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Nostos…
By Redazione Musica | luglio 29, 2008
Nostos e Al primo soffio di vento: suoni dalla terra, che non fanno male Nel 1981, un piccolo gruppo di spettatori ebbe la fortuna di vedere nelle sale Il pianeta azzurro, film d’esordio di uno dei più curiosi e appartati fra i registi italiani: Franco Piavoli. Nessun supporto digitale. Nessun divo, nessun richiamo intrigante. Solo il regista, la Val Bruna (Mantova) e una vecchia moviola. Come un apicoltore che controlla dopo anni con lo stesso zelo i propri alveari, Piavoli partecipa ai riti invisibili della Natura senza calpestarli o renderli espressivi. Non c’è la presunzione di registrare fedelmente la realtà ma un tentativo di tornare alla funzione primordiale del cinema ovvero la restituzione di un’impressione di realtà. Gli esseri umani non parlano distintamente. Sorridono, gemono, si adirano, fanno l’amore. Un loro clamore non è più intenso di un coro di cicale in agosto. Lo schermo è un continuo baluginio di lumi, pulviscolo, acqua che scorre. Proverò a concentrare le mie annotazioni su due opere in particolare: Nostos (1989) e Al primo soffio di vento (2002). Ho scelto queste non solo per la bellezza visiva ma per il ruolo incisivo che ricopre la colonna sonora. Sovente quest’ultima è costituita dai suoni dell’ambiente circostante (peraltro di notevole suggestione) ma ogni tanto fa capolino una musica estranea. Partiamo da Nostos: rilettura del mito di Ulisse che, lasciata Troia, vuole diventare esperto del mondo. Si abbandona fra le braccia di Calypso ma sogna Penelope, dalla quale, poi, tornerà. Il natante viaggia sulle note di Sederunt principes, organum a quattro voci dal Magnus liber organi (1199) di Perotinus, vertice dell’amplificazione musicale della parola liturgica. Gli organa non erano musica per tutti i giorni ma costituivano un motivo fondamentale di festività nella cattedrale di Notre-Dame a Parigi. Dunque, per l’ occasione più solenne che potesse esistere. Il pellegrinaggio dell’itacese pieno di risorse doveva essere salutato come l’esperienza più grande che un mortale possa avere. Il ritorno al talamo nuziale è suggellato da una sinfonia di Claudio Monteverdi. Un accostamento lucido che rievoca, in modo latente, una tipica malinconia della prima metà del ‘500, dal Boiardo ad Ariosto: l’errare della fantasia convive con l’acerba cognizione del reale. E’ lontano il tempo dei folli voli. L’uomo non può più essere un pioniere ma un sensibile testimone. Legge i lirici greci e latini, si perde nell’atlante, ha una comprensione indulgente della condotta degli uomini del suo tempo ma il suo impulso svanisce di fronte alla gran selva della vita. La dicotomia contemplazione/azione trova in Al primo soffio di vento esempi più eloquenti. Un pittore di icone si avvicina, fallendo, alla scienza. Sua moglie, mentre raccoglie fiori secchi in un album, recita alcuni versi dalle Argonautiche di Apollonio Rodio. La figlia minore, dai capelli rossi, confida ad un albero i suoi primi turbamenti e porge un melograno al nonno morente. La figlia maggiore suona il pianoforte da mane a sera. La zia grida disperata un nome sul greto di un fiume (una vecchia fiamma? Dio?). Piavoli insiste nel privare lo spettatore di una storia da seguire, presenta una situazione e la cristallizza. Suggerisce sentimenti non corrisposti, brividi metafisici. Ispira nostalgia. Ma di cosa ha nostalgia? Persino le scelte musicali di turno oscillano tra due tendenze: Gnossieus n. 1 di Erik Satie e Bransle de champagne di Francis Poulenc (rielaborazione di un brano di Claude Gervaise, musicista del 1500). Il primo divenne involontario araldo del Neoclassicismo, movimento inaugurato dal poeta Jean Cocteau negli anni ‘20, che propone l’adozione di un atteggiamento razionale e umoristico opposto alla pesantezza della musica germanica. Il secondo virò verso una scrittura più accademica. Resta, ancora una volta, l’impressione di un’esperienza visiva e sonora che trascende il contingente. Forse non del tutto accessibile. Ma che non fa male.
Giordano Giannini
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