(…Continua) Anche in un’edizione italiana del trattato di Berlioz (40), curata da Ettore Panizza nel 1912, il nome di Debussy non è presente. Ci sono esempi verdiani, una decina di passi tratti da Salome di Strauss e ben 17 di Puccini. Ma Dallapiccola è sorpreso nel vedere che Puccini è seguito a ruota da Alberto Franchetti, che figura con ben 14 esempi; e con tono ironico riporta un esempio di commento del Panizza riguardo a questo autore: «“Il Maestro Franchetti ha usato con risultato commoventissimo il glissato sull’Arpa sul finire dell’opera Cristoforo Colombo: precisamente quando spira Colombo, la scala glissata ascendente dà l’impressione di un’anima che vola in cielo”. Su questa base è da supporre che il giovane strumentatore sarà portato a ritenere che un glissando discendente dell’Arpa rappresenti il non plus ultra per dare l’impressione di un’anima che precipita all’inferno…» (41) L’autore che Dallapiccola cita più di frequente è Maurice Ravel. E di Ravel, un’opera su tutte lo colpì profondamente: l’Enfant et les Sortilèges, della quale cita, ad esempio, la scena della principessa, in cui il fagotto gareggia in agilità e leggerezza prima col clarinetto basso e poi coi clarinetti, e la scena del fox-trot delle teiere e della tazza cinese, dove Ravel non esita, nello scambio di botte e risposte fra il trombone III e il controfagotto, a scrivere la nota più grave dello strumento.
«La mia generazione ama il suo equilibrio — scrisse Dallapiccola nel 1957—, il suo senso della misura, il suo modo di affrontare i problemi e di risolverli col minimo di mezzi […], la sua possibilità di estrarre da una cellula […] tutto un mondo sonoro, il controllo che sa esercitare sul materiale impiegato. Se talora (come, per es., nella parte centrale della scena della Principessa ne L’Enfant et les sortilèges) la qualità dell’invenzione musicale non è delle più alte, tuttavia l’arditissima, sorprendente realizzazione strumentale ci farà rimanere colle orecchie tese. La mia generazione vede in lui il compositore che sta a mezza strada fra il mago e il gioco d’azzardo. Sia detto che al gioco d’azzardo vince sempre. […] Scomparso Gustav Mahler […], è a Ravel che dobbiamo […] il più grande sforzo che sia stato compiuto nella nostra epoca per raggiungere la purità di cuore.» (42)
Proprio come Ravel, nel corso della sua carriera compositiva Dallapiccola si orienta prevalentemente verso le piccole e medie formazioni. Dopo il 1955, infatti, nelle opere di Dallapiccola è sempre più frequente l’uso di alcuni intervalli a scapito di altri: vengono privilegiati intervalli di seconda, terza e tritono (con i loro rivolti) e sempre minore è la presenza di quarte e quinte. Parallelamente, viene incrementato l’utilizzo di tricordi, segmenti di tre suoni ricavati dalle serie impiegate, che divengono patterns intervallari fissi per molte sue opere (43). Lo stesso modus operandi si riscontra nella strumentazione. Per questo motivo egli preferisce ridurre anche l’orchestra, ponendo particolare attenzione al tessuto sonoro che fa risaltare attraverso il timbro delle diverse strumentazioni. «Dopo i Canti di liberazione — scrive l’autore nel 1963 — non ho più usato la grande orchestra […] era per me facile capire che giunto a questa fase della mia attività creativa, avrei avuto ben poco o niente da comunicare con un secondo oboe o un secondo clarinetto» (44). Egli giungerà persino a serializzare i timbri in opere come i Dialoghi per violoncello e orchestra del 1960, ma la sua attenzione sarà sempre rivolta verso una omogeneizzazione delle componenti musicali in funzione espressiva, mai verso la teoria.
Roberto Illiano
(fine)
**Note**
40 – Berlioz, Hector, Grande trattato di istrumentazione e d’orchestrazione moderne, con un’appendice di Ettore Panizza, 3 voll., Ricordi, Milano,1912.
41 – LD. LII. 2, I lezione, p. 13.
42 – Dallapiccola, Luigi, Risposta al «Dibattito su Ravel, 20 anni dopo» (1957), in: Parole e musica, op. cit., pp. 281 e 284. Cfr. anche Dallapiccola, Luigi, Per un’esecuzione de «L’enfant et les sortilèges», in: ibidem, pp. 273-281. «Il finale della breve opera rappresenta “il più grande sforzo compiuto nella nostra epoca per raggiungere la purità di cuore”. Scrissi così or sono trent’anni e oggi ancora sono d’accordo con questa definizione» (LD. LII. 2, II lezione, p. 5). È singolare che, alludendo alla conclusione dei suoi Canti di liberazione, Dallapiccola scriverà qualcosa che ricorda questa ‘definizione’: «Pace, non nel senso abusato che i politici a tale parola attribuiscono, bensì secondo la definizione datane da S. Bernardo: purità di mente, semplicità d’animo, dolcezza di cuore, riposamento di vita, legamento d’amore» (Dallapiccola, Luigi, ‘Note per un’analisi dei «Canti di liberazione» (1974)’, in: Parole e musica, op. cit., p. 484).
43 – Cfr. a questo proposito Illiano, Roberto – Sala, Luca, Luigi Dallapiccola: An Mathilde (Heinrich Heine), op. cit., pp. 626-627 e Montecchi, Giordano, L’itinerario dodecafonico di Luigi Dallapiccola, in: Rassegna veneta di studi musicali, V-VI (1989-1990), Venezia 1993, p. 331-359.
44 – Dallapiccola, Luigi, ‘Requiescant’, in: Parole e musica, op. cit., p. 500.






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