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    R. V. Williams… II Symphony (4/12)

    By Redazione Musica | febbraio 8, 2009

    A London Symphony: una città in musica

    I.
    Se, come visto nel precedente articolo, il Mare è stato un’importante fonte di ispirazione nella storia della musica, anche la Città, seppur in maniera meno marcata, è stata un luogo estetico che ha solleticato la creatività dei compositori. Si faccia bene attenzione però: non si intende città da un punto di vista urbanistico; la musica vede la città non per la sua struttura architettonica, ma per quello che essa rappresenta. È un’idea, quella della Città. In essa sono contenuti concetti di vitalità e di movimento; racchiude suoni, atmosfere (anche contrastanti).

    E anche quando ci sono rimandi a luoghi precisi di essa, non è mai una trasposizione in suoni del luogo fisico, ma dell’atmosfera di quel luogo o di situazioni che avvengono in esso: quindi il luogo diventa solo uno sfondo, una scenografia quasi teatrale.
    Gli esempi sono molteplici: pensiamo al “Quintetto in Do maggiore op. 30 n. 6″ di Luigi Boccherini, che reca l’appellativo “La musica notturna delle strade di Madrid”; pensiamo a la “Festa a Bagdad” da “Shéhérazade” di Rimsky-Korsakov o, sempre del buon Nicolaj, alla poco conosciuta, ed eseguita, “Leggenda dell’invisibile città di Kitez” del 1907. Gli esempi più eclatanti vengono però dall’Italia: tra il 1914 e il 1928 Ottorino Respighi celebra Roma, le sue atmosfere e le sue bellezze, con i tre Poemi Sinfonici “Fontane di Roma”, “Pini di Roma” e “Feste Romane”. In questi tre gioielli orchestrali le “[...] immagini reali di Roma, e moti nativi del popolo Romano [...] investono l’ispirazione musicale” . Curiosa coincidenza, lo stesso anno delle “Feste Romane”, George Gershwin compone “An American in Paris”, dopo un viaggio nella capitale parigina assieme al fratello: nel brano, ebbe a dire l’autore, si evocano “le impressioni di un turista americano che, passeggiando per Parigi, presta attenzione ai rumori per le strade e s’inzuppa di atmosfere pariginie” .
    Ma ben prima di Respighi e Gershwin, l’Inghilterra si era inserita in questo filone, per così dire, di ispirazione “metropolitana”, e a fare ciò fu proprio il nostro Ralph Vaughan Williams con la sua seconda sinfonia.

    II.
    Vaughan Williams visse per 18 anni nella realtà tranquilla e ovattata del villaggio di Down Ampney, nella “countryside” inglese del Gloucestershire; il suo arrivo a Londra, per studiare al Royal College of Music, fu abbastanza traumatico: “noise and scurry” (baccano e turbinio) furono le impressioni sui primi tempi della sua vita londinese. Queste nuove impressioni per un ragazzo di campagna, queste nuove atmosfere e nuovi ritmi di vita costituiranno parte di quello stimolo creativo che spingerà Vaughan Williams a scrivere una sinfonia su Londra.
    L’altra parte, invece, deriva dalle continue e affettuose sollecitazioni provenienti dall’amico e compositore George Butterworth (1885-1916) : fu il primo oltre a Holst, che però era più grande di età, a vedere nelle composizioni di Vaughan Williams quella dignità di opere nazionali, cioè autenticamente inglesi. La “Tallis Fantasia” del 1910 era stato l’inizio della “British Renaissance”. Poi la “Sea Symphony” che, pur essendo scritta nel nuovo linguaggio inglese, non si rivolgeva solo agli Inglesi: il testo di Whitman la rendeva di fatto un’opera universale. Con la nuova opera, secondo Butterworth, doveva raggiungere il culmine questa prima fase artistica di Vaughan Williams, principalmente volta far nascere un’autocoscienza musicale tutta inglese. E di fatti la “London Symphony” chiude, per così dire, questo periodo creativo, ma allo stesso tempo va a costituire la premessa per le opere future.
    Se infatti il linguaggio è ancora per la maggior parte di derivazione impressionista, accanto a esso si cominciano a notare alcuni elementi espressionisti che nelle opere successive andranno man mano emancipandosi, creando un vero e proprio secondo linguaggio (o linguaggio tardo, visto che ricopre tutta la fase matura fino alla morte del compositore) nell’opera di Vaughan Williams. La seconda sinfonia, quindi, oscilla sempre tra questi due elementi. I primi abbozzi risalgono al 1910: erano degli schizzi per un poema sinfonico ispirato a Londra, ma Butterworth spinse Vaughan Williams ad abbandonare l’idea e ad abbracciare piuttosto il progetto di una nuova sinfonia. Questo permise a Vaughan Williams di trovare una via di mezzo, esteticamente parlando, tra la cosiddetta musica a programma, e la cosiddetta musica assoluta: “la musica si presta a trovare incidenti londinesi senza perdere la sfida di essere «assoluta»” . Nell’arco di tre anni la sinfonia fu completata e presentata nel 1914 alla Queen’s Hall di Londra, diretta da Geoffrey Toye. La critica accolse subito favorevolmente la sinfonia e tutti ne rimasero entusiasti. Tutti tranne Vaughan Williams: l’insicurezza e l’ansia che soffriva verso le sue composizioni erano seconde solo a quelle che Bruckner nutriva per le sue sinfonie. Il suo amico e copista Roy Douglas ricorda: “Qualche volta un movimento, alla luce della critica degli amici, subiva notevoli modifiche [...] quando era convinto di aver trovato la forma giusta, con le sezioni a posto, non cambiava più idea” .
    Non convinto, quindi, di questa prima stesura della sinfonia (tanto da cancellare due successive esecuzioni, una a Parigi e un’altra a Edimburgo), chiese ai suoi amici cosa avesse dovuto tagliare o riscrivere. La partitura completa fu inviata in Germania nel 1914 per la pubblicazione della versione corretta. Il manoscritto però si perse e così Vaughan Williams, aiutato da Butterworth e da Toye, fu costretto a riscrivere la sinfonia ex-novo, basandosi sulle sole parti staccate disponibili, e apportando direttamente le correzioni volute. Così nel 1918 vide la luce una seconda edizione, presentata al pubblico sotto la prestigiosa direzione di Adrian Boult. Nuovi cambiamenti vennero effettuati nel 1920, in vista di un concerto diretto da Albert Coates. Questa versione fu pubblicata lo stesso anno con dedica al defunto Gorge Butterworth, ma altri cambiamenti si susseguirono nel 1933, per un concerto diretto da Sir Thomas Beecham, e nel 1934. Solo nel 1936 fu pubblicata la partitura definitiva, riveduta e corretta, che rappresenta l’intento ultimo di Vaughan Williams, raggiunto in oltre 20 anni di maturazione del suo gusto compositivo e orchestrale: rispetto alla versione originale del 1913, la versione definitiva risulta molto più concentrata, con una durata di circa 45 minuti contro l’ora e cinque minuti della prima edizione . L’organico non subì mai consistenti trasformazioni nelle varie edizioni, e comprende: archi, tre flauti e ottavino, due oboi e corno inglese, due clarinetti e clarinetto basso, due fagotti e controfagotto, due trombe, due cornette, rullante, timpani, grancassa, piatti, gong, sonagli, glockenspiel e due arpe.

    III.
    Il primo movimento (per lo più in Sol minore), come accadeva nelle sinfonie classiche, si apre con un “Lento” dal sapore impressionista, che i critici dell’epoca non esitarono a paragonare all’inizio de “La Mer” di Debussy: viole, violoncelli contrabbassi e clarinetti dipingono un quadro brumoso e tranquillo. È l’alba, la nebbia avvolge ancora la città addormentata. Su quest’atmosfera quasi statica, arpa e clarinetto in lontananza imitano i rintocchi del Big Ben. La musica pian piano si anima e dopo una pausa improvvisa, l’orchestra esplode in un fortissimo accordo dissonante: è l’inizio dell’”Allegro risoluto”, è l’inizio della vita nella city, con il suo caos, i suoi suoni e le sue atmosfere convulse. Qui la musica da impressionista diventa espressionista, proprio per richiamare questa idea di caos frenetico.
    È un susseguirsi di materiale tematico che suggerisce la molteplicità di situazioni della città; troviamo materiale folkloristico, proveniente dalla “countryside”, che Vaughan Williams “storpia” completamente, orchestrato mirabilmente per dargli un carattere concitato, “Boisterous” (chiassoso, turbolento), per usare un’aggettivo utilizzato anche da Britten nella sua “Simple Symphony” del 1925.
    Troviamo addirittura elementi ritmici del “Ragtime” , a simboleggiare, a detta di Butterworth, “Hampsted Heath in piena festa” .
    La musica va acquietandosi: una sezione centrale più tranquilla presenta un dialogo tra violino e violoncello soli, dipingendo quadri sereni dei parchi londinesi. Qui il linguaggio ritorna impressionista. Subentra, poi quella che potremmo definire la “ripresa”, sebbene il primo movimento non abbia propriamente una struttura da forma sonata, ma presenti decisamente una forma più libera, quasi rapsodica: ritornano, variati, i temi sentiti all’inizio, i quali conducono a una nuova sezione segnata come “Pesante”: è la coda del movimento che si conclude in un grandioso climax.
    Il secondo movimento, indicato come “Lento”, “è un idillio di cieli grigi e stradine nascoste – un aspetto di Londra universalmente conosciuto -, la sostanza della musica è remota e mistica, e la sua bellezza è di una qualità che non si spiega facilmente” . Si apre col corno inglese, che intona un melanconico tema, accompagnato mestamente dagli archi con sordina. È un paesaggio immobile, invernale . Le tinte sono squisitamente impressioniste. Il tema passa in successione al flauto e poi alla tromba. Una seconda sezione è caratterizzata dal dialogo tra viola sola e legni: il tema affidato alla viola è il canto di una venditrice di lavanda che Vaughan Williams dice di aver ascoltato a Chelsea nel 1911. L’atmosfera si incupisce, il ritmo dei sonagli, stilizzazione del rumore delle vecchie carrozze a cavalli della city, conduce a un grandioso climax. Mentre la musica si acquieta riemerge nuovamente il tema iniziale del corno inglese, subito seguito dal canto della viola, che poeticamente conclude questo movimento.

    IV.
    Il terzo movimento è uno “Scherzo”, cui Vaughan Williams appone l’appellativo di “Nocturne”. Non si travisi il senso dell’appellativo: non c’è niente di quell’idea di Notturno che si associa comunemente a Chopin; Vaughan Williams usa il termine “Nocturne” come per dire “di notte”. Si tratta, infatti, di un’immagine di vita notturna di Londra. Il movimento si apre in maniera particolare: non udiamo il tema chiaramente esposto, ma spezzettato in vari frammenti, esposti alternativamente dalle varie sezioni dell’orchestra. È musica goffa, una pesante marcia che racchiude in sé quel carattere chiassoso che caratterizzava il primo movimento. Nel trio centrale in Do maggiore vengono evocate le musiche degli ambulanti, suonate con le armoniche a bocca o gli organetti. Dopo un breve ritorno dello Scherzo, l’atmosfera cambia improvvisamente, si distende: la city finalmente va a dormire.
    L’ultimo movimento (“Andante con moto – Maestoso alla marcia, quasi lento”) recupera il “noise and scurry” del primo movimento: si apre con un con un tema tragico e appassionato, esposto in fortissimo da tutta l’orchestra come un grido disperato. Fa seguito una cupa marcia che conduce direttamente a una sezione più animata, caratterizzata da un tema sincopato affidato ad archi prima, e corni poi. Indubbiamente una metropoli come Londra presenta non solo aspetti vitali o gradevoli, ma anche turpi: sono i bassifondi, e le atmosfere di questi luoghi malfamati a ispirare questa parte della sinfonia. Il tema, tra momenti più distesi in cui torna nuovamente la marcia di apertura e altri nuovamente agitati, cresce man mano trasformandosi in una nuova marcia, sino ad arrivare a un impressionante climax (qui la musica diventa nuovamente espressionista), al cui culmine l’intera orchestra intona fortissimo un accordo dissonante, rafforzato anche dal gong. La musica cambia subitamente: torna una citazione del tema del primo movimento a dare unità e ciclicità alla sinfonia. Altro repentino cambiamento: l’arpa in lontananza intona di nuovo i rintocchi del Big Ben. Inizia così l’epilogo della sinfonia: in pianissimo sentiamo flauto e clarinetto intonare un motivo ondulatorio mentre gli archi con sordina intonano note lunghe. È il Tamigi che scorre mentre la nebbia lentamente cala sulla città. Questa immagine fu suggerita a Vaughan Williams dalla lettura di “Tono-Bungay”, una novella di H. G. Wells , in cui Londra viene descritta come se fosse osservata da una barca che naviga sul Tamigi. Ritornano alcuni frammenti dei temi dei precedenti movimenti e, dopo un ultimo, elegiaco solo di violino, la musica arriva a una quieta conclusione.
    La vicenda di questa sinfonia, la sua genesi, le sue continue modifiche, hanno del picaresco. È stato un percorso creativo non meno turbinoso delle atmosfere che la musica cattura. Però, ad anni di distanza, lo stesso Vaughan Williams giudicherà il suo secondo lavoro sinfonico come uno dei più riusciti.

    Stefano Naimoli

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    Topics: 20th Century, 20th Century, Contemporary, Great Composers, History of Compositional Technique, History of Music, History of Music Theory, MUSIC, Music Analysis, Ralph Vaughan Williams, Research Monograph | 31 Comments »

    31 Responses to “R. V. Williams… II Symphony (4/12)”

    1. Rosy Says:
      febbraio 8th, 2009 at 20:26

      Ciao Stefano!
      Tra qualche giorno dovrebbe arrivarmi il cofanetto con tutte le Sinfonie di R.V. Williams dirette da Sir Adrian Boult e il Cd dell’Opera “Pilgrim’s Progress”, sempre diretta da Boult. ;) Ho ricapitolato per via del trasloco da un articolo ad un altro, quello pertinente! Comunque, visto che trattiamo pur sempre di musica, non e` tanto importante il “luogo”, quanto il fatto che si scriva, anche solo per esprimere la contentezza di essere finalmente riusciti a trovare qualcosa che sembrava molto difficile da reperire (spero non vi siano intoppi!), oppure per richiamare una frase, nel corpo dell’articolo, che ci ha colpiti. Sicuramente ogni articolo sul compositore ha una grande importanza per la scarsita` di materiale che e` possibile reperire nel nostro paese. Come gia` detto, cio` non ci onora. Ora, quando ascoltero` le sinfonie o altri lavori di Williams, avro` un valido punto di riferimento, infatti, fino ad ora, mi sono limitata ad apprezzare molto la sua musica a livello prettamente emozionale, senza mai trovare qualcosa in piu`per addentrarmi in questa bella musica. Leggendo l’articolo, ad un certo punto, si parla di un senso di scontentezza del compositore nei confronti di “A London Symphony”, per curiosa coincidenza, il mio pensiero e`andato subito a Bruckner, noto appunto per la sua insicurezza e i continui ripensamenti sulle sue composizioni, infatti ho subito il riferimento nell’articolo; non sapevo che Williams soffrisse di tali patemi, almeno non quanto Bruckner, che avrebbe lasciato qualcun altro al suo posto, alle sue proverbiali indecisioni!

    2. Stefano Naimoli Says:
      febbraio 9th, 2009 at 10:07

      Ciao bella. Guarda sto fremendo anche io pe l’arrivo dei tuoi acquisti. Poi fammi sapere.
      L’insoddisfazione di Vaughan Williams non tocca solo A London Symphony. Questa sinfonia è solo il caso clamoroso. Ma ogni sua opera subisce almeno una revisione o un ripensamento.
      Solo che a differenza del povero Bruckner qui la situazione è forse peggiore: non ci sono filobrahmsiani che ti boicottano, non ci sono tuoi allievi o altri direttori d’orchestra che ti spingono a tagliare, cambiare (laddove non sono proprio loro a farlo). Qui dipendeva tutto da Vaughan Williams, senza pressioni esterne. Era di una severità e di una esigenza tale con sè stesso che anche la Tallis fantasia venne sottoposta a ben due revisioni prima di essere data alle stampe. Era convinto che cambiando lui nel tempo, cabiassero le sue capacità e quindi questo miglioramento si dovesse comunque percepire, a livello di equilibrio formale e perfezione orchestrale, nelle sue opere. Ragionando così tu capisci che vai incontro ad un lavoro di revisione infinito. Se non c’erano la moglie (ne ebbe due) e gli amici a tranquiillizzarlo avrebbe passato più tempo a revisionare che a comporre roba nuova.
      Comunque molte prime versioni delle sinfonie di Bruckner sono molto ma molto più ardite delle versioni definitive. La terza sinfonia, nella versione originale del 1873 ne è un esempio. Io ce l’ho e ti assicuro che risulta una delle più monumentali del buon anton assieme alla 5 e alla 8.
      Ah…una cosa: forse è un problema di visualizzazione mio (se è così chiedo umilmente perdono in ginocchio), ma so’ sparite le note a piè di pagina?

    3. Rosy Says:
      febbraio 9th, 2009 at 17:49

      Il pensiero di Vaughan Wiliams non fa una piega. Gli stessi interpreti variano le loro esecuzioni con il mutare delle stagioni della vita, figuriamoci un compositore alle prese con le sue idee, il suo sentire. Riesco a comprendere le persone che sono “indecise” o insoddisfatte per ragioni profonde, perche` sono in grado di mettersi in discussione e perche` sono disposti a confrontarsi con una sensibilita` che nel corso degli anni o per eventi della vita, puo` mutare. Il caso di Anton Bruckner, come tu spieghi, e` diverso. Dio sa` quanto io ami questo compositore e quanto abbia bisogno della sua 6a, 7a, 8a, 9a….! L’ho scoperto, in esecuzione dal vivo, piuttosto tardi, con la Sinfonia No 6, diretta da Riccardo Muti, in occasione dei concerti con la Filarmonica della Scala, e subito mi ha conquistata.
      Karajan :) ha sempre eseguito l’edizione di Robert Haas, il primo curatore dell’edizione dell’Opera Omnia di Anton Bruckner, sostituito poi da Leopold Nowak; il grande Eugen Jochum aveva una predilezione per le edizione Nowak delle Sinfonie. Vediamo cosa ci racconta Herbert riguardo questi argomenti. A me hanno sempre interessato le problematiche dell’interpretazione, e forse anche qualche lettore potrebbe leggere volentieri le curiosita` che scrivo: ” I tempi delle partiture originali sono piu` semplici di quello che poi diventano in alcune edizioni. (penso si riferisca alle Nowak, che dici, Stefano?) Spesso Bruckner vuole una lieve modifica del tempo e scrive “langsamer”, piu` lento, ma a volte si giunge a rallentare del trenta per cento il tempo!…….Solo piu` tardi sono riuscito ad ottenere in potenza un solo palpito per tutta l’Opera!”( Pensiamo al senso di interezza che da` la sua lettura dell’Ottava). ” Ho conosciuto sia Haas che Nowak. Haas e` stato un grande editore ed ha ripristinato alcuni punti importanti, ma non sempre e` possibile andare alle idee originarie di Bruckner: per esempio la prima versione dell’Ottava Sinfonia, dove il primo movimento finisce con una Coda in fortissimo”.

      Le note a pie` pagina non ci sono :(

    4. Stefano Naimoli Says:
      febbraio 9th, 2009 at 19:01

      Purtroppo il problema delle edizioni delle sinfonie di Bruckner è un rebus ancora senza una soluzione definitiva. Adesso si sono affiancate anche le edizioni Carragan, in particolare per la seconda sinfonia (lo ascoltata, è davvero molto bella)- E’ una giungla. Pensa solo che la Romantica è stata totalmente stravolta, lo scherzo addirittura rifatto.
      Se puoi cerca di rimediare un’incisione della terza di Anton nell’edizione Nowak, che è la versione originale.
      Dopo di che “frullerai nel secchio” le revisioni del 1877 e 1889 (che sono di solito quelle più usate, specie quella del 1889)

    5. Rosy Says:
      febbraio 9th, 2009 at 21:45

      Ciao stefano,
      grazie dei consigli. Sono curiosa di sentire la versione che mi proponi della Terza. Se puoi darmi piu` informazioni, tipo chi la suona e quale etichetta discografica.. ;)
      Karajan parla anche di Joseph e Franz Schalk, che avrebbero apportato grosse modifiche alle partiture di Bruckner, mossi pero`da buone intenzioni. (Mi puoi spiegare, Stefano?) Le sinfonie, continua Karajan, sono irte di difficolta`e ai tempi di Bruckner non c’erano le risorse che abbiamo oggi. ” Se Bruckner richiede otto corni dai quali bisogna ricavare anche le tube ed il basso tuba, si presenta un sforzo eccessivo. Adesso io ho la possibilita` di avere strumentisti in sovrannumero, cosi` per le Sinfonie molto lunghe c’e` la possibilita` che gli esecutori abbiano qualche momento di riposo. Ai tempi di bruckner, spesso non si poteva fare altro che ristrumentare un passo perche` era noto che il terzo corno non era molto valido!” Questa cosa l’ho letta in qualche biografia di Karajan. Ricordo che ne parlava nei dettagli. Ma in quale libro ? Mannaggia! :(

    6. Rosy Says:
      febbraio 9th, 2009 at 21:46

      Ciao stefano,
      grazie dei consigli. Sono curiosa di sentire la versione che mi proponi della Terza. Se puoi darmi piu` informazioni, tipo chi la suona e quale etichetta discografica.. ;)
      Karajan parla anche di Joseph e Franz Schalk, che avrebbero apportato grosse modifiche alle partiture di Bruckner, mossi pero`da buone intenzioni. (Mi puoi spiegare, Stefano?) Le sinfonie, continua Karajan, sono irte di difficolta`e ai tempi di Bruckner non c’erano le risorse che abbiamo oggi. ” Se Bruckner richiede otto corni dai quali bisogna ricavare anche le tube ed il basso tuba, si presenta un sforzo eccessivo. Adesso io ho la possibilita` di avere strumentisti in sovrannumero, cosi` per le Sinfonie molto lunghe c’e` la possibilita` che gli esecutori abbiano qualche momento di riposo. Ai tempi di bruckner, spesso non si poteva fare altro che ristrumentare un passo perche` era noto che il terzo corno non era molto valido!” Questa cosa l’ho letta in qualche biografia di Karajan. Ricordo che ne parlava nei dettagli. Ma in quale libro ? Mannaggia! :(
      impossibile!

    7. Stefano Naimoli Says:
      febbraio 9th, 2009 at 22:25

      Guarda, per la terza di Bruckner versione 1873 la scelta è davvero molto, molto, molto, molto, molto, molto, molto, molto ristretta.
      3 incisioni in tutto
      - Kent Nagano con la Deutsches Symphonie Orchester di Berlino [Deutsche Harmonia Mundi]
      - Eliahu Inbal con la Frankfurt Radio Symphony Orchestra [Teldec, è stato il primo nel 1982 ad incidere questa edizione]
      - Georg Tintner con La Royal Scottish National Orchestra [Naxos]

      Io possiedo l’ultima incisione…che dirti se non che è un’esperienza di una bellezza assoluta?

      Qui puoi trovare una recensione a riguardo [è in inglese]

      http://www.classicstoday.com/review.asp?ReviewNum=836

    8. Rosy Says:
      febbraio 10th, 2009 at 01:48

      Grazie Stefano,
      soprattutto per il link al sito. Sono curiosissima di sentire la terza di Bruckner nella versione del 1873! Ci sono delle tracce di ascolto nel Sito Naxos, sfortunatamente non funzionano. :(

      Ancora un ricordo di Anton Bruckner nell’articolo che parla del compositore Inglese Ralph Vaughan Williams. La musica unisce!

      Theodor Georg R. von Karajan, ricordava molto bene i concerti di Bruckner. Aveva assistito all’esecuzione del “Te Deum” durante il quale il pubblico a poco a poco era andato via sbattendo la porta. Metà dei presenti avevano lasciato la sala durante l’intervallo, e alla fine Bruckner si ritrovò da solo. ” Ma la musica di Bruckner è primordiale”, dice il figlio di Theodor, Herbert,” Forse si deve andare all’abbazia di Sankt Florian per capire perchè la sua musica è quello che è, con tante pause e un tale senso del grande spazio.”
      Bruno Walter sosteneva che in ogni grande opera vi è un solo vero acme. “Molti direttori creano immani crescendo”, spiega ancora Karajan, ” dopodichè la musica crolla. E’ come un uomo che sale di slancio verso la vetta di una montagna e poi cade giù. Questo è il punto essenziale del ragionamento di Walter. Quando si è su, si deve sapere che si è su! Si guarda il panorama e ci si sente felici ( il paragone calza perchè K era pure un alpinista). Anche la fine la fine bisogna sentirla come una fine. Questo vale per Bruckner, dove la Coda diviene sempre più lenta. Io dico sempre all’Orchestra: non è questo il modo, dovete pensare alle ultime misure come ad una corona che dura quanto tutta la Coda. Osserviamo il metronomo. Se non lo facciamo, il libro non ha la sua giusta conclusione.

    9. Stefano Naimoli Says:
      febbraio 10th, 2009 at 10:05

      Il Te Deum di Bruckner è una delle cose che più mi fomenta quando l’ascolto. E’ assolutamente incredibile!
      Anche il Buon Vaughan Williams compose un Te Deum (1928) ed è assieme alla messsa la sua opera sacra principale.

      Per le clip audio della terza di Anton prova qua
      http://www.jpc.de/jpcng/classic/detail/-/hnum/1785515?rk=classic&rsk=hitlist

    10. Rosy Says:
      febbraio 10th, 2009 at 21:45

      Si, incredibile!
      Mi sono ricordata di Schalk! Era il direttore dell”Opera di Vienna. Ecco come fila bene il tuo discorso sulle edizioni delle opere di Bruckner; tu mi puoi insegnare tutto in materia, io sono soltanto una persona che ama enormemente la musica e desidera comprendere sempre qualcosa in piu`!
      Ecco come continua il discorso di Herbert: ” Nelle pariture originali i tempi erano assai piu`sempilci di quanto non siano diventati nele edizioni successive, ma questa e` una cosa che, come i tempi dei valzer viennesi, si deve imparare a riconoscere d’istinto. In molti casi, inoltre, l’orchestrazione nelle pariture originali era differente. Bruckner, che comincio` a comporre piuttosto tardi, aveva -come hai detto tu- un gruppo di amici, fra i quali Franz Schalk, che mostrava di possedere una grande fiducia nel compositore. Schalk pero` era un musicista molto pratico, e quando si rese conto che le partiture erano piene di trabocchetti per l’orchestra, insieme ad altri amici, persuase il compositore ad apportare un certo numro di modifiche. Per esempio, non ignoravano che prima o poi un terzo corno sarebbe stato in grado di assolvere al suo compito, ma a quei tempi il terzo corno era uno strumentita molto modesto, allora perche` non mettergli accanto delle viole per assicurarsi che tutto andasse nel modo migliore? In poche parole, diminuirono qualsiasi genere di difficolta`del testo, con il risultato che le edizioni piu` tarde contengono un’infinita` di errori perche` redatte all’insegna del piu` facile! Ma oggi, i livelli delle Orchestre sono talmente alti, da poterci permettere di suonare la musica originale”

    11. Stefano Naimoli Says:
      febbraio 11th, 2009 at 09:52

      Il fatto è che con Bruckner più che mettere d’accordo i vari editori dovresti farlo con i direttori. Ognuno sceglie un’edizione perchè intimamente convinto che sia quella giusta in base a criteri diversi tra i vari esecutori, ma comunque tutti giusti e sacrosanti. Non so se arrivare ad un’edizione unica servirebbe comunque. Ci dovrebbe essere questa volontà sia da parte dei musicologi, sia da paret dei direttori. Anche se poi così facendo perderemmo una parte del fascino dell’opera bruckneriana. Con Vaughan Williams per fortuna si è affermata subito, anche per volontà dello stesso compositore, la prassi di eseguire le versioni ultime uscite dalle varie revisioni. Solo la seconda ha iniziato a scardinare questa tradizione venendo presentata anche nella prima edizione, ma più per un fatto di curiosità, per capire come era originariamente, ed avere un termine di paragone sul dopo. Così si può apprezzare meglio tutto ciò che è intercorso tra le due versioni, capire e sentire i cambiamenti che sono passati nella mente del compositore.
      Pensa se un’operazione del genere potesse essere fatta su Beethoven.

    12. Rosy Says:
      febbraio 11th, 2009 at 21:33

      Giusto, riguardo Bruckner, il fatto che un’unica edizione critica sarebbe limitante e non credo sia tanto facile mettere tutti daccordo. E Beethoven? Abbiamo le Opere numerate da lui, quelle catalogate subito dopo la sua morte, quelle prive di numero Opus (WoO), ect..si potrebbe fare, oppure e` meglio lasciare tutto come si trova? Forse Beethoven e` il compositore che amo di piu`, credo. Comunque la partitura dell’Eroica e` sempre vicino a me da tanto tempo, e questo significhera` qualcosa.

      Perdona se ancora mi riferisco a Karajan, ma ho una quantita` immensa di materiale catturato da interviste, per non parlare dei libri in tutte le lingue. Lui dice che le indicazioni metronomiche del compositore le si debba considerare con attenzione, pero`, mentre alcune sono utili, altre possono indurre ad errori. Domanda che si pone l’esecutore:” Quale e` la durata complessiva del tempo in una determinata frase?” Noi non sappiamo come Beethoven dirigesse la sua musica o come l’avrebbe diretta se fosse stato in grado di udire quello che avveniva in esecuzione.

    13. Rosy Says:
      febbraio 12th, 2009 at 00:50

      Nel caso della Sinfonia N° 7 ci si potrebbe non render conto che la musica in tempo veloce dà l’impressione di essere piatta, anche se ogni nota sia ben articolata, come per esempio l’ulimo movimento. Quando l’interprete di Salisburgo lavorava ad Ulm, era consuetudine dirigere il Finale a un tempo molto più lento di quanto si usi oggi. Lui sapeva o sentiva che era sbagliato, ma non poteva uscire dalla tradizione per la difficoltà di realizzare il contenuto intrinseco della musica. In seguito, finalmente, i due elementi si sono uniti: tempo giusto e contenuto. Però la maggiore difficoltà di questo interprete, riguardo le Sinfonie di Beethoven, era il primo movimento della Prima. Tutto la rendeva difficile, secondo lui. Da persona incrostata d’ignoranza, non riuscivo a comprendere quale difficoltà poteva esserci in quel lavoro.
      Spiega karajan: l’Introduzione è estremamente complessa per quanto riguarda l’intonazione, poi non è certamente scritta in modo così trasparente, quindi deve essere preparata con la massima cura; ci sono accordi dissolventi, pause. ” Sarà sempre un grosso problema, e soltanto molto raramente si riuscirà ad avvicinarsi, sia pur con approssimazione a quello che si ha in mente. Sembra così facile, ma per me è piena di misteri. Anzitutto ci sono tutte quelle variazioni d’armonia, poi arriva la scala, infine c’è quell’allegro che, per me, è un mondo a parte. Ho dedicato moltissimo tempo a lavorare su quest’allegro con l’Orchestra. So benissimo dove si nascondono le difficoltà e cioè in quegli accordi concepiti in modo tale che gli strumenti sembrano rifiutarsi di andare insieme. Ci sono cose in musica che suonano da sè, altre su cui bisogna lavorarci molto. Questo movimento appartiene alla seconda categoria.”

    14. Rosy Says:
      febbraio 12th, 2009 at 11:58

      Evviva! :D
      Sono arrivati i cofanetti, quello della Decca contenente tutte le nove Sinfonie di Ralph Vaughn Williams, dirette da Sir Adrian Boult alla testa della London Philharmonic Orchestra, “The British Music Collection”, MONO, Digitally Remastered. Poi quello della Emi contenente l’Opera” The Pilgrim’s Progress”, R.V.Williams, Sir Adrian Boult, LPO, con le prove di Boult. John Noble, baritono, as The Pilgrim.
      All’interno c’è il librettino con il testo dell’Opera, immagini dello stage, una bella foto di Boult mentre prova con l’orchestra, con la sua solita lunghissima bacchetta. L’Opera è stata registrata in Kngsway Hall, London, 5-7,11-13,16-18 e 20 Novembre 1970 e 28 gennaio 1971.

    15. Rosy Says:
      febbraio 16th, 2009 at 18:41

      Ciao Stefano,
      hai visto? Se ne e` andato il tuo commento invidioso! ;)
      Come ti avevo accennato, ascoltero` le Sinfonie a mano a mano che usciranno i tuoi articoli. A Sea Symphony and A London Symphony are really wonderful!
      Sara` molto emozionante sentire le voci di Williams e di Boult! Nella Sinfonia No 9, Boult lascia un breve messaggio a Williams, perche` in occasione della registrazione di questa Sinfonia, lui non pote` assistere come aveva fatto con le altre, perche` venne a mancare. Erano davvero molto amici.
      Invece, la voce del grande compositore, si puo` sentire alla fine della Sinfonia No 6, dove elogia il suo amico direttore d’Orchestra.
      Poi il librettino prosegue con esaurienti spiegazioni, solo in lingua Inglese. Come mi hai accennato tu, il tema della sinfonia No 5, si puo` ritrovarlo nell’Opera The Pilgrim’s Progress. Se non sbaglio, dice che, l’atmosfera generalmente serena, e` infranta da un’entrata di un corno, proprio come nella Sinf. No 5 di Sibelius, al quale e` dedicata “senza autorizzazione”, a causa della guerra. Correggi se ho sbagliato.
      Comunque, la musica di Williams e` bellissima, fai uscire gli articoli!

    16. Stefano Naimoli Says:
      febbraio 16th, 2009 at 23:25

      E’ tutto esatto bella, Vaughan Williams ammirava molto Sibelius. caso ha voluto morissero ad un anno di distanza l’uno dall’altro.

    17. Rodrigo Says:
      febbraio 18th, 2009 at 03:29

      Ho scoperto questo autore relativamente da poco.

      Cercando materiale in rete sono finito qui e trovo molto interessanti gli spunti biografici, sicuramente illuminanti allo scopo di delineare un tracciato storico-musicologico al contempo così peculiare e distante dalla sua epoca, eppure non privo di legami -un indecifrabile “quid” che ho colto in particolare ascoltando le sinfonie e che qui viene puntualmente definito “espressionismo” – con autori europei: qui leggo infatti che studiò con Ravell!

      Da studente di conservatorio, ho sempre trovato piuttosto desolante l”eurocentrismo imperante nell’ambiente accademico…in particolare l’ostilità – la quale mi vado sempre più convincendo abbia ragioni più storico-politiche che musicologiche- per gli autori inglesi, o extracontinentali in genere.
      Insomma: come Holst , Vaughan Williams e Britten – e aggiungo anche l’americano Barber che trovo molto affine come sensiblità- sono pressocchè sconosciuti rispetto ai contemporanei mittelereuropei, lo stesso è per il barocco Purcell annichilito da Bach o Haendel o per il rinascimentale Tallis(quanto si esegue palestrina o da victoria e quanto tallis?)…

      Per concludere – mi scuso per la digressione, ma questo è uno dei pochissimi spazi che ho trovato dove si discute di musica inglese e non ho potuto farne a meno- trovo molto interessante questa serie di articoli e,fiducioso nell’eventuale approfondimento che può nascere da questi commenti, pongo un quesito:

      quanto grande è stato l’apporto di Holst e Vaughan Williams
      -proprio in questo momento sto studiando la “antartic symphony”- alla contemporanea “musica da film” (in tutte le sue declinazioni, dalle vette di John Williams ai beceri scopiazzamenti di tanta musica hollywoodiana) ?

      Io credo immenso.

      Eppure neanche questo merito gli è riconosciuto…

    18. Stefano Naimoli Says:
      febbraio 18th, 2009 at 18:32

      E di che devi scusarti? di avere ragione? :D
      Riguardo alle tue riflessioni sulla emarginazione di questo repertorio rispetto al fulcro musicale mittleuropeo io una risposta la sto ancora cercando. Tu mi dici di cercare al di fuori dell’ambito musicologico e di cercare in quello storico e politico. Ti andrebbe , se ti va, di spiegarmi che cosa intendi? Ti riferisci a qualche retaggio politico della seconda guerra mondiale per caso?
      Capisco un po’ il tuo senso di frustrazione, è da quando scrivo in questo blog che lo dico: sdoganare il 900 inglese qui in italia è difficile.
      Figurarsi poi la scuola americana. E ti dirò: piace molto anche ame, anche eprchè gli influssi della musica british sul sinfonismo d’oltre oceano si sentono, e molto (Ives, Copland sono solo gli esempi più immediati che mi vengono).
      La Sinfonia Antartica (la n.7 delle nove), infine, nasce proprio come musica per film, quindi se senti delle affinità nella musica di john Williams o altri, è normale. Il debito c’è e si sente. Solo che se lo vai a dire ad un comune mortale (inteso come chi non sa chi era Ralph vaughan Williams) quanto ti può capire, o credere?.
      Tra le nove resta anche una delòle mie preferite in assoluto, sia per le sue trovate armoniche che timbriche. Dimmi solo se la stai studiando sulla partitura orchestrale o su una riduzione per piano. Nel primo caso, beh, auguri. non ho la partitura ma so che deve essere davvero…come dire…intricata :D

    19. Rodrigo Says:
      febbraio 22nd, 2009 at 04:00

      No no, ho la partitura originale(anche perchè non staimo parlando di musica “assoluta”…è impossibile da rendere in una trascrizione per pianoforte..)!

      Che, comunque, non trovo particolaremnte intricata dato che i colori orchestrali sono distribuiti sempre in maniera piuttosto “classica”(insomma non credo si possa dire che vaughan williams fosse particolarmente raffinato o originale nell’orchestrazione…certo non come lo era nelle scelte armoniche!)e di solito le sezioni seguono sempre un’unica trama…

      Per approfondire sulla mia allusione alla storicizzazione dell’ostilità verso la musica d’albione, mi basta pensare che questo è valido PER TUTTA la musica inglese…perfino per un genio indiscusso -e anche piuttosto filoeuropeo, nello stile- come Purcell;anzi, perfino Elgar, il più filoeuropeo di tutti viene eseguito pochissimo salvo il famoso concerto per Violoncello(anche se credo che la fama di questo concerto sia più dovuta a Jacqueline Du Pré che al compositore…)!

      E’ strano però che la stessa sorte non sia toccata alla letteratura inglese…ma forse qui la “concorrenza” mitteleuropea non era abbastanza forte da annichilire uno Shakespeare o uno Wilde!

      In uno degli articoli si osservava acutamente che l’Inghilterra non è stata capace di creare una scuola come lo fu Vienna…e questa osservazione è sicuramente valida per il ‘900.

      Le ragioni “storico politiche” cui alludevo sopra, mi riferivo ad un arco temporale molto più ampio.. la generale diffidenza verso la “perfida albione” credo circoli in europa almeno dal medioevo…ciòè quando in Inghilterra c’èra già un apparato statale consolidato e unito, c’èra una costituzione e un primordiale parlamento:tutti i presupposti per lo stato moderno; in europa l’anarchia feudale è continuata praticamente fino all’800(salvo la Francia che ha trovato un’identità dai tempi delle Ordonnances di Luigi XIV) . I confini all’interno d’europa hanno continuato a cambiare continuamente stabilizzandosi solo dopo la prima guerra mondiale(ed anzi gli assetti sono cambiati di nuovo dopo l’implosione dell’Urss nel 1989)..

      E’ chiaro che questo “gap” evolutivo, unito all’isolamento geografico e al fortissimo senso patriottico degli inglesi ha separato le loro sorti dal resto d’europa; del resto fu lo stesso anche per la Russia che però seppe, con lo Zar Pietro, europeizzarsi sotto tutti gli aspetti importando artisti per poi acqusirne la scienza e creare uan propria Scuola Nazionale con i “cinque”( un po’ il processo, che, secondo me, sta accadendo di questi tempi in Cina).

      La monarchia inglese non ha voluto o non ha potuto operare una rivoluzione culturale del genere ed è rimasta perciò periferica in questo campo.

      Nè tanto meno i “Grandi” inglesi hanno mai varcato la manica,salvo qualche breve viaggio d’istruzione… forse neanche Chopin e Liszt se non fossero mai arrivati a Parigi, potrebbero godere di tanta fortuna!

      Eppure un momento di gloria musicale l’Inghilterra lo ha avuto;precisamente quando Haendel si stabilì a Londra(mi viene da pensare che tra le altre cose eravamo ancora nell’epoca doro del pensiero empiristico inglese: basti citare soloThomas Hobbes;dopodichè anche la filosofia d’oltremanica tornerà nell’oblio per cedere il passo a quella tedesca):però, per qualche motivo, non si generò una scuola..e col classicismo tornerà di nuovo nell’oblio totale.

      Del resto c’è poco da fare: l’epicentro della musica sarà vienna per tantissimo tempo(da Haydn a Mahler…quanti vi sono passati?); la mitica Roma lo sarà per sempre per il diritto e, fino all’800, per e arti figurative; la germania(da Kant alla scuola di Weimar) per la filosofia.

      Io credo che lo spunto storico vada proprio cercato nel rapporto tra musica e filosofia…è curioso che proprio l’Inghilterra abbia raggiunto avuto momenti di gloria e momenti d’oblio, contemporaneamente, in questi due ambiti insieme…

      così come la mitteleuropa sarà per più di due secoli un faro del pensiero e dell’arte musicale…

    20. Stefano Naimoli Says:
      febbraio 22nd, 2009 at 10:26

      L’orchestrazione della settima è molto massiccia, sicuramente non raffinata come può essere qualla della terza sinfonia, che dal punto di vista orchestrale resta quella più debitrice del periodo di studio francese.

      Le tue riflessioni sull’Inghilterra sono molto affascinanti: quello che dici è tutto sacrosanto e vero. Questa distanza tra “noi” e “loro” va anche oltre la musica. Si potrebbe quasi dire che, eccettuate le due Guerre Mondiali, l’Inghilterra ha avuto proprio una storia (nel senso amplio del termine) avulsa da quella europea. Se è vero che nei vari campi umani e artistici ci sono stati degli epicentri, come dicevi te, è però innegabile che Albione ciclicamente ha dato al mondo dei frutti incomparabili ed irripetibili. Non c’era magari una “continuità” tale da farne un epicentro, però diventava…come dire…un’alternativa di assoluto livello a quello che accadeva in europa.
      E così il 900 musicale inglese, che è un mondo perfetto in se stesso che coesiste con le più note avanguardie europee, e che dovrebbe essere riscoperto, togliendolo da un ingiusto cono d’ombra frutto, come dici giustamente te, di retaggi storici lontani.

    21. Rosy Says:
      febbraio 22nd, 2009 at 18:27

      Molto interessante tutta l’analisi che hai esposto, Rodrigo. Anch’io ero arrivata alla conclusione che bisognava cercare lontano nella storia e anche in ragioni meramente geografiche: e` un po’ il destino dell maggior parte delle isole creare, anche involontariamente, mondi a se stanti ed essere poco inclini a scambi culturali. E questo e` un fatto quasi fisiologico, ma tu hai aggiunto altre motivazioni sempre avulse da ragioni prettamente musicologiche. Perche` le stesse motivazioni non hanno coincidenza con la letteratura? Certo, Shakespeare non conosce rivali, ma in questo non riesco ad essere obbiettiva, amo troppo il drammaturgo..Per quanto riguarda la musica, la competizione era fortissima, bisogna ammetterlo, Vienna e` profondamente musicale, molte delle nostre citta` hanno generato i geni delle arti figurative e alla Germania lasciamo il grande pensiero filosofico. Tutti questi picchi ci sono davvero e la grandezza degli artisti e dei pensatori e` indiscutibile, cosi` l’Inghilterra, l’Albione, ha coltivato in casa i suoi artisti, ma la cosa incredibile e` che nulla e` mutato nel tempo! Dico, un po’ di curiosita` verso artisti che comunque fanno musica bellissima che puo` essere inserita nel patrimonio di tutti come la musica mitteleuropea che amiamo tanto, io per prima! ;)
      Ecco, cio` su cui metto l’accento e` che non si puo` piu` ignorare che esistono dei compositori che hanno prodotto capolavori e che non appartengono al fulcro che conosciamo da sempre!
      Scusate Rodrigo e Stefano se ho un po’ ripetuto cio` che avete espresso voi.
      Riguardo Edward Elgar, l’ho conosciuto parecchi anni fa, perche` Riccardo Muti era solito inserire “In the South (Alassio)” nei programmi dei concerti Sinfonici della Scala. Troppo poco, ma a me e` servito come spunto per conoscere meglio questo compositore.
      Ciao
      Rosy

    22. Sefano Naimoli Says:
      febbraio 22nd, 2009 at 21:14

      Si è un poema sinfonico (alcuni l’avvicinano più all’ouverture da concerto di tipo mendelssohniano, ma credo che le dimensioni troppo vaste per questo genere invalidino tale definizione) ispirato al belpaese: Elgar amava molto la nostra terra,e durante un soggiorno nel 1903 gli venne l’ispirazione per questo brano.
      Certo Elgar è strano non abbia preso piede. Cmq. è molto vicino al sinfonismo brahmsiano quindi dovrebbe poter “attecchire”.
      E poi scusa di che? ti ho convinta a comprarti il cofanetto delle sinfonie di VW e l’opera Pilgrim’s Progress, te sei dissanguata per quel che dico, e ti dovrei pure scusare? :D Semmai io ri nigrazio.

    23. Rosy Says:
      febbraio 27th, 2009 at 19:02

      Sono felicissima dell’acquisto, Stefano. Per me il denaro speso in musica e in cultura in senso piu` ampio, e` un grande investimento!
      Certo, il caso di Elgar e` forse il piu` strano; pero` quando veniva eseguito “In the South” , ti parlo dei primi anni ‘90, si avvertiva che il pubblico era attratto da quella musica e devo dire che Riccardo Muti lo proponeva al meglio, pero` il discorso Edward Elgar finiva li`. Forse funziona in questo modo: si prende un bel brano estrapolandolo anche discograficamente da tutta la produzione di un certo artista (inglese) e lo i inserisce o nell’ambito di un concerto dove ci sono altri artisti “sicuri”, opuure nelle miscellanee, sempre in compagnia di autori a noi piu` noti, cosi` non si rischia nulla e si fa la bella figura di aver proposto il “nuovo”. Se cosi` fosse, sarebbe un brutto un giro vizioso difficile da spezzare. Io non sono affatto contraria all’inserimento di lavori poco conosciuti insieme ad altri notoriamente di grosso impatto, non sopporto che sia sempre lo stesso brano, perche` in questo modo non avremmo mai un cofanetto dedicato a Walton, Williams, Holst, Elgar, Britten, Delius, Tippett etc.. Quest’ultimo piace tantissimo agli inglesi che si meravigliano che noi e` molto se conosciamo il nome; io lo conosco pochissimo e per questo mi sento a disagio con i miei amici inglesi. Loro amano immensamente la musica mitteleuropea e stravedono per il nostro Verdi ed il nostro Puccini. Riconoscono l’immenso valore che ha tutta le produzione di tale fascia geografica, ma allo stesso tempo non trascurano altre fasce geografiche, la loro, ad esempio.

    24. Rosy Says:
      febbraio 27th, 2009 at 20:42

      Mi frulla in testa un episodio che non ha alcuna attinenza con quanto ho scritto sopra, ma certamente e` indicativo del livello piuttosto basso, in materia musicale, di noi italiani, ed ho il triste sospetto che non siamo secondi a nessuno.

      I Concerti della Filarmonica della Scala sono sempre stati molto interessanti e lo dice il fatto che io andavo a Milano un paio di giorni prima del concerto, all’alba con il primo treno utlile, per acquistare il biglietto. A nulla vale, forse giustamente, essere abbonati alla Stagione Sinfonica, come il mio caso, o altro per evitare il viaggio e quindi la spesa in piu`, perche` la Filarmonica, quando lavora in veste privata, ha le sue leggi. Naturalmente quando arrivavo alla sede, la maggior parte dei biglietti era stata venduta, cosi` mi scordavo il mio bel posticino in platea lato violini! Pazienza, perche` a quei concerti ho visto artisti indimenticabili.

      Filarmonica dela Scala, Teatro degli Arcimboldi, 5 Giugno 2004.
      Riccardo Muti, direttore Anne Sophie Mutter, solista
      Ludwig van Beethoven, Concerto in re min. op.61 per violino e orchestra;
      Giorgio Battistelli, Meandri, poema sifonico, prima assoluta su commissione della Filarmonica;
      Richard Strauss, Tod und Verklarung (scusa la mancanza dei puntini sopra la “a”), poema sinfonico, op 24.
      Bel programma, Beethoven che funge da garanzia, un brano nuovo mai presentato prima anche se il nome del compositore non e` affatto nuovo, poi c’e` Strauss, che secondo la mia sensibilita` e` l’altro fulcro che “sorregge” la sorte del concerto, nel caso il brano nuovo desti perplessita`o peggio. E’ triste metterla in questi termini, ma e` cosi`.
      Il pezzo per violino di Beethoven strappa applausi, com’era prevedibile. Il brano di Battistelli, Meandri, che significa, in inglese, Me and Ri e Ri sta per Riccardo Muti, ma soprattutto per Riccardo III, opera di Battistelli su testo di Shakespeare. Il brano suscita la prevedibile perplessita` del primo impatto, ma il compositore, presente in sala, viene applaudito. A me era piaciuto. Dulcis in fundo, almeno per me, c’era Strauss. Riccardo Muti lo esegue molto bene, si sente che gli piace anche se e` un po’ distante dalla sua sensibilita`, ma forse Morte e Trasfigurazione e` un’eccezione, infatti compare spesso nei suoi programmi. Quello che mi ha profondamente colpita e` stata la reazione del pubblico. Io ho avuto la netta sensazione che molte persone confondessero Morte e Trasfigurazione con Meandri. Con tutto il rispetto che posso nutrire per Battistelli, mi e` sembrato incredibile che il pubblico fosse tanto indisciplinato durante l’esecuzione del pezzo di Strauss, e questo non dipendeva da Muti o dall’Orchestra. Sentivo le persone che vociavano accanto e dietro di me per esprimere la loro disapprovazione! Non potevo crederci. Finito il concerto mi fiondai verso i camerini; la Mutter era dovuta andar via, Battistelli pure, cosi` andai verso lo studio di Riccardo Muti. Purtroppo era pieno di persone, le stesse che pochi mesi dopo trovavamo a grossi titoli nei giornali, quindi potei dire poche cose al Maestro. Comunque lui non era molto sorpreso del “poco impatto” che aveva avuto Strauss!
      Per me e` incredibile!! :(
      Mi piacerebbe avere dei pareri dagli amici di Musical Words :)
      Grazie
      Rosy

    25. Stefano Naimoli Says:
      marzo 1st, 2009 at 11:40

      Quello che tu scrivi è un problema importante sul come diffondere al meglio autori poco noti al pubblico, ma che comunque hanno un enorme valore artistico.
      Mi repelle dover parlare di mercato per quanto riguarda la musica colta, ma purtruoppo è una legge talmente grande che ha fagocitato anche la musica d’arte, e purtroppo vi deve in parte sottostare.
      Certo però se è vero che il mercato influenza il gusto del pubblico, è vero pure che anche il pubblico può indirizzare il mercato.
      Ora però il problema è come indirizzare il pubblico nella giusta direzione. L’unica è “predicare” nel senso evangelico del termine. Ma se glia ddetti ai lavori mai si metteranno all’opera, mai si raccoglieranno i frutti: anche perchè il tempo, e la sedimentazione storica servono per poter far capire e apprezzare meglio un autore magari scomparso recentemente. E’ un po’ come il vino, va fatto decantare. Con gli inglesi qua in italia tocca cominciare!

    26. Stefano Naimoli Says:
      marzo 1st, 2009 at 11:41

      Ah, su youtube qualche anima pia ha messo metamorphosen live con herbert e i berliner.
      veditelo!

    27. Rodrigo Says:
      marzo 1st, 2009 at 13:12

      L’intuizione di Rosy è giustissima: l’unico modo per proporre il nuovo, è aggregarlo a ciò che è noto.

      Non a caso qui all’Auditorium-parco della musica di Roma è ormai consuetudine assodata che, quando vi siano autori poco noti o indisposti al pubblico(insomma dal ‘900 in poi) vengano proposti insieme alla solita sinfonia/concerto per pianoforte dei soliti Beethoven/Brahms/Mozart.

      La cosa più interessante, però è che gli autori “infami” vengono SEMPRE messi all’inizio del programma!SEMPRE!! Se fosse il contrario, una volta finita la sinfonia, le persone scapperebbero..

      Altro principio inossidabile è che più è di richiamo l’evento, più è sconosciuta la composizione: alcuni mesi fa,lla “beethoven fest” diretta da Kent Nagano è stata introdotta dai “Cinq Rechants” di Messiaen; i Carmina Burana da tre misconosciuti preludi di Debussy…

      Questi pezzi -che di solito hanno breve durata, massimo 20-25 minuti- hanno inoltre la funzione di permettere al pubblico ritardatario di entrare , essendoci grossi problemi a far entrare le persone quando una sinfonia di beethoven è iniziata già da 20 minuti; insomma, una forma contemporanea di avanspettacolo!

      Per quanto riguarda Battistelli nello specifico io ho avuto il grandissimo piacere e onore di conoscerlo durante una masterclass.. è palese quanto il suo linguaggio si allacci a quello di Berio, ma a differenza sua Battistelli dà sempre la priorità alla comunicazione, piuttosto che alla contemplazione (basti pensare che lavora tantissimo con il teatro).

      Pur trattandosi di un linguaggio molto complesso, insomma, a differenza di buona parte della scuola contemporanea il suo valore non si esaurisce nella partitura!

      Ho ascoltato il suo “Afterthougt” diretto da Pappano – che appariva davvero entusiasta- nel 2005.

      Le generazioni che lo hanno preceduto hanno fatto un gran male alla musica e ai musicisti…pare, comunque, che la scuola contemporanea stia cercando di scendere dalla vetta.

      Certo per confonderlo con un romanticissimo come strauss però..ce ne vuole!
      La verità è che alle persone piace sentire sempre le stesse cose:pensiamo sopratutto alla Lirica: i pagliacci, la Turandot..ci sono delle arie celeberrime ed iper-rappresentate, altre ignote..

    28. Rosy Says:
      marzo 1st, 2009 at 19:38

      Ciao Stefano,
      hanno fatto un gran bel gesto ad inserire le Metamorphosen su you tube! Il video e` in commercio con etichetta Sony e non ti nascondo che quel DVD e` tra le cose a me piu` care e non potrebbe essere altrimenti visto che Richard Strauss e` tra i miei compositori preferiti, l’interprete e` quello che amo di piu` ed il brano, ventitre` archi il cui suono giunge in fondo all’anima.
      Il DVD, originariamente VHS, e` stato registrato alla Philharmonie, se non erro, il 25 Novembre 1984, per il giorno dei Defunti ( All Soul’ day); contiene “Tod und Verklarung” (con i puntini sulla a) e “Metamorphosen”. Musica straziante, lo studio per ventitre` archi, in cui si avverte l’immane devastazione procurata dalla guerra e la fine irrevocabile di un periodo di cui Strauss e` testimone piu` degli altri compositori coevi, che gia` avevano intrapreso altre vie. Ma i sentimenti che muovono gli srtumenti ad arco non sono “forti” poiche` il loro suono non lo e`, ma la malinconia che procurano e` talmente profonda che non piuo` che sfociare in una calma intrisa di rassegnazione. Karajan e i Berliner sono totalmente uniti che persino i loro screzi fungono paradossalmente da collante, giungono verso la fine del brano che pero` conduce all’inizio, alla Bellezza. Il richiamo all’Eroica e` l’ultimo spasmo verso un mondo che non c’e` piu`; la consapevolezza di cio` si palesa nella sospensione del temporale e nelle ultime note nelle quali c’e` la sublimazione di un intero mondo nel quale possiamo solo trovarne le macerie ed il ricordo dell’Eroica, della bellezza perduta per sempre.
      Bellissimo il maestro settantasettenne che ci regala l’immagine del suo idealismo illusorio.
      Perdonatemi, ma questa musica fa davvero piangere, come ha detto Stefano in un commento relativo all’ultimo articolo su Karajan.

    29. Rosy Says:
      marzo 1st, 2009 at 21:12

      Riprendendo i discorsi che abbiamo fatto sopra e prima ancora, nei commenti relativi ad articoli di un Musical Words neonato, sono pienamente daccordo su tutto ed in special modo sull’ultima frase di Rodrigo: andiamo in visibilio per un certo tipo di repertorio, sempre quello! Conosciamo poco o nulla le opere di Strauss e delle opere di Richard Wagner ci suonano in testa solamente le Overture; e Rossini? Per molti e` colui che ha composto il “Barbiere di Siviglia”, tutto qui. E’ incredibile di quante bellissime opere facciamo a meno, che stolta privazione! Io sono una grande amante della Lirica e so bene che talvolta si va all’Opera per attendere un certo brano e criticare il cantante di turno. Questa pratica si usa molto con le Opere di Giuseppe Verdi e l’Otello e` notoriamente la piu` bersagliata. Posso comprendere, ho avuto il privilegio di conoscere Mario del Monaco e so quanto e` difficile esimersi dal fare paragoni, ma certe cose vanno superate. Sono concittadina di Franco Corelli, lo conoscevo bene, anche se purtroppo l’ho sentito cantare solo in disco, ma quando vado a teatro accetto il lavoro proposto in maniera totale, musica, canto ,scene ect.. e ci vado anche se certi miracoli canori non ci sono piu`, perche` amo quel tipo di arte, amo la musica e sono curiosa rispetto al nuovo. Forse e` proprio la curiosita` cio` che manca e poi ci sono certi “abusi” che non aiutano affatto. Ogni genere musicale ha una sua dignita` e non si puo` buttare tutto in un calderone e farne un miscuglio incomprensibile ed inascoltabile. Stefano, scusa se sto usando questo spazio, ma il pensiero lo debbo esprimere e condividere con chi ama la musica come me. E` solo un’opinione che pero` vorrei non diventasse polemica poiche` potrebbe nuocere piu` del fatto in se.
      Io sono rimasta profondamente delusa ed addolorata nel sentire la notissima “Nessun dorma” nell’ambito di un festival dedicato alla musica detta “leggera” o come dir si voglia. Solitamente non guardo il Festival di Sanremo, infatti il brano in questione l’ho solamente udito. Possibile che rigiriamo Giacomo Puccini come piu` ci pare? Che senso ha estrapolare il brano (famosissimo) di un’ Opera, che ha un suo significato, all’interno dell’Opera in questione per farlo diventare canzonetta sussurrata da voce femminile, mentre nel suo contesto ha un significato peculiare, visto che il principe Calaf rischia il taglio della testa se la principessa Turandot scopre la sua identita` prima dell’alba! E vaglielo un po’ a raccontare a chi da anni ed anni sente questa romanza da ugole piu` o meno dotate di “muscoli”!!
      Rosy
      :)

    30. Rosy Says:
      marzo 2nd, 2009 at 00:36

      Mamma mia cosa ho scritto nel commento sulle “Metamorphosen”!
      “..si palesa nella sospensione DEL temporale..!” va letto ..”sospensione temporale..!” I Berliner e Karajan non volevano sopendere un acquazzone ! Ah, ah, ah!! ;)

    31. Lakeisha Says:
      marzo 10th, 2010 at 19:53

      This is the main reason I read weww..musicalwords.it. Great post.

    Comments