblico inglese fosse ancora parecchio orientato verso il Barocco, probabilmente caso unico in tutta Europa; pensiamo a Beethoven (1770-1827), la cui nona sinfonia venne commissionata dalla Philharmonic Society di Londra. Anche Mendelssohn-Bartholdy (1809-1847) ebbe nell’Inghilterra una musa ispiratrice.
    L’Inghilterra accusa un ‘ritardo’ importante, quindi, che la costringe a vivere quell’epoca in una condizione di luce riflessa, assistendo impotente allo svilupparsi delle tendenze continentali fino all’esplosione del grande sinfonismo romantico, incapace di opporre a questo soluzioni alternative e credibili. I compositori del primo ‘800 Inglese furono tutti piuttosto anonimi e privi di spunti di interesse, incapaci finanche di cavalcare dignitosamente le altrui fortune, non dimostrandosi almeno epigoni di livello accettabile. L’unico compositore inglese che si segnala in questo periodo è Henry Rowley Bishop (1786-1855) che però non ha lasciato cose indimenticabili.
    Bisogna aspettare la generazione nata a ridosso della metà del secolo per ritrovare uno spessore in qualche modo capace di mettersi a confronto con la grande tradizione centroeuropea. I primi grandi nomi del sinfonismo inglese moderno, capaci di cominciare a distinguersi per qualità e talento, sono Sir Hubert Parry (1848-1918) e Sir Edward Elgar (1857-1934) che però, pur nati in Inghilterra, sono assolutamente iscrivibili nel solco della tradizione del sinfonismo europeo del secondo ‘800 di stampo tedesco, in particolar modo al sinfonismo di Brahms.
    La musica “british” nel senso più pieno del termine, intesa come espressione di identità tra musicista e la cultura della sua propria terra, arriva sul finire dell’ 800 con Ralph Vaughan Williams (1872-1958), Gustav Holst (1874-1934), Sir Granville Bantock (1868-1946) e Frank Bridge (1879-1941): autori dissimili tra loro, ma che gettano le basi dei vari percorsi che la musica inglese intraprenderà nel ‘900: dalla contaminazione con il patrimonio folkloristico (ma anche colto) del ‘500-’600 di Bantock, Vaughan Williams (che saprà poi fonderlo con le tendenze più moderne del linguaggio del ‘900) e Bridge, fino ai primi accenni ad una moderata modernità di Holst . In particolare, Holst e Vaughan Williams furono i primi a fare del rapporto cultura-musica il loro consapevole credo estetico, e ne furono i maggiori e più accesi sostenitori: ed è per questo che sono loro ad essere indefettibilmente riconosciuti come i padri della English music.
    Da qui poi la musica inglese ha preso ufficialmente il via ed è ‘esplosa’ tutta insieme nel ‘900 diventando, io credo, una realtà concreta e importante, tanto quanto le più note avanguardie che si andavano affermando nel resto dell’occidente musicale.

    ( la seconda parte sarà pubblicata domani )

    Stefano Naimoli

    * * *

    The history of British music can be defined as particular both because of the results it gained and the way it developed. Its peculiarities can be strongly appreciated by people who grew up in a musical environment, just like the Italian one, which is completely far from the typical ‘British sound’.
    The great charme, and the fiftieth anniversary of Ralph Vaughan Williams’ (1872-1958) death, urged me to write about English music, giving you something to draw on and trying to focus upon a field which remains still underestimated in our country.
    First of all, we have to say that British music had its exploit very late. Of course we have to mention the ‘virginalist’ period, the vocal music of the Renaissance by Thomas Tallis (1505 ca.-1595) and William Byrd (1540ca.-1623); we even know the excellent lute opus by John Dowland (1563-1626) and Henry Purcell’s (1659-1695) baroque apogee; …and then? Unexplainably nothing: England, which demonstrated its potentiality in these two centuries, with lots of unique masterpieces, did not seem to be ready to cope with the rise of Classicism and then Romanticism.
    I think the matter has to be hunt through the physical isolation due to its geographical location: being an island did not let England to get all the change propulsions coming from continental Europe, which were the results of motley experiences: let us think, for example, about the Mannheim school, its genesis and implications.
    English people were used to have an independent role concerning European music (so that they could independently determine a particular taste), but in this period they were suddenly cut off, being not more able to propose an own idea in order to face the rapid increasing of continental music: they simply became observers in front of radical changes; for 150 years Italy, France and Germany guided European musical outlook, leaving behind the old Britain. Very few years, but highly important, from the baroque falling to National Academies, passing through the symphonic revival.
    During this period in England there was quite only music from abroad: we of course have to mention Haendel (1685-1759) who was so beloved to be buried in Westminster Abbey even if he is actually German; let us even think about Haydn (1732-1809) who, with his London symphonies, realized how much English taste was still related to Baroque music; and Beethoven (1770-1827) to whom the London Philharmonic Society ordered his Ninth Symphony.
    Even Mendelssohn-Bartholdy (1809-1847) was inspired by Britain.
    So England really got behind continental Europe, helplessly assisting to the growth of the great Romantic symphonic music, not being able to propose anything.
    Composers of the early nineteenth century lacked of inspiration and could not manage to imitate the others from abroad either; the only one who is worthy of mention is Henry Rowley Bishop (1786-1855) even if his works are not great masterpieces at all.
    Middle-century musicians are the first who tried to reply to the new European taste: we have to mention Sir Hubert Parry (1848-1918) and Sir Edward Elgar (1857-1934) who, even if born in England, are strictly connected to the German symphonic tradition in the second half of the nineteenth century, symbolized by Brahms.
    The real ‘British’ music, which represents the identity between the musician and his national culture, gets started with Ralph Vaughan Williams (1872-1958), Gustav Holst (1874-1934), Sir Granville Bantock (1868-1946) and Frank Bridge (1879-1941): authors who, even if being very different each other, laid the foundation of the various paths that will be taken by English music in the twentieth century: from the folkloristic influences of Bantock, Vaughan Williams (who will be able to mix them with modern taste) and Bridge, to the first instances of a moderate modernity by Holst. In particular, Holst and Vaughan Williams were the first who concentrated upon the relationship between music and national culture and it is because of this that they are undoubtedly defined as English music fathers. From this moment British music has rapidly reached so high levels to be compared to the most famous European vanguards of the twentieth century.

    ( the second part will be published tomorrow )

    Stefano Naimoli

    (Translated by Luigi di Nuzzo)

    Topics: General, History of Music, MUSIC | 8 Comments »

    8 Responses to “British Rule… /1”

    1. Andrea Barizza Says:
      maggio 24th, 2008 at 01:21

      Grazie Stefano, Molto Interessante!
      Ora tocca a NOI…!
      andrea

    2. Claudia Scroccaro Says:
      maggio 24th, 2008 at 11:26

      Complimenti Stefano.. articolo che tocca punti interessanti e dolenti…. Comunque, neanche un decennio dopo la conclusione del XX secolo, penso si possano tirare le somme e affermare che il mondo anglosassone possiede, per i miei gusti, un primato per qualità e interesse nella musica del ‘900… forse una delle poche realtà occidentali (nel senso stretto del termine) che abbia saputo portare avanti un determinato discorso di continuità, modernità e apertura a tutto tondo. Assai più valida (non a caso è divenuta musica di repertorio!) e gradevole all’ascolto…elegante ed, allo stesso tempo, accattivante. Veramente grazie per le tue parole illuminanti!

      claudiascroccaro@musicalwords.it

    3. Andrea Barizza Says:
      maggio 24th, 2008 at 11:30

      Domani c’è la seconda parte..
      forse conviene convogliare tutti i commenti a domani..

    4. Sara Says:
      maggio 24th, 2008 at 15:43

      Complimenti per l’articolo Stefano! Veramene interessante, non vedo l’ora di leggere il seguito domani!
      Colgo l’occasione per congratularmi con lo staff del blog: sta “crescendo” veramente bene!
      Un saluto a tutti! ;-)
      Sara

    5. Stefano Naimoli Says:
      maggio 26th, 2008 at 19:46

      Grazie a tutti, e scusate se rispondo in ritardo è stato un week end molto movimentato.
      Anzitutto spero di poter trasmettere a tutti voi l’interesse e la curiosità per la musica british.
      Nel mio piccolo vorrei cercare di sdoganarla il più possibile: trovo “intollerabile” che qualcuno possa perdersi qualcosa di bello. ;)
      Quindi personalmente credo tornerò a trattare la musica di quest’area geografica.
      Una cosa che mi preme subito dire: la musica inglese è infondibile: ha dei tratti assolutamente unici che la segnalano subito: c’è una sorta di austero e regale lirismo che impregna molte pagine di autori inglesi, soprattutto nella scrittura degli archi: a titolo di esempio basta sentire la parte centrale di Jupiter, dai pianeti del buon Gustav Holst. Anche in Elgar si avverte in Nimrod, dalle Enigma Variations. Ma qui è ancora un’eccezione, non una regola consapevole.
      Ma ancor più importante ancora è un’altra peculiarità, che secondo me ha colto mirabilmente Britten, ed è racchiusa in un aggettivo. C’era già prima ovviamente, ma solo con Britten ha trovato la sua epifania scritta chiaramente.
      La troviamo nella sua Simple Symphony, dove Britten, prescrive il primo tempo come “BOISTEROUS BOURREE”.
      Eccolo l’aggettivo: Boisterous.
      Cioè chiassoso.
      Chiassoso per orchestrazione e per scrittura.
      Negli scherzi soprattutto troviamo questa spiccata caratteristica, che Walton tuttavia riuscirà a far pervenire anche nei movimenti estremi delle sue sinfonie.
      Insomma la messe è molta, c’è di che sbizzarrirsi ad ascoltare e capire.
      Io farò la mia parte. ;)

    6. Sound Review » British rule: analisi della musica inglese tra ‘800 e ‘900, su Musical Words Says:
      maggio 30th, 2008 at 15:05

      [...] British rule… | prima parte – British rule… | seconda parte Archiviato in: Classica, Compositori, Novecento, Ottocento, [...]

    7. British rule: analisi della musica inglese tra ‘800 e ‘900, su Musical Words | Idranet Says:
      ottobre 18th, 2008 at 09:57

      [...] British rule… | prima parte – British rule… | seconda parte Archiviato in: Musica – Classica, Musica – Compositori, [...]

    8. » British Rule /1 Societ Says:
      novembre 11th, 2008 at 09:46

      [...] bene, la musica inglese ha avuto davvero tardi il suo exploit. Certo, c’è stato il periodo dei cosiddetti [...]

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