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    Glavx, a Companion…/5

    By Redazione Lettere | gennaio 13, 2009

    VII. La filosofia in rapporto a se stessa e la differenziazione dalla retorica

    Una terza direttrice è costituita dal rapporto della filosofia con se stessa, in una relazione autoriflessiva che dovrebbe farle aprire un bilancio su quanto le sia costato e le costi quell’approdo alla logica del sapere senza fondamenti che ha costituito quasi per intero la sua fioritura nel corso del secolo appena concluso. In questa riflessione la filosofia potrebbe, e forse dovrebbe, chiedersi anche se la liquidazione del concetto di verità, e di quello connesso di scienza filosofica, non sia stata un po’ troppo frettolosa e magari coartata da profonde ragioni ideologiche, e più in generale se sia così ultimativa come da molte parti ci si accalora a sostenere, talora con apparente voluttà autodistruttiva.
    Non è questo il luogo anche soltanto per abbozzare problematiche teoretiche in senso più stretto, ed è scontato che qualunque affermazione per così dire controcorrente dovessimo qui sostenere, troverebbe immediata e pertinente risposta da parte di chi è persuaso che la fine del significato sapienziale della filosofia coincida con la fine delle certezze metafisiche, e che la fine di queste certezze sia l’esito di un processo oggettivo di logoramento, consunzione ed esaustione storica del concetto di verità, rispetto al quale nessuno di noi è in grado di fare niente. Questo senso di ineluttabilità domina pressoché sovrano, e questo è sotto gli occhi di tutti. Eppure è singolare come questa persuasione dell’assenza di verità, che è la vera certezza del nostro tempo, non provi almeno il bisogno di confrontarsi col luogo classico dell’autocontraddittorietà della negazione del fondamento, di cui anche sopra parlavamo, e delle aporie che ne conseguono. Viene in mente l’antichissima antinomia del mentitore : se Epimenide cretese dice che tutti i cretesi mentono, se ne deve dedurre che sta mentendo o che sta affermando il vero ? Se i filosofi dicono che la filosofia ha perduto la prospettiva della verità, se ne deve dedurre che l’affermazione di questa perdita non è vera o che è appunto la verità ? Non si sta qui cercando di prendere in castagna un’intera stagione filosofica mediante una semplice tagliola logica, ma è curioso come la nozione, trionfante nel senso comune come in buona parte degli addetti ai lavori filosofici, della certezza dell’assenza di certezza (che lascia intendere la verità dell’assenza di verità) non risulti almeno imbarazzante per una scienza filosofica così sicuramente impegnata nella propria smobilitazione. Si tratta di un problema che crediamo dovrebbe occupare seriamente una riflessione che la filosofia voglia avviare su se stessa.
    In questo confronto con se stessa, la filosofia non può poi evitare di interrogarsi – data la caduta del concetto di verità e il conseguente venir meno di ogni criterio oggettivo per decidere della persuasività di una tesi – su quale sia il suo rapporto di differenziazione rispetto alla vasta, articolata e potente dimensione della retorica, classicamente intesa come scienza della persuasione (nelle sue molte varianti, come letteraria, estetica, politica ecc.).
    La questione è antica, eppure le tirate polemiche di Platone sull’inconsistenza della cultura sofistica e sull’insidiosità falsificante della retorica, rilette oggi, mostrano accenti di impressionante attualità. La persuasione filosofica, cioè l’esperienza radicale del non poter scegliere che uno dei due termini dell’alternativa perché l’unico pensabile mentre l’altro è assurdo, nella sua dura e ruvida elementarità, è oggi qualcosa di quasi rimosso come connesso con rigidità ancestrali, mentre l’azione persuasiva è praticata e riconosciuta come libera scelta tra alternative possibili. La verità così non è ciò che deve essere riconosciuto tale, ma che soltanto lo può, qui ed ora, e sempre nel radicale avvertimento che la verità di oggi non è quella di domani, e che la verità di Tizio non è quella di Caio. In questo modo la decisione filosofica diventa opzione, e i criteri di questa opzione non possono che essere gli slanci o le avversioni, i gusti, le empatie, le risonanze soggettive che si determinano indefinitamente ad ogni accenno di fusione di orizzonti tra chi parla e chi ascolta.
    Se questo non è il luogo adatto per affrontare problematiche teoretiche, ancor meno lo è per quelle politiche, e tuttavia è difficile non esser tentati di pensare che la damnatio memoriae del concetto di verità da un lato, e il dilagare della persuasione retorica dall’altro (si pensi, tanto per dire, alle tecniche pubblicitarie, alle costruzioni d’immagine, ai sottili artifici della sondaggistica o alle polemiche sulla par condicio), siano interpretabili, tra le molte interpretazioni possibili, come i due rovesci della medaglia di un’ideologia del laissez faire storicamente trionfante e ormai lanciata verso la globalizzazione.
    In ogni caso, non ci vuol molto a vedere come la persuasione retorica vada costituendosi quale inquietante liquido amniotico di ogni futuribile, ed è altrettanto verificabile come il clima filosofico più largamente diffuso, rispetto al quale noi cerchiamo qui di consolidare un’alternativa, corra almeno il rischio di portare acqua a questo mulino, attenuando più che mai la nettezza dei confini tra filosofia e retorica. Il che per la filosofia non è un rischio lieve : Aristotele ha lasciato scritto che la filosofia è la scienza più nobile e la più libera perché, essendo fine a se stessa, non serve nessuno. Sarebbe davvero triste se dovesse cominciare a servire qualcuno nel modo peggiore, e cioè involontariamente.

    (La sesta parte verrà pubblicata in seguito)

    Per il Comitato Scientifico, Antonino Postorino

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    Topics: Editorial Collaboration, Glavx, Journals, LITERATURE, Philosophy | No Comments »

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