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    Prélude à l’aprés-midi d’un faune…

    By Redazione Musica | gennaio 15, 2009

    Claude Debussy: Prélude à l’aprés-midi d’un faune

    Il corso della storia della musica occidentale è colmo di geniali compositori che, grazie alla propria vocazione artistica e al proprio operato, hanno contribuito ad arricchire culturalmente l’umanità intera; tuttavia è storicamente impossibile attribuire a tutti i grandi il merito di aver aperto una nuova stagione musicale, ed è per questa ragione che si annovera Claude Debussy tra le figure di maggior rilevo. La sua importanza risiede nella storica contrapposizione alla proposta wagneriana, la quale rinnovò il linguaggio musicale postulando nel dramma totale la rinascita di un’arte che evidenziasse i valori eroici e nazionalisti del popolo teutonico.


    (Claude Debussy: Prélude à l’aprés-midi d’un faune. Sir Simon Rattle. Berliner Philarmoniker)

    Wagner ebbe uno strepitoso successo nel Vecchio Continente, le sue opere costituirono il modello dominante per molti anni: cogliendo nella melodia un aspetto nuovo, i leitmotive (motivi conduttori), Wagner fu talmente influente da condizionare l’operato di numerosi compositori dell’epoca.

    Debussy seppe opporsi a questa tendenza grazie alla novità della sua tecnica, derivante dalla nuova tendenza impressionista. Se l’arte wagneriana è colma di dettagli, quella debussiana risulta vaga: esprime l’impressione momentanea, esclude la descrizione del dettaglio; il disegno musicale è indeterminato e sfumato.


    (Prélude à l’aprés-midi d’un faune)

    L’originalità del compositore francese sta tutta nel predominio armonico che conferisce alla musica un’apparenza informe, sebbene presenti una struttura quasi regolare: il disegno ritmico e melodico sembrano svanire, mentre l’armonia presenta una ricchezza inesausta. Se l’arte wagneriana sfoggia una magniloquenza irraggiungibile, l’arte debussiana ne è la perfetta antitesi poiché predilige i toni deboli, anemici e rinunciatari, così che vi sia l’impossibilità di precisare la realtà, con conseguente mancanza nelle composizioni del senso eroico.

    L’arte di Debussy è qualcosa di intermedio tra pittura e musica, «colore sonorizzato»;[1] la sua musica rivendica una libertà maggiore, poiché non si limita a riprodurre esattamente ciò che ci circonda, bensì coglie le misteriose corrispondenze tra la natura e l’immaginazione. Debussy è impressionista poiché la sua musica ha come unico scopo quello di rendere solo l’impressione momentanea, lasciando all’espressione l’imprecisione propria di tutte le sensazioni vivaci e fuggevoli.

    Il Prélude à l’aprés-midi d’un faune è da considerare come uno dei momenti più significativi dell’estetica impressionista, nonché tra le pagine più soavi che siano mai state scritte nella storia della musica. Come una tela di Manet, ciò che colpì di questo brano fu l’omogeneità che trasmetteva, malgrado violasse regole e princìpi tradizionali. Il pubblico, wagnerianamente educato,


    (Richard Wagner, Preludio di Tristano e Isotta. Zubin Mehta)

    non era abituato a contemplare quelle forme sonore così vaghe; tuttavia la storia ci insegna che «l’arte non conosce né regole né leggi»,[2] e predicare le norme di un avvenire ignoto è un’ingenuità orgogliosa, basata sull’impossibilità di stabilire dei princìpi imprescindibili nelle arti.

    Il brano, inizialmente concepito come apertura d’un trittico (Préludes, Interludes et Paraphrase finale) mai realizzato, ispirato all’egloga di Stéphane Mallarmé, fu composto tra il 1892 e il 1894 ed eseguito per la prima volta a Parigi presso la Società Nazionale de Musique nel 1895. Il Prélude, ricalcando l’omonimo componimento, Après-midi d’un faune, trovò riscontri positivi non solo nel pubblico, ma anche nello stesso Mallarmé: il poeta, entusiasta per l’esecuzione, affermò che la composizione non presentava alcuna dissonanza con il suo testo, anzi Debussy seppe esprimere ancora meglio il contenuto della celebre egloga[3]. Il nucleo fondamentale della poesia di Mallarmé si può ricondurre ad un’inesausta sete di tenerezza, ad una sommessa voluttà; Debussy invece, col medesimo temperamento, non mira ad una vera e propria tensione, ma giunge ad un apparente dissolvimento della forma. La sua musica è un continuo e pacato divenire, espressione di una vita spirituale che non tende intensamente e angosciosamente ad affermarsi in un’obliosa voluttà dei sensi. Lo spirito di Debussy si ‘distende’ nella natura con sensualità, placandosi: «Il nostro compito è di mantenere il mondo delle illusioni e di non scuotere brutalmente gli uomini dai loro sogni per mostrare la cruda realtà. Contentiamoci del mondo fantastico, giacché esso solo ci dà conforto, esso solo è capace di farci intravedere una bellezza che non passa perché eterna».[4] La musica del Prélude è sempre immersa in toni pacati che si compenetrano con fluida cedevolezza, come se fossero macchie mobili che si dispongono con gusto armonico assai diverso da quello Romantico. La materia sonora è qui continuamente mobile per cui ogni momento tende a scivolare  in uno stato armonico diverso. Le varie soluzioni ci appaiono quasi sempre sfumate, prive del senso di una netta giustapposizione: si passa da una tonalità all’altra senza che si abbia la percezione schietta dell’ambiente armonico attraverso cadenze sulla tonica. La tonalità è sì percepibile, ma in modo vago; le modulazioni sono assai ardite senza alcuna concatenazione di armonia, nelle quali sono accostati senz’altro accordi che rappresentano varie tonalità: essendo però questi cedevoli e mobili, non vi è alcuna durezza di collisione.

    Le sonorità sognanti del Prélude sono dovute però anche all’utilizzo parsimonioso e sapiente della scala esatonale e all’interesse del compositore per l’orientalismo e il sentimento della Natura. Debussy amava il fantasioso e misterioso Oriente, luogo che evocava sogni lontani per l’uomo europeo dell’epoca, nel quale la musica sembrava esalare come per incanto: non a caso tutta l’atmosfera è soffusa di esotismo e tradisce, sovente, i segni di quella nostalgia per il paese dove tutto è bellezza, calma, voluttà. Nel suo naturismo Debussy sembra distogliere lo sguardo dagli uomini, si immerge nel mondo dei sogni per dimenticare i dolori. Il compositore predica lo scetticismo e la non fede; la menzogna non la verità; la rinuncia, non la lotta eroica ed il trionfo della volontà.

    Il Prèlude à l’après-midi d’un faune si compone di elementi vaghi, non presenta sonorità dure, la sua armonia ha una pastosità ed una morbidezza impareggiabile. La novità non scaturisce da un mascheramento di vecchi andamenti, bensì da una maniera originale di concatenare e presentare accordi e disaccordi. L’impressione armonica è sempre l’elemento dominante; si registra l’assenza di una polifonia complessa, con una strumentazione che asseconda il  gusto personale di Debussy: l’orchestra, composta da tre flauti, tre oboi, due clarinetti, due fagotti, quattro corni, due arpe, crotali e archi, non è mai colossale, non colpisce con motivi stupefacenti, ma affascina con la maestria e la delicatezza delle mezze tinte. Se in Wagner e nelle scuole derivate, i temi sono quasi tutti posti così in rilievo e il loro ritorno è così frequente da dover essere considerati elementi conduttori, tali cioè da dare essi stessi una forma alla composizione, in Debussy questi sono appena percepibili, presentandosi sporadicamente e in maniera non contigua all’interno della composizione amorfa, piuttosto che come elementi destinati ad imprimere e costituire essi stessi la forma.

    Non vi è alcun dubbio che il simbolismo costituisce una parte integrante del pensiero del compositore: Debussy si oppone al wagnerismo in nome dell’indipendenza dell’arte nazionale, in nome delle antiche tradizioni, rifiutando tutto ciò che vi era di consueto, mercantile, abusato e artefatto, riaffermando l’amore che nutriva per i maestri francesi del Settecento. Egli è stato davvero in grado di liberare la Francia dal dominio teutonico e a far rivivere il vecchio e genuino spirito della propria nazione, lo conferma l’espressione fedele della moderna cultura francese, anche questa così opposta per ideali, forme, tendenze e gusti alla tedesca. Debussy  è un esteta, «è il Mallarmé della musica. La musica in lui diviene letteraria, come la letteratura in Mallarmé diveniva musicale»,[5] la sua arte è il riflesso del simbolismo letterario. La composizione è strumentata con grande perizia ed è una vera miniera di colori orchestrali e di particolari combinazioni foniche: purtroppo non tutti i contemporanei lo percepirono essendo le loro orecchie abituate ai fasti wagneriani; tuttavia nessuno mise in dubbio l’innovazione armonica che il Prélude comportò. Lo spunto principale del lavoro passa attraverso tutte le possibili armonizzazioni ed è sottoposto alle più svariate combinazioni strumentali, ma con una fluidità tale che numerose furono le affascinanti suggestioni a cui i primi ascoltatori del 1895 non seppero né pensarono di resistere. Solo dopo una certa riflessione, i dottrinari formalisti decisero di concludere sulla legittimità di una struttura che sembra sfidare e sviare l’analisi musicale; fu lo stesso Debussy a rassicurarli, affermando che l’opera è sì costruita, ma che nessuno sarebbe stato in grado di individuare i pilastri su cui è stato edificato il Prèlude, poiché egli stesso ebbe l’accortezza di eliminarli dalla composizione.

    Federico Preziosi


    [1] Francesco Santoliquido, Il “dopo Wagner”: C. Debussy e R. Strauss, Ed. Waltermodes, 1909, p. 17.

    [2] Vincenzo Tommasini, Claude Debussy e l’impressionismo nella musica, in Rivista Musicale Italiana, Vol. XIV, Roma 1907, p. 158.

    [3] Guido Salvetti, La nascita del Novecento, EDT, Torino 1977, p. 56.

    [4] G.A. Mantelli, Debussy e Mallarmé, in Rivista Musicale Italiana, Vol. XXXIX, Roma 1932, p. 550.

    [5]Adriano Lualdi, Claude Debussy. La sua arte e la sua parabola, in Rivista Musicale Italiana, Vol. XXV, Roma 1918, p. 18.


    Topics: Claude Debussy, Great Composers, History of Music, MUSIC, Music Analysis, Post-Romantic | 8 Comments »

    8 Responses to “Prélude à l’aprés-midi d’un faune…”

    1. Federico Preziosi Says:
      gennaio 15th, 2009 at 23:19

      hey grazie per le immagini e i video, così è davvero completo!

    2. Andrea Barizza Says:
      gennaio 16th, 2009 at 11:14

      è un bell’articolo..interessanti i paragoni e quindi era giusto farli sentire..

      il prossimo contributo su cosa lo scriverai? anticipalo in anteprima…

    3. Federico Preziosi Says:
      gennaio 16th, 2009 at 12:03

      sorpresa!
      scherzo… non lo so ancora. Pensavo a qualcosa di molto diverso però, forse più psicologico. Vederemo.

    4. Claudia Scroccaro Says:
      gennaio 16th, 2009 at 13:13

      Wow Federico che parole appassionate e ammirevoli hai scritto per questo capolavoro francese! Sai, ho sempre nutrito un certo scetticismo nel cercare di collegare Debussy alla corrente impressionista… anche se questa è un’idea assai diffusa. E’ innegabile che ha dei profondi legami con questa estetica e apprezzo moltissimo il fatto che nel tuo articolo hai saputo cogliere anche le altre caratteristiche che rendono Debussy un compositore unico e innovatore nel panorama dell’epoca.

    5. Federico Preziosi Says:
      gennaio 16th, 2009 at 20:40

      Ti ringrazio. Credo che impressionista, seppur con i limiti del caso, sia il termine più appropriato perchè certe “etichette” sono proprie di una cultura specifica. Per esempio, quando penso al Romanticismo mi viene in mente la Germania, quando penso alle storie fantastiche automaticamente immagino anche i popoli dell’Est, se mi si presenta la parola BLUE non posso non pensare all’America, così come il concetto di melodia lo sento molto italiano. Non voglio fare un ragionamento basandomi su stereotipi, ma è altrettanto vero che certi elementi estetici ci conducono necessariamente ad una cultura che esprime la propria essenza con qualcosa che potremmo chiamare gusto, retroterra, articolazione, archetipo…
      Nel caso di Debussy, l’altro aggettivo che mi viene in mente è simbolista, ma ciò che connota principalmente la sua musica è il colore del suono, per questo concordo pienamente sulla definizione di impressionista.

    6. Claudia Scroccaro Says:
      gennaio 18th, 2009 at 17:01

      GRazie per la risposta Fede… come sempre molto preparato e preciso!

    7. Stefano Naimoli Says:
      gennaio 19th, 2009 at 18:16

      Il Prélude e La Mèr sono solo i casi più clamorosi del magistero orchestrale di Debussy, ma ci sono molte altre opere che meriterebbero più attenzione: la fantasia per piano e orchestra, le due danze per arpa e orchestra d’archi, le due rapsodie per sax e per clarinetto, sono solo alcuni esempi.
      Riuscire a creare nouvi impasti timbrici (dimostrando che l’effetto orchestrale non era solo nei massicci pieni d’orchestra wagneriani e forme vaghe), “sfumare quelle che erano forme canoniche (lo stesso Prèlude se lo si osserva bene ha una forma di Lied A-B-A’) così come la pittura impressionista sfumava i contorni, sono stati due contributi a mio avviso fondamentali per il 900 musicale: gli stessi Inglesi molto ebbero da imparare dall’impressionismo sonoro di Debussy.
      Ha ragione Federico su tutto quello che scrive: la poetica di Debussy, come quella dell’impressionismo in genere è quella dell’ “attimo fuggente”, ossia la scelta di rappresentare la realtà cogliendone le impressioni istantanee. La natura di Debussy non è quella immutabile delle montagne o dei fiumi ma, al contrario, quella che travalica il tempo, in costante metamorfosi, in continua trasformazione, in quanto percepita nel divenire.
      E’ questo che crea il senso di vago in Debussy: non troviamo un punto di “appoggio”, che poi musicalmente si traduce in una tonalità non ben definita.
      E questo a maggior ragione nel Prélude, dove non abbiamo un mero descrittivismo ma la ricerca di uno stato onirico in suoni, in cui reale e immaginario si fondono e si confondono: il fauno di mallarmè dice:”Dunque ho amato un sogno?” E questa frase, che è impressionista nell suo significato, ci da la chiave di lettura esatta per capire l’opera di Debussy.

    8. Federico Preziosi Says:
      gennaio 19th, 2009 at 19:17

      un’ottima chiave di lettura

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