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    Music and Philosophy

    By Redazione Musica | febbraio 6, 2009

    Iniziamo con questo Post, una rubrica – in collaborazione con la Redazione del Rigo Musicale – di sicuro interesse interdisciplinare tenuta da un autore di eccezione: il Prof. A. Postorino. Un intervento al mese dedicato al rapporto nella storia e nel Pensiero fra l’Arte della Musica e la Filosofia.
    Buona Lettura!

    Redazione

    *

    Musica e filosofia, o dell’armonia delle sfere*

    Volendo aprire in qualche modo la dimensione del rapporto fra musica e filosofia non si ha, letteralmente, che l’imbarazzo della scelta. Per la sapienza pitagorica godere dell’armonia musicale equivale a godere dell’ordine numerico che, strutturando in profondità l’universo nella totalità delle sue essenze qualitative, non è poi soltanto comprensibile con l’intelligenza, ma è anche percepibile sensibilmente. Che la lunghezza di una corda musicale dimezzata rendesse la consonanza perfetta di ottava, e che si verificasse poi una precisa proporzionalità fra semplicità della relazione matematica e perfezione della consonanza, era qualcosa di stupefacente e insieme di illuminante, e la più antica sapienza filosofica non poteva che concluderne l’unità di musica e filosofia nel medium della matematica, appunto come comprensione e contemporaneo godimento sensibile dell’ordine assoluto delle cose: l’intelligenza dell’essere ha come correlativo la musica misteriosamente silenziosa che fluisce dall’armonia delle sfere celesti.
    Quando Carnap, ventisei secoli dopo, polemizzava in clima neopositivista contro la metafisica, affermando che i filosofi metafisici sono musicisti senza talento musicale, diceva qualcosa di vero a prescindere dalla polemica (che oggi come oggi appare piuttosto datata): entrambe infatti, musica e metafisica, contemplano un ordine assoluto e godono di questa contemplazione, anche se le modalità di questo godimento sono differenti e ciascuna a suo modo autonoma rispetto all’altra. La tesi di Carnap, liberata dalla strumentalità polemica, echeggia l’antica intuizione pitagorica a un livello irrevocabile di verità. Qui i riferimenti a Schopenhauer, che considerava la musica come la via d’accesso più prossima alla liberazione contemplatrice delle idee platoniche, o a Nietzsche, la cui vita potrebbe essere descritta, su sua stessa indicazione, come il passaggio dal caliginoso universo wagneriano dell’Anello del Nibelungo alla solarità cosmica della Carmen di Bizet, sono tanti e tali che non mette conto parlarne.
    Affinché poi queste non appaiano come speculazioni astratte e generiche, c’è forse un modo migliore per porre il problema: quello di riportarlo alla quotidianità, dunque all’esperienza di chiunque. Quando, molti e molti anni fa, decisi che nella vita avrei fatto il musicista (poi non l’ho fatto, ma mi sono occupato in compenso di metafisica: bollato da Carnap senza scampo!), ebbi modo di tormentare il mio primo maestro con domande che per me erano omologabili ai grandi enigmi dell’universo. Per quale ragione un accordo di dominante tira così irresistibilmente verso la tonica, non facendoci accettare nessun accordo diverso, e lasciandoci frastornati di fronte a qualunque cadenza d’inganno, poiché ciò che agogniamo visceralmente resta la tonica? Perché un accordo minore esclude irrevocabilmente il sentimento della gioia e un accordo maggiore dissipa immediatamente il senso del tenebroso? Perché un motivetto per bambini suonato in do e accompagnato in fa diesis (il famoso “tritono”, o diabolus in musica) rende con sicurezza un effetto sinistro e inquietante, come sa qualunque commentatore musicale di film del terrore? Il pover’uomo mi seguiva perfettamente ma non aveva risposte da darmi, se non la più semplice che è di fatto così e non altrimenti. Troppo poco, per chi voglia capire. Troppo, per chi ritiene che i fatti significano solo se stessi.

    Antonino Postorino

    * (Il RIgo Musicale, Anno III, marzo 2006)

    Topics: LITERATURE, MUSIC, Music and Philosophy, Philosophy | No Comments »

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