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“Follia” on Music!
By Redazione Generale | novembre 18, 2008
Pubblichiamo un intervento apparso tra le colonne del Rigo Musicale della Società dei Concerti della Spezia Onlus. Il Giovane Paolo Barizza ne è l’autore.
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La Follia in Musica
Ogni qual volta udiamo la parola “follia”, subito rievochiamo alla mente l’instabilitá psichica di un qualsivoglia individuo, ma ancora più spesso pensiamo alla frequente frenesia irrazionale con la quale la pazzia si presenta. Invece è anche affascinante comprendere come, in musica, questo elemento sia apparso o si sia manifestato. In che modo si è intrecciato alle note e come la musica ha rappresentato questo tratto umano? Sorta in epoca preistorica nei villaggi più evoluti dell’America del Sud, la follia è una danza apotropaica (spesso per invocare la fertilitá), nella quale danzatori mascherati da donne si dimenavano come ossessi; propriamente consiste in un’interazione burlesca tra due figure, tanto particolari quanto ricorrenti in ambito antropologico, ovvero il danzatore, invasato dallo spirito divino, e il buffone. Ed è proprio dal primo dei due che deriva il nome di questa danza, in quanto l’immaginazione collettiva propria dei primitivi riteneva che l’uomo potesse esercitare la magia solo quando, in stato di estasi, riuscisse a trascendere la realtá empirica – potrebbe qui essere interessante un confronto diretto tra questa espressione della cultura primitiva sudamericana e tutte quelle manifestazioni di maggiore e minore rilevanza storica che contribuirono, nel contesto antico greco, alla nascita di un primario e semplice nucleo di teatro e che confluirono in una complessa concezione di riproduzione scenica, la tragedia -; e infatti gli stessi danzatori rappresentavano la concretezza al delirio, adottando movimenti convulsi e forsennati (folœa=”idea fissa”).
Nel momento in cui la rappresentazione è stata importata in occidente, è venuta però a mancare la figura più simbolica, cioè quella dell’invasato, mentre si è mantenuto – come rappresentativo dell’energia vitale – il personaggio del buffone.
In territorio europeo la follia fece la sua comparsa intorno al 1500, più precisamente in Portogallo, e si manifestò sottoforma di una danza contadina comprendente personaggi mascherati, che si potrebbe definire ancora “grezza”, almeno nelle forme e nello stile. Esistono analogie tra il contesto primitivo (natale) della follia e il teatro di Roma, in particolare modo il periodo dei Fescennini: non a caso si trovano corrispondenze molto esplicite per quanto concerne lo svago, l’invasamento e l’estasi. La vera e propria commistione di elementi rappresentata dalle maschere plautine, dall’invasato come coreuta del ditirambo e dal buffone fanno inevitabilmente riflettere sulla coincidenza di più elementi apotropaici in culture così profondamente diverse e distanti. A giustificare l’esportazione della follia dal Sud America fu la penuria di elementi nuovi e innovativi del patrimonio coreutico europeo, che spinse alla ricerca e all’adozione di forme non conosciute e interessanti. Se inizialmente si parlava di “follia primitiva”, alludendo alla danza tribale americana, possiamo invece definire “follia tarda” quella che si sviluppò in Spagna dopo l’esperienza portoghese. Qui, coltivata con molto zelo dagli Spagnoli, si trasformò in una danza di corteggiamento amoroso ed è forse questo uno dei momenti più importanti della storia del genere, proprio perchè rappresenta un’evoluzione e un passaggio da pura rappresentazione istintiva a genere con caratteristiche ben precise. Di fatto si trattava di una progressione accordale sopra la quale si sviluppava una melodia piuttosto lenta e pacata in un tempo di Ê. Una delle prime testimonianze pervenuteci di questo periodo è la canzone anonima “Rodrigo Martinez” che suggella la presa di autonomia di un genere, che si affidava però ancora alla libera improvvisazione dell’esecutore. Ma il periodo più significativo e, se si vuole, “fortunato” della follia coincise con la sua diffusione in Francia; a motivare tale successo e diffusione è stata la progressiva “ispanizzazione” della vita sociale, artistica e musicale della coreutica, senza contare poi che il periodo transalpino significò l’adattamento del genere all’ambito cortigiano. Questo processo di nobilitazione della follia fu facilitato dal fatto che la danza non avesse regole, parametri e organizzazione: solo la musica era fissa. Inoltre, sancì l’eliminazione degli aspetti maggiormente burleschi, scabrosi e oscuri; ma soprattutto, lo spazio fisico ristretto della corte obbligò l’eliminazione dell’elemento danzato, in breve del movimento. Nelle rappresentazioni musicali infatti non vi era più una danza viva di persone, ma persisteva solo l’elemento strumentale: partendo da questo concetto possiamo delineare le coordinate nuove della follia e le caratteristiche in ambito musicale del ‘600 e ‘700.
A simboleggiare questo periodo è stata soprattutto la ricerca di una concretizzazione e codificazione delle tecniche musicali, abbandonando il dilettantismo e ogni forma di improvvisazione istintiva. Tutto ciò fu contornato da una sempre più imminente scissione tra creatore e ascoltatore, artista e pubblico. In poche parole si diede professionalitá all’arte della musica e la stessa follia, come tutti i generi, confluœ in un tipo di produzione con un assetto tecnico netto e un’organizzazione nell’insegnamento: a fare da padrona in questo processo di normazione fu la “variazione”, che con una presenza intensa e un largo uso di innovazioni stilistiche meglio si fece garante nelle rappresentazioni del tema folle. Principale fautore di rinnovamento fu Arcangelo Corelli, che compose le variazioni “La Follia” (Sonata Op. 5 n. 12 per Violino); ma non fu l’unico a partecipare alla rivisitazione di questo genere: da citare risultano Girolamo Frescobaldi con le “Partite sopra folia” (dal “Primo libro di toccate d’intavolatura di cimbalo et organo”), Jean-Baptiste Lulli, Marin Marais, Antonio Salieri, Alessandro Scarlatti, Antonio Vivaldi, e altri. Numerosa fu la produzione di questi musicisti e di grande importanza il contributo che, seppur in modi diversi, giunse dalle loro menti per alimentare lo sviluppo della tematica folle in musica.
Caso a parte è poi il XIX secolo caratterizzato da una progressiva perdita di interesse verso tale ambito, ma che vide sorgere uno dei punti di riferimento massimi per quanto riguarda le rivisitazioni: la “Rapsodia Spagnola” di Franz Liszt. Mezzo secolo più tardi Sergej Rachmaninov si impegnò nella composizione di variazioni sul tema corelliano, come del resto Manuel Maria Ponce fece per la chitarra.
Ma in realtá furono più di 150 i compositori affascinati dall’unione tra la più astratta e la più concreta delle espressioni umane.
Paolo Barizza
Redazione La Spezia
redazionelaspezia[at]musicalwords.it
Topics: General, MUSIC | 1 Comment »






novembre 18th, 2008 at 20:34
Bellissimo articolo, è interessante vedere il passaggio dall’antropologia, all’etnomusicologia, fino alla tradizione musicale occidentale colta.
Volevo chiedere quanto (e se) la teoria degli affetti ha contribuito all’affermazione del concetto di Follia nella musica occidentale, e se opere come il Piccolo Labirinto Armonico BWV 591 del buon Giovanni Sebastiano, oppure il Labirinto Armonico di Locatelli sono riconducibili a questa categoria. In fondo credo sia possibile che anche il concetto di labirinto (questo dedalo di strade che fa perdere l’orientamento e fa muovere confusamente al suo interno l’individuo) possa racchiudere in se questa idea instabilià di cui si parlava ad inizio articolo.
Ad ogni buon conto argomento davvero molto interessante, complimenti