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    Devo Lasciar la Speranza?

    By Redazione Lettere | luglio 24, 2008

    Il presente sonetto, tratto dalla carta 8r del manoscritto Conti Onori bis custodito nel fondo latino della Biblioteca Vaticana (quindi Vat. Lat. C. On. Bis c.8r), è finora rimasto, insieme a molti altri contenuti nel recto e nel verso della medesima carta, inedito. In questa sede io, cioè Davide Checchi, tenterò di approntare una prima e semplice edizione con un commento; certo che uno scritto poetico di tale spessore e bellezza non debba restare nascosto in polverosi scaffali.

    Innanzitutto – mi chiederete – chi è l’autore di questo sonetto? Vi rispondo che il ms. reca una rubrica mal leggibile da cui sono riuscito a ricavare il seguente nome: Ser Cecco da Virola. Non ho ancora risolta l’identità di questo poeta del tutto ignoto alla letteratura italiana di tutti i secoli; se l’editore lo riterrà opportuno, pubblicherò più avanti in questa sede, insieme ad altri sonetti del medesimo autore, eventuali sviluppi della mia ricerca biografica.

    Taccio, per ora, anche sulla possibile datazione del testo; sono, infatti, ancora in attesa dei risultati della perizia paleografica.

    Pubblico ora il testo. In corsivo sono indicate le lettere cambiate rispetto al ms., tra parentesi quadre [] le integrazioni. Per quanto riguarda l’apparato questo è diviso in tre fasce: nella prima si raccolgono le lezioni rifiutate; nella seconda si dà ragione delle eventuali congetture; nella terza trova sede il commento. Ho voluto tralasciare, per non tediare troppo il lettore, le considerazioni linguistiche.

     

     

    Devo lasciar la speranza? E sia!

    Che nell’entrar mi coglie la paura

    di seduta veder la sua figura:

    di sposa il nome, larïana e pia,

     

    ma la favel[l]a sua malsana e ria,

    e nel leccar pone ogn’affan[n]o e cura.

    Ah! Se ‘l sfogliar fogli fos[s]e cultura,

    e ‘l rab[b]erciar versi gran poesia!

     

    Al[l]or sareb[b]e la Saffo novella,

    e volereb[b]ero (ma a buon dirit[t]o!)

    cani, elefanti, porci, tori e vacche.

     

    Ma, vi dirò, di piccioni le cacche

    son di lei più gradite, op[p]ur un rit[t]o

    baston dal cul fin a le mie budella.

     

     

    *** Apparato Critico ***

     

    v. 3 sposata

    v. 4 di sposa il suo n-

    v. 11 vasche

     

     ***

     

    v. 3 Probabile errore d’anticipo dal verso successivo. Nonostante che la paura di vedere una donna sposata non sia indifferente (soprattutto se la moglie in questione è assai avvenente ma non propria o propria ma assai non avvenente), si ritiene più logico al senso e allo stile (ripetizione nel verso successivo) la lezione seduta.

    v. 4 Il verso nel manoscritto ha profilo prosodico anomalo (“che verso!” direbbe qualcuno) con accenti di 2a, 5a, 8a e 10a. Molto probabilmente il copista non ha riconosciuto la dieresi su lariana, integrando così il verso con suo.

    v. 11 La congettura restituisce la serie animale del v. 11 e la rima con il v. 12.

     

    *** 

     

    Schema ABBA ABBA CDE EDC. Rime A= -ia; B= -ura; C= -ella; D= -itto; E= -acche. Inclusiva la rima tra i vv. 10 e 13 diritto : ritto.

    Il presente sonetto descrive una donna assai antipatica a ser Cecco che teme anche solo di vederla seduta (forse entrando in un’aula?). Poiché il componimento presenta citazioni dotte ed eleganti (particolarmente preziosa quella del v. 1 Devo lasciar la speranza? che richiama il verso dantesco Inf. III v. 9 “Lasciate ogne speranza, voi ch’entrate”), molto probabilmente siamo all’interno di un ambiente accademico, in un corso dall’argomento dantesco. Il poeta non svela direttamente il nome della temibile persona, ma lo nasconde dietro l’indecifrabile indovinello del v. 4. Da ciò che viene detto nei vv. 7 (assai curato foneticamente) e 8 si capisce che questa donna vanta conoscenze che non possiede e si ostina a dichiararsi poetessa, sebbene rabberci solo versi. Occupa l’intera prima terzina uno squisito adynaton che ribadisce l’assurdità delle rivendicazioni della signorina, la cui fastidiosità viene riaffermata nell’ultima terzina (particolarmente ricercata e pregnante la rima in –acche): ser Cecco preferisce atroci sofferenze alla sola sua vista!

     

     

    Topics: LITERATURE, Your composition | 3 Comments »

    3 Responses to “Devo Lasciar la Speranza?”

    1. Andrea Barizza Says:
      luglio 24th, 2008 at 17:32

      è geniale anche questa..voi non trovate?
      andrea

    2. Manuel Rosamilia Says:
      agosto 5th, 2008 at 01:30

      Sonetto notevole direi, sono veramente curioso di conoscerne la datazione, nonchè di avere notizie bibliografiche sull’autore, sembra veramente un personaggio singolare!

    3. Damiano Franzosi Says:
      novembre 27th, 2008 at 17:13

      In tempi recenti ho avuto la fortuna di visionare il manoscritto ms. Vat. Lat. C. On. Bis c.8r. Secondo le mie ipotesi la scrittura potrebbe essere una gotichetta dal ductus corsivo molto disordinato, ampiamente diffusa nell’ Italia settentrionale. Proverò a cercare altri esemplari di tale scrittura, in questo modo forse riusciremo a datare il manoscritto contenente questi superbi versi.

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