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    Miriam Makeba, a simple “Click”

    By Redazione Musica | novembre 13, 2008

    Pubblichiamo, con convinzione, una lettera aperta giunta in redazione sulla improvvisa morte di Miriam Makeba. L’autore è Marco Viganò.

    Per visualizzare lo spazio di MusicalWords.it su Youtube riguardante questo argomento, cliccare Qui!

    ***

    Spett. Redazione,
    Cari Lettori,
    Amici Tutti

    La mia vita con e senza la voce ed i ‘click’ di Miriam Makeba

    Era la voce che piú amavo da ragazzo, forte, melodiosa, distante, esotica, morale, viva.
    La sola a schioccare davvero, perché la lingua di sua madre, lo Xhosa, aveva mutuato suoni inauditi dal Koi’San, l’idioma dei Boscimani, che non ha vocali né consonanti, solo tonalità di ‘click’ diversi. E’avvenuto durante la loro migrazione, la piú vasta che l’umanitá abbia conosciuto, dal Centrafrica, o appena si sono stanzializzati pochi secoli fa, non molto tempo prima degli Olandesi, presso il Capo di Buona Speranza. So pronunciare da allora n’QoQotwane, dove ogni Q è un forte schiocchío, un’esplosione di forza indomita. “Gli Inglesi la chiamano la ‘canzone del click’, perché non possono pronunciare nQoQotwane” detto dalla ragazzina carina, con le nere braccia sinuose salde avanti a stringere il microfono sapeva giá di sfida, all’inizio degli anni sessanta.
    Non tornò da un viaggio a Venezia, e dopo un anno passato negli States, mentre la sua fama cresceva, il Governo dell’Apartheid le negò il visto per rientrare a seppellire la madre.
    Diverse volte si è rialzata, dall’essere prestissimo rimasta orfana di padre, dalla morte dell’unica figlia, Bongi, al culmine di uno di diversi momenti di crisi economica. Allontanò i giornalisti dal funerale, che fece da sé, sola, perché non aveva i soldi per comprare una bara qualsiasi. Orgogliosa di nascita, la lotta continua ai razzismi veniva prima di ogni altra cosa. Vendette per un nonnulla i diritti di Pata Pata, la canzone-danza che entrò nelle Charts negli USA e che da sola, ascoltata dal mondo per tante volte, l’avrebbe sostenuta a vita anche con una grande famiglia.

    Avevo gridato a lei alla quattordicesima cappella al Sacro Monte di Varese, poi ancora, trascinandomi dietro un po’della folla, in una grande palestra di Milano negli anni ottanta: “U Shaka”, a squarciagola, reclamando una canzone speciale, che Miriam giá da anni non riusciva piú, credo, ad intonare.

    Un canto intenso, alto e vibrante, tanto da esser il solo suono che mi facesse tremare la spina dorsale, come da dentro, motu proprio. Una volta mi svegliò dalle onde corte della BBC mentre ero appisolato in un piccolo letto del campo di Don Vittorione, il missionario Varesino dalla enorme massa corporea, a Moroto in Uganda. Non potevo dormire, stanco dopo un’altra giornata del mio primo incarico di lavoro, difficile e pericoloso: nel sonno la colonna vertebrale iniziò ad inviare un tremito irrefrenabile mosso da quella canzone che ne sapevo l’unica causa possibile, piú volte verificata, U Shaka, il canto dell’eroe Zulu, dalla sua voce, non importa se modulata da onde disturbate, venute davvero da lontano.
    La cantante della mia vita è morta a Castel Volturno, per un malore che l’ha colta dopo un concerto speciale. Un tributo al Saviano che sulla Camorra ha saputo scuotere un buona parte d’Italia.
    Ha sbagliato Miriam a dire di sì, dopo due anni dal ritiro ufficiale dalla carriera, periodo in cui nessuno l’aveva piú sentita cantare per piú di dieci minuti, o il destino l’ha colta come le conveniva, su un palco di lotta morale e culturale, gridata, armonica, sentita.
    Non si é mai ripresa dall’ultimo show, è partita dal palco al cielo.
    Che palco Castel Volturno!
    I Camorristi allora semplici agricoltori malavitosi vivevano di traffici intorno ai campi di pomodoro, di droga ne spacciavano poca ancora, quando una ragazza Senegalese, della prima orda – per massiccia che fosse giá- di schiavi Africani dei campi, salì alle cronache nel 1983 per un fatto quasi banale, un parto per strada. La ragazza fece però quel che non doveva, che non si poteva fare, come tutti in zona ancora ben sanno: parlare. Mentre l’interesse cresceva ed i giornalisti la cercavano, minacciata di morte fu costretta a rifugiarsi da amici. Uno di quelli o i carabinieri parte del giro fecero trovare della droga ad un’improvvisa, davvero inusuale ispezione solo nella casa colonica dove lei si sapeva riposare, da tanta fatica, per una sera. Parti, svanì nel nulla con la sua creatura di due giorni, senza nulla turbare. Tra i due missionari vanamente incatenatisi a qualcosa in centro Castel Volturno c’era P. Nascimbeni di Malnate. Manifestavano contro le deportazioni. Come se gli schiavi fossero il problema della zona, li si cacciava di casa.
    Il Miracolo venne invece a tardo 2008 dal Ghana. Altri sono i centri della camorra, non solo sotto il palco dove cantò ieri per l’ultima volta la voce della mia vita. Quando per ignoranza uccisero cinque dei loro -i contadini malavitosi arricchiti che ostentano non sanno certo distinguere tra Africani- confondendoli con altri che per un clan rivale minacciavano una zona di spaccio, i Ghanesi del posto non si sono intimoriti. La reazione rovesciò non solo auto, ma l’omertá di tre generazioni. Perché loro non avevano paura, gli Italiani molta. Lo Stato reclamato da cittadini, preti, scrittori si è finalmente svegliato, diversi sindaci parte del sistema sono agli arresti, il clan dominante decimato.
    Ius sanguinis, che bella parola. Giustifica e illustra il perché da noi deve ancora nascere un politico non nato qui, ‘extracomunitari’ li chiamiamo, termine ancora peggiore. Sangue chiama il primo, e continuerà a farlo finché non si capirà che l’integrazione é indispensabile in un mondo globale. Né i Boeri né Hitler ai tempi del mondo delle razze poterono eliminare gli stranieri. L’integrazione passa dai diritti e doveri civici, primo quello del voto. Solo i figli di padre Italiano saranno Italiani, con una recente apertura anche a quelli di madre nostra, ma neppure la terza generazione dei nuovi Italiani può partecipare alla vita politica di ogni giorno, nei quartieri, votare ed essere eletto.
    Il secondo vocabolo, il reietto, razzista ‘extracomunitari’ denuncia il limite delle nostre menti, a otto anni della fine del termine burocratico Comunità Europea a cui era labilmente legato, tanto che si usa sempre come indicativo di razze ‘abbronzate’, per citare un termine di moda in questi giorni.
    Chi sta fuori dalla comunità purtroppo delinque, non serve a sé o alla società, è uno schiavo, non voterà mai, mai sará cittadino come gli altri. Neppure i figli ed i figli dei suoi figli. Perché?

    La ricchezza non fa mai grandi, le idee e la forza di sostenerle sì. La redenzione, in cielo e sulla terra viene da lì, qualunque fede la nascita o la convinzione ci abbiano consegnato.
    La Makeba, oggi alla RAI simbolo della lotta alla Mafia? Debole, davvero, interpretazione scorretta.

    Grazie per la tua vita, per la tua morte, per il tuo esempio, Miriam. Voce degli oppressi da ragazzina in Sud Africa, poi per due generazioni, in tutti i paesi. Ora piú che mai. In Italia.
    Simbolo della lotta di cultura, senza fucili. Ai razzismi, non alla mafia.

    Come tutta la vita, fino all’ultimo battito, oltre l’ultimo ‘click’.

    Marco Viganó

    ( la foto sopra pubblicata è tratta dalla voce di ‘Encyclopedia Britannica’ )

    Topics: Ethnomusicology, MUSIC, Your personal considerations | 13 Comments »

    13 Responses to “Miriam Makeba, a simple “Click””

    1. Roberto Illiano Says:
      novembre 13th, 2008 at 09:53

      Caro Marco,
      grazie mille per questo post. Ci voleva proprio un post vibrante
      come questo, perché aiuta a tenere gli occhi aperti da un razzismo strisciante. Ormai parole come ‘extracomunitario’ sono diventate così abituali che diamo per scontato che abbiano senso!
      Io non conoscevo bene la musica della Makeba, ma il suo impegno contro tutti i razzismi sì. Era veramente un simbolo per tutti coloro che credono nell’integrazione…

    2. Andrea Barizza Says:
      novembre 13th, 2008 at 12:49

      lettera molto bella e toccante
      andrea

    3. Andrea Barizza Says:
      novembre 13th, 2008 at 19:09

      Potremmo chiedere a Marco di spiegarci meglio la questione dei “Click”..personalmente, mi ha incuriosito moltissimo..

      andrea

    4. Marco Says:
      novembre 13th, 2008 at 20:03

      Andrea, Roberto,
      I click vengono dal Khoi’san, i gruppi !Kung e altri dei Boscimani ne hanno la lingua piena anche ora. Memoria chiara c’é nell’Amarico, la mia lingua di lavoro in Etiopia: quattro consonanti a click o quasi. Certi ne vedono lontana traccia nelle consonanti che anche noi chiamiamo esplosive, certe T CH dura, P, ed in Inglese Inglese, sparite in American English, nelle P e T come in “Peter, don’t you Talk to me”? La radice sarebbe stata un vantaggio sleale, ma reale di noi Homo sapiens sapiens usciti dalla Rift Valley Africana a partire da 50,000 anni fa, via mar Rosso ma anche attraverso un Sahara piuttosto verde. Una lingua migliore, rapida, articolata e che si percepiva a distanza, una forma mentis correlata nettamente superiore, voci da geni dela musica non da grezzoni, che di nuovo significava coordinamento in azioni offensive o difensive.
      Poi altri limitati uomini del nord avevano appena amigdale che a stento si montarono su freccie, molto piú tardi, mentre Homo s.s. aveva portato quasi certamente dall’Africa delle micidiali punte taglientissime di osso, che si usano ancora: http://www.youtube.com/watch?v=c246fZ-7z1w&feature=related
      Due corollari dell’ossevazione, uno piú radicale dell’altro:
      -Siamo una razza unica, venuta dall’Africa, di una specie tosta…
      -abbastanza da cercare comunque di distinguerci e “dibattere inutilmente su chi di noi sia superiore” per citare un filosofo di paese arabo morto giovane, di madre piccola e scura, padre forse morto pure presto…
      Che stranamente sconsigliava di andare avanti a scannarci come scannammo i Neandertal.

    5. Andrea Barizza Says:
      novembre 13th, 2008 at 20:33

      posto il fatto che credo anche io che scannarci all’interno della stessa razza sia una pazzia..soprattutto se quest’ultima è la più evoluta e ha creato qualcosa di assolutamente anti-selvaggio e anti-bestiale (anche se puramente istintuale) come la Musica; e posto il fatto che questo commento, come il post, è sicuramente uno tra i più interessanti che abbiamo mai ospitato qi a MusicalWords.it… sto provando a far “cliccare” la lingua, ma non capisco proprio come parlino questi!!
      aiuto..

    6. Roberto Illiano Says:
      novembre 13th, 2008 at 21:00

      Dai Andrea, non è difficile… Se guardi il video si capisce meglio…. è un po’ il suono che si fa spesso da bambini quando si gioca a far schioccare la lingua sul palato :)
      Una lingua interessante. Sarebbe interessante leggere anche qualche intervento di etnomusicologia. Mi ricordo che a Cremona Serena Facci era una esperta di musica africana.
      Speriamo che qualche studioso di etnomusicologia voglia intervenire sul tema…
      Marco: grazie ancora per il tuo post!

    7. Marco Says:
      novembre 13th, 2008 at 21:12

      Il mio amico Cubano, medico della cooperazione, conosceva tutto il !kung necessario per medicare e curare i suoi pazienti, quando l’Angola era filocubana. Da laringoiatra mi diceva che non c’era proprio proprio nulla di strano o diverso nelle loro gole, certo ci si poteva esprimere con loro. Rise anzi della mia curiositá. Ma non poteva comunicare con suo padre, Giudice Federale della Florida. Perché rimestiamo ideologie e razze, anche la religione usiamo come pretesto di divisione.
      Mi diceva ‘Io non sono comunista, questo concetto mi limita la vita’.
      E divideva con i tre altri qualificati e capaci medici, nel Mali, pezzettini minuscoli di carne, per risparmiare quel po’ di valuta maliana, cioe’ forte, per poter comprare alla figlia un televisore, dopo due anni di servizio. Da noi la versione a colori della macchina tecnologica, piú potente di molte punte d’osso, pare a volte il mezzo con cui i pochi tengono i molti a bada, come le specie dulotiche di formiche, che con odori e feromoni han saputo schiavizzare altre specie di mirmicidi.

    8. Marco Says:
      novembre 13th, 2008 at 21:38

      Roberto,
      Extracomunitari, tanto usuale, ha solo un senso di esclusione, e non si usa mai per Svizzeri, Australiani, Statunitensi.
      E se chiedessimo tutti insieme alla Societá Dante Alighieri e a linguisti, sociologi, cioé alle loro associazioni, valutato il caso, di denunciare il termine e di proprone di sostituti? Se la prendono con francesismi ed anglicismi, noi coi razzismi. In tutte le lingue.
      http://www.ladante.it
      http://www.aiclu.it
      http://www.societadilinguisticaitaliana.org
      http://www.ais-sociologia.it/
      Ci diranno che la lingua é figlia del suo tempo. I migliori di loro che ogni idiona contribuisce a plasmarlo. Noi che non demordiamo, che vogliamo una nuova comunitá, non continuare a vivere nell’era della Razza. E che loro ci han fatto conoscere, capire l’orrore figlio ed insito nell’errore nazifascista. Con parole tanto nette come olocausto, genocidio.
      A noi basta che ci aiutino a cercare la parola giusta per designare i nuovi Italiani che non vogliamo Italiani, non oseremmo chiamare schiavi, stanno lí, come cose indefinite tra le quatto capriole di fumo nero del camino.

    9. Roberto Illiano Says:
      novembre 13th, 2008 at 23:04

      Caro Marco,
      accetto la provocazione… ma sarebbe come lottare contro i mulini a vento (Fra parentesi se guardi dentro la Società Dante Alighieri ti rendi conto che fra i consiglieri ci sono politici come Mirko Tremaglia… che non penso siano sensibili a certi discorsi….).
      È importante comunque sensibilizzare sul tema e quello è già un buon risultato. Non importa cambiare le parole… è sufficiente imparare a non utilizzarle :)

    10. Claudia Scroccaro Says:
      novembre 14th, 2008 at 10:13

      Carissimo Marco,

      è veramente bello leggere che il nostro sito si sia reso piattaforma per parlare di un argomento che tanto sta a cuore anche a me! Nel mio piccolo mi sono sempre battuta contro persone e figure che non accettano il ‘diverso’…. contro la ristrettezza di vedute e l’ignoranza della gente che si rifiuta di accettare qualcosa che, infondo, è molto più vicino di quanto non creda!
      Tornando alle popolazioni con lingua Click… trovo sorprendente quanto siano predisposti, più di noi, a una musica spontanea ed istintiva! Che virtuosi!!!

      Miriam è un’icona per tanti di noi… spero che tutti i suoi sforzi non siano stati vani e che, aldilà delle ridicole commemorazioni formali, esista un comune e reale sentimento di integrazione!

      Grazie ancora Marco

      Claudia J. Scroccaro…. orgogliosamente IMMIGRATA ED “EXTRACOMUNITARIA”!!! …figlia del mondo!

    11. Andrea Barizza Says:
      novembre 14th, 2008 at 10:25

      La professoressa Serena Facci, esperta etnomusicologa, ha risposto alla nostra sollecitazione e ha suggerito un link interessante sull’argomento. Vi quoto il suo suggerimento così come è pervenuto:

      http://ilam.ru.ac.za/gsearch.html

      “E’ il sito di una antica e importante istituzione (International
      Library of African Music) . Hanno ora messo online molte delle
      registrazioni fatte a partire dagli anni cinquanta. C’è un sistema di ricerca che funziona anche per parole chiave (per esempio scegliendo la ricerca per “lingua”) e digitando Xhosa, viene fuori una lista di documenti sonori ascoltabili.”

    12. » Miriam Makeba, un Semplice Click! Societ Says:
      novembre 14th, 2008 at 14:25

      [...] Pubblichiamo, in collaborazione con musicalwords.it, una lettera aperta giunta in redazione sulla improvvisa morte di Miriam Makeba. L’autore è Marco Viganò. [...]

    13. luisa esposito Says:
      gennaio 4th, 2009 at 10:22

      Grazie,signor marco
      Sono presidente di una ass.di volontariato onlus-iscritta nei registri dei volontari campania,Avrei bisogno di alcune informazioni per poi diffondere ai miei ragazzi sulla grande miriam makeba.
      signore io ero li’ con lei quando e’ morta.La prego mi risponda
      ho bisogno di una persona come lei,,,
      ass.di volontariato
      Iragazzi del capitano coraggioso
      CASTELVOLTURNO
      ass.Isise onlus
      Napoli
      in fede
      luisa esposito

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