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    Serata Paganini… MW’s Triumph!

    By Redazione Musica | novembre 24, 2008

    Venerdì 31 ottobre, il Cinema Il Nuovo di La Spezia si è svolta la Serata Paganini, evento conclusivo dello speciale dedicato al grande virtuoso genovese da MusicalWords.it e la Società dei Concerti della Spezia Onlus. E’ stato un successo. Più di 80 (ottanta) persone hanno accolto il nostro invito per quella sera (sfidando le pessime condizioni climatiche) e hanno partecipato alla proiezione del Film Paganini di Klaus Kinski.
    La redazione ringrazia il Dott. Maurizio Caporuscio, Presidente della Società dei Concerti della Spezia Onlus per essere intervenuto con parole di sincera stima e volontà di sempre maggiore collaborazione verso il blog MusicalWords.it, Giordano Giannini per aver introdotto alla visione del film, Andrea Barizza per l’aspetto organizzativo ed infine tutti gli autori che hanno contribuito, gli amici e i lettori ( solo nel periodo dello speciale, oltre 1800!)  di musicalWords.it. Ricordiamo, infine, gli sponsor grazie ai quali si è potuta avere una maggiore e capillare diffusione informativa: A.C.I.T. , A. C. Gli Scarti , Blackwave , F. C. P. Germi , il Cinema Il Nuovo.

    Redazione MusicaWords.it
    Redazione Il Rigo Musicale

    Di seguito, breve relazione della serata.

    SERATA PAGANINI
    ovvero la persecuzione di una morte estetica.

    Venerdì 31 ottobre, il Cinema “Il Nuovo” di La Spezia ha accolto la proiezione di una pellicola dimenticata e, in un certo senso, maledetta (e quale notte migliore di quella di Ognissanti per rievocare ombre pronte a diffondere la pazzia?) : Paganini di e con Klaus Kinski. Proprio lui, “la belva di Danzica”, come soleva chiamarlo il pubblico tedesco. Predatore di ruoli fuori misura quali il Divin Marchese De Sade (Justine), Edgar Allan Poe (Nella stretta morsa del ragno) fino al tormentato sodalizio con il regista Werner Herzog, con cui firmò le sue migliori interpretazioni. Come scrisse adeguatamente Morando Morandini, l’incontro fra Kinski e il meno genovese tra i figli di Genova era scritto nelle stelle: entrambi prigionieri del proprio talento, emblemi di un arte che dava scandalo qualora si annunciasse e, forse, pervasi da un inesplicabile desiderio di morte. Come è potuto accadere? Sono consapevole che questo intervento non riuscirà a fornire ogni prova necessaria e convincente per rispondere alla domanda. Cercherò, invece, di ripercorrere insieme ai lettori le mie osservazioni, i possibili punti fermi che ho esposto nell’introduzione al film, partendo dall’incontro fra il divo in questione e Augusto Caminito. Questi, reduce da una lunga gavetta come regista pubblicitario, cercò di dare nuova linfa all’ormai scadente filone del fantastico italiano. Ottenne un dignitoso finanziamento da ReteItalia e Medusa (enti ancora giovani e principali distributori di prodotti di genere horror destinati al mercato video tra cui le ultime regie di Lucio Fulci), riuscì ad acquistare i diritti per l’utilizzo di brani musicali tratti dall’album Mask di Vangelis, assemblò un cast internazionale che annoverava Donald Pleasence e Christopher Plummer. Ma soprattutto aveva un asso nella manica (non è difficile intuire quale fosse). Il risultato di tale sforzo poté essere giudicato nel 1988, quando nelle sale cinematografiche uscì Nosferatu a Venezia. E il giudizio fu impietoso. Serenissima da cartolina, attori da filodrammatica, un Kinski che ha ormai perso il treno della serie A. Obiettivamente, non c’è niente di nuovo sotto il sole, o meglio sotto il chiarore lunare, però possiamo già notare alcune ricorrenze (di comunicazione e contenuto) che in Paganini la faranno da padrone. Su tutte, la ripresa al rallentatore: nel linguaggio filmico è l’espediente più vicino alla sensibilità di un affermazione quale “un istante può durare un’eternità” (un esempio eloquente è la caduta da cavallo del bambino in Barry Lyndon di Kubrick). Seguono i rifermenti pittorici (la sequenza del ballo in maschera si rifà mutatis mutandis alla coralità “maliziosa” di Pietro Longhi, molti interni ricordano le atmosfere opulente e febbrili di Alexandre Cabanel) e la persecuzione di una morte estetica. Quest’ultimo è il motivo di maggiore interesse e probabilmente l’unica chiave di lettura coerente del progetto che Kinski avrebbe presentato a Caminito l’anno seguente: un film sulla vita di Nicolò Paganini. Non c’è più Herzog a domare il suo istrionismo. Augusto Caminito in fondo è un modesto artigiano, facile da vampirizzare con il carisma e , per l’occasione, relegare al ruolo di “presentatore”. Così Paganini diventa un oggetto inclassificabile, squisitamente e totalmente kinskiano. Deborah Caprioglio, allora compagna dell’attore, si cala nei panni di Antonia Bianchi. Il figlioletto di prime nozze Nikolaj, in quelli di Achille (per tacere di Donatella Rettore- sic! – come “nuova ricca” di campagna). Il montaggio si adegua a una narrazione farraginosa, quasi per libera associazione, superficialmente affine agli ultimi esperimenti di Jean-Luc Godard (vedi Prenòm: Carmen), colma di un erotismo che potrebbe ricordare la concretezza urgente di Walerian Borowczyk ma privo della sua indolenza libertina e tendenza all’ iperrealismo. Tutto ciò che per questi autori è un mezzo espressivo in Paganini si riduce a fine ultimo: lo spettatore è investito da immagini ora “accademiche” ora “nauseanti”, disturbato da un’ evidente incapacità del regista a separare il film dall’esperienza della sua realizzazione. Lo stesso Caminito, esaminando il materiale girato, non poteva che restare di stucco. Per esigenze di cassetta convinse Kinski a censurare la pellicola di 15′ (inserti spuri di nudi femminili e grand guignol) e impose un montaggio nuovo (privandolo a torto della struttura in tre movimenti- Allegro Sostenuto/Adagio/Allegro Spirituoso – ricalcata sul Concerto per violino e orchestra n°1, Op. 6). Al suo debutto Paganini fu massacrato dalla critica e divise il pubblico. Tutt’ora molti fedeli ammiratori lo considerano un capolavoro incompreso. Personalmente non credo sia opportuno fare generose quanto ipocrite rivalutazioni post mortem: qualunque appassionato di cinema (ma non solo) può benissimo rivedere titoli come Woyzeck , confrontarli con Paganini e trarne le debite conclusioni. Ciò, comunque, non dovrebbe escludere quest’ultimo da un’attenta analisi. Tornando all’azione perturbante che il film esercita sullo spettatore, nella sovrapposizione tra attore e personaggio ritorna un motivo segnalato in precedenza: la persecuzione di una morte estetica. Kinski si identifica con Paganini al punto da affidare alla propria compagna il ruolo della moglie. Non è poco. In una scena il celebre violinista scopre il corpo della consorte suicida adagiato sul divano, in una posa che ricorda molto L’incubo di Heinrich Füssli. In principio ne soffre poi lo accarezza e lo contempla come una statua. Il messaggio è abbastanza chiaro. Come il demone siede sulla fanciulla falsamente innocente e compiaciuto, davanti a lui riposa una salma perfetta, necrofilicamente desiderabile, che riporrà nel sarcofago della propria arte. L’ossessione di tratteggiare Paganini come un araldo infernale è evidente fin dalla sequenza d’apertura nel Teatro Regio di Parma (dove viene eseguito un capriccio, suscitando l’eccitazione di molte damigelle) in cui una voce fuori campo (quella di Dalila di Lazzaro) legge un brano dalle Notti Fiorentine di Heine. Soltanto un’inspiegabile senso di pietà impedisce al pubblico pagante di ridere di lui, con il suo frac spiegazzato e le sue smorfie animalesche. Verso la fine, il figlioletto Achille percepisce il male che sta corrompendo il padre mentre si sfoga sul violino, sputando sangue. La servitù sghignazza (altra scena purtroppo tagliata nel montaggio di Caminito) e lo spettatore con essa, assistendo a una morte che non ha nulla di titanico ma di grottesco, virtuoso ed esibizionista fino all’ultimo. E lo spirito di Antonia continua a correre spensierato in un campo di fiori, presso una cascata, dondolandosi sull’altalena. Qui fa capolino un altro referente pittorico, L’Altalena di Jean-Honoré Fragonard: questa si svolge in una radura, una fanciulla si dondola sull’altalena sotto lo sguardo di un cicisbeo e alcuni amorini tra le fronde degli alberi. Cosa esprime? Forse tutto, forse niente. Paga di un ristoro occasionale, la fanciulla riassume nel volto un’idea semplice di felicità, insopportabilmente efficace. Preziosa, estroversa, quasi apollinea. Un’armonia che il marito (Kinski?) non ha raggiunto. La promessa implicita di rendere immortale la sua famiglia con la musica si è tradotta in una promessa di eterno oblio. Concludo questo breve percorso, guidato (forse fallendo) più dall’emozione che dalla lucidità analitica, constatando con rammarico che se Klaus Kinski avesse avuto l’umiltà di affidarsi a un regista di robusto mestiere, Paganini sarebbe stato un film memorabile.

    Giordano Giannini

    Topics: Cinema's Nook, Great Musicians, MUSIC, Niccolò Paganini | 1 Comment »

    One Response to “Serata Paganini… MW’s Triumph!”

    1. » Serata Paganini - Un Trionfo!!! Societ Says:
      dicembre 1st, 2008 at 23:52

      [...] svolta la Serata Paganini, evento conclusivo dello speciale dedicato al grande virtuoso genovese da MusicalWords.it e la Società dei Concerti della Spezia Onlus. E’ stato un successo. Più di 80 (ottanta) [...]

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