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    L’eccesso di Puccini…

    By Redazione Musica | marzo 7, 2009

    L’eccesso Pucciniano: dal biopic di Tony Palmer a Nessun dorma di Ken Russell

    Nel 1976, Ken Russell costringeva Gustav Mahler a mutarsi in una roccia marina, calarsi i pantaloni per svelare la propria circoncisione e farsi frustare dalla sorella di Wagner. Nel 1984, Tony Palmer presenta al pubblico Giacomo Puccini (incarnato da Robert Stephens) spiato dal buco della serratura: pacato cacciaballe, borghese incuriosito dal Far West (poker e rivoltelle), eterno fanciullo perso nel suono di un carillon. Stando alle parole della moglie, “un topo con occhi vivaci, capelli impomatati e baffi eleganti“. A una prima analisi, non sembra che i due registi amino molto i compositori (vedi L’altra faccia dell’amore, The life of Henry Purcell). Anzi, in un certo senso si divertono a punirli, a evidenziare la forte dicotomia tra la condotta (incostante) e le opere (armoniose, compiute). Eppure sono spesso tornati a proporre un’immagine delle loro vite: sempre diverse, spesso sorprendenti. Perché? Lo stesso Russell si avvicinerà alla musica di Puccini nell’ottavo episodio del sperimentale Aria, dell’88 (lungometraggio in cui dieci brani da Lully a Verdi sono tradotti in immagini audiovisive da registi diversi tra cui Godard e Jarman). Riprenderò a commentare questa incursione più avanti, intanto cercherò di soffermarmi su alcuni momenti-chiave del film biografico di Palmer. Nella sequenza d’avvio ci troviamo a Torre del Lago, nel 1906.


    (Mario del Monaco “Ch’ella mi creda” La fanciulla del west)

    L’alba riveste il paesaggio e i suoi abitanti di un aura quasi sacrale, finché un colpo di fucile interrompe la quiete. Per la prima volta interviene fuori campo la voce di Puccini: E’ così che immaginate me e il mio lavoro?. Il compositore (Palmer?) vuole che il suo pubblico sia vigile. Che non si lasci ingannare dall’orchestra, dalla superficie del lago di Massaciuccoli e dalla pace che comunicano. Non farà ingresso il principe Calaf ma un uomo baffuto e gigione che caccia le anatre a bordo di una piccola imbarcazione e, infine, le sventola compiaciuto sotto il naso di Doria (Judith Howarth), una cameriera giovane e timida. La vicenda si sposta in casa Puccini. Giacomo, a metà del pranzo, annuncia alla consorte Elvira (Virginia McKenna, strepitosa) e agli altri commensali il desiderio di tradurre in musica La fanciulla del West di David Belasco. Ma il pettegolezzo su una presunta relazione tra Doria e il marito turba Elvira che si alza bruscamente dalla tavola. Gli ospiti seguono presto il suo esempio lasciando soli Giacomo e il figlio Tonio (Rupert Graves). Questi ascolta passivamente il padre mentre narra le tormentate vicende produttive delle sue opere, gli alterchi con i librettisti. Di sottofondo, fa capolino il movimento di apertura del III° atto di Tosca. Il tema strumentale di E lucevan le stelle,

    (Pavarotti E lucevan le stelle)

    il lamento di un condannato a morte, gioca il ruolo di controcanto ai rimorsi di un uomo egoista a cui la vita passa di sghembo, insofferente anche davanti alle difficoltà inevitabili. Questo accoppiamento suggerisce subito quale sia la natura del rapporto musica-immagine nel film di Palmer. Quando un personaggio interpellerà implicitamente il pubblico sul proprio stato d’animo la colonna sonora emetterà una sentenza. Potrà averne grande compassione oppure ne metterà in risalto il lato spregevole creando un effetto dissonante. La cinepresa indietreggia lentamente. Segue una dissolvenza incrociata, lasciando il posto a un altro tempo e a un altro luogo. La scena si svolge ai nostri giorni. Una compagnia teatrale scozzese sta organizzando la messa in scena di Turandot.

    La regia è a cura di Tony Palmer (se stesso), convinto fermamente, e perciò snobbato dai puristi, di un legame intimo tra l’opera e le ultime vicissitudini del Maestro lucchese. Nell’intento di argomentare questa tesi, da questo momento fino alla conclusione, Passato e Presente viaggeranno su binari narrativi paralleli, affiorando a vicenda. Talvolta intersecandosi. Ed ecco che Torre del Lago avrà i suoi Ping, Pong e Pang, tre distinti gentiluomini che sottolineano costantemente gli aspetti morali ed immorali nella carriera di Puccini ma non intervengono attivamente sui fatti, come il coro nella tragedia greca. Oppure una sorta di aedi involontari, con un grado di conoscenza sempre amaramente un passo avanti rispetto ai personaggi. Ma le coincidenze con la trama dell’opera non si limitano a Turandot.

    (Pavarotti, Nessun Dorma)

    Chiusa la prima parentesi “contemporanea”, la storia riprende con un aneddoto, rievocato in un flashback dal Maestro, che ebbe luogo all’Hotel Bristol di Vienna. Un’audizione per una fanciulla aristocratica. Mentre la madre continua a elogiare giuliva il talento di sua figlia, fa capolino un altro tema fondamentale, il dalla Madame Butterfly.


    (Renata Tebaldi)

    Cho-Cho San (Elvira?) aspetta invano il ritorno dell’uomo che ama, l’uomo che le ha dato l’illusione della Fuga, dell’Altro, del Meraviglioso. Il coro partecipa alla sua attesa con un sussurro angoscioso, potenzialmente infinito. E Pinkerton (Giacomo?) si gode lo spettacolo surreale di una ninfetta senza veli con un violino in mano, in piedi accanto al pianoforte (una situazione che può ricordare alcuni dipinti di William Adolphe Bouguereau). Proseguono le suggestioni musicali. Un battello procede sulle note di Nessun dorma in Pechino, a poppa troviamo Puccini e Giulio Ricordi (Ronald Pickup). Questi è preoccupato dal procrastinarsi della pausa artistica del suo beniamino, dalla gelosia di Elvira che cresce di giorno in giorno. Giacomo insiste, affermando di essere stato fin da giovane “destinato dall’Onnipotente a scrivere per il teatro“. Insomma, una volta dileguata la notte, sorgerà l’alba e potrà vincere di nuovo. Ma la notte di Puccini, sembra dire Palmer, non è destinata a dileguarsi tanto presto. Lo spettatore assiste così alle prime avvisaglie del calvario di Doria, chiusa nella sua stanza, assillata dalle grida della padrona che l’accusa ingiustamente di aver sedotto il marito. Torna a farsi ascoltare l’addio di Mario Cavaradossi. Ma chi è stavolta a farne le veci? Un’innocente. Una ragazza poco più che ventenne, che non desidera il prestigio o la fama del suo padrone. Non l’immortalità ma vivere soltanto un giorno di più. Un’ora, un minuto. “Ci pensi mai alla morte?“, domanda Elvira a Giacomo, il quale intuisce troppo tardi la follia in cui ha trascinato la consorte, l’incapacità di averle dato se non l’amore almeno l’illusione di essere amata. “Turandot, in fondo, vuole essere amata” spiega Palmer alla soprano (Linda Esther Gray) nel presente e continua (nel passato) Elvira “Tu non sai nulla dell’amore tenace. L’amore, per te, è un cuscino. Una cosa soffice su cui adagiarti. Parole tenere, carne morbida. Giardini odorosi in cui penetrare [...]. Non sai nulla dell’amore duro, crudele. Colpito dal disprezzo, dal dileggio. Diventato granito, indurito. Implacabile, spietato, trionfante amore.” Doria fugge via in lacrime, processata dalla famiglia e dai compaesani per un’impudicizia mai avvenuta, privata della possibilità di spiegarsi. Il montaggio alterna la sua corsa, ripresa al rallentatore (commentata dal duetto Orsù! Tosca parlate … a metà del II° atto dove il barone Scarpia obbliga Floria a udire i gemiti dell’amante sotto torchiatura allo scopo di farsi rivelare il nascondiglio del fuggiasco Angelotti), con un’allucinazione di Elvira in cui Doria consuma un amplesso con Giacomo. Piuttosto che subire il disprezzo del volgo per il resto della vita la giovane sceglie il nulla, ingoiando alcune capsule di veleno per topi. Dopo una lunga agonia a letto, spirerà. Rodolfo “piangerà” la sua dipartita, chiamandola Mimì nel finale della Bohème .

    (Pavarotti, Che gelida manina)

    Spesso, nel susseguirsi degli eventi, Puccini si cruccia di non trovare la via giusta per raccontare la sua vita ma, nonostante ciò, sembra che le opere liriche continuino a parlare di lui e per lui. Con quelle eroine di seducente febbrilità, pronte a sacrificare la ragione per seguire il proprio cuore. Amanti devoti o dalla lingua biforcuta. Artisti in cerca di gloria destinati a pagare a caro prezzo la propria tracotanza. Ingiustizie, torture, suicidi. I soggetti scelti dal compositore riassumono involontariamente quella che Bram Dijkstra ha definito, nel saggio Idoli di perversità, la necessità del ratto. L’uomo del tardo ottocento rimpiange una barbarie lontana, forse inesistente, dove il guerriero (il poeta?) possiede immediatamente e totalmente l’oggetto del desiderio. Ma questo non è più accettabile in una società di massa in via di affermazione ed ecco che le consorti (come Elvira) sono costrette al silenzio dal proprio marito/padrone, novello Lohengrin. Inerti e profumate come fiori, adagiate sul letto come nel feretro in attesa di essere “modellate” dal compagno o, parafrasando Otto Weininger da Sesso e Carattere, in attesa che qualcuno le ponga in essere. Credo si possano individuare nei rapporti dei coniugi Puccini alcuni segni delle convenzioni citate: anche dopo la morte di Doria, Elvira ribadisce la sua versione dei fatti concludendo “Non rinuncerò mai alle mie convinzioni. Ho visto il suo corpo trasformarsi in qualcosa di nuovo“. Nel presente, le prove della Turandot sono giunte al termine. Ci troviamo alla Carnegie Hall, è la sera della prima. Tra la folla impaziente spicca Eva Turner che ricorda commossa le parole pronunciate dal maestro Arturo Toscanini il 19 aprile 1926, alla fine dell’aria Tu che di gel sei cinta: “A questo punto il maestro Giacomo Puccini è morto“. Una pietra miliare della lirica ottiene sempre un caloroso riscontro di pubblico ma per la critica Tony Palmer ha fatto il passo più lungo della gamba e i quotidiani stroncano le scelte di regia (con una reazione di encomiabile autoironia dell’interessato!). Il “suo” Puccini, come Calaf, è ora davanti alla salma di una vittima che presto risorgerà come Liù. Non è più in grado di distinguere la finzione dalla realtà, i tre gentiluomini ne denunciano la pazzia. Tutto ciò che gli resta, infatti, sono le eroine delle sue opere, sacerdotesse d’amore perfette ed eterne in quanto immaginarie. Giacomo è riuscito ad avvicinare definitivamente la propria vita corporale e quotidiana all’Arte ma non c’è nessuna gioia in questo trionfo. La notte si è dileguata e l’alba ha portato con sé un senso di malinconia. Possiamo, ora, constatare la versatilità del ricorso all’aria Nessun dorma nel cinema, passando a commentare l’interessante esempio di Ken Russell. Trama: una coppia di fidanzati viene soccorsa dall’ambulanza dopo un brutto incidente stradale. Lui sembra incolume, lei ha riportato numerose ferite ed è sospesa tra la vita e la morte. Una volta sdraiata sul tavolo operatorio è in preda a visioni inquietanti. Volteggia nuda in un cielo di sfere bianche, con cerchi concentrici intorno al collo. Il buio la fagocita sempre più finché ne resta soltanto una mano che annaspa nei cerchi come increspature nella superficie di un lago. Attraverso i suoi occhi, il chirurgo e le due assistenti appaiono trasfigurati in un sacerdote pagano e altrettante vestali che coprono il suo corpo con pietre preziose e, infine, le avvicinano una sorta di scettro splendente. Questa visione si sovrappone al volto del fidanzato che le sta pulendo le piaghe. Di colpo lo scettro si trasforma in un marchio rovente che si imprime sulle sue labbra. E ancora flash di sangue, lame, carni dilaniate. La ragazza fissa intensamente il fascio di luce che la lampada irradia sopra il tavolo, il medico è pronto a operare ma decide di ricorrere a un ultimo tentativo con il defibrillatore. Alla prima scarica il cuore riprende a battere regolarmente. In questa fantasia breve Ken Russell ribadisce il suo gusto per il sincretismo, le emozioni forti. Lo spettatore è coinvolto in un gioco anomalo dove il teatro Nô convive con la pittura esoterica di Gustav Moreau (e, sebbene per pochi attimi, sfiora l’horror ospedaliero). Perché, allora, utilizzare un’aria della Turandot? Forse per la sua atmosfera di opera definitiva. In essa non c’è stanchezza o piccineria. Si respira l’atmosfera nella camera di un essere umano giunto alla fine (come la ragazza sul tavolo operatorio), che vuole testimoniare ancora una volta, con l’energia e l’ostinazione che gli sono concesse, il suo attaccamento alla vita. Dopo aver affrontato (e vinto) avversari quali l’opinione pubblica, a Puccini resta un ultimo duello, contro la morte. Ma è una partita dalla quale non può che uscire sconfitto. Solo i personaggi da lui creati possono sopravviverle. Li vediamo riaffiorare continuamente, non solo nella sua biografia, come sostiene il film di Palmer, ma anche nelle storie della gente comune. Quante persone hanno pensato (e spesso ci sono riusciti) di togliersi la vita per un affetto tradito? Quante hanno rinnegato l’amore in quanto equivoco della giovinezza e hanno lasciato che il gioco del potere indurisse il loro cuore? Ma, soprattutto, quante hanno desiderato sfidare i limiti della propria natura? L’incomunicabilità, la fragilità, l’angoscia che sta alla base di ogni singola scelta. Il principe Calaf avrebbe presto visto un’innocente morire tra le sue braccia ma per una notte non doveva e non poteva sbagliare e ha supplicato il cielo di regalargli la vittoria. Una supplica superba ma, allo stesso tempo, struggente. Così Russell trasla questo grido nella lotta di una giovane per non soccombere, e, la notte di attese e sussurri di Pechino, nelle sue visioni. Altri possibili agganci con la poetica pucciniana sono le immagini dell’acqua, suggerita dai cerchi concentrici (la sua staticità come specchio della quiete dopo la morte), la felicità non consumata a causa di un agente avversario (il Caso, per l’incidente d’auto). Concludo la relazione menzionando brevemente l’elemento comunicativo che mi ha indotto ad accostare i “testi” di Tony Palmer e Ken Russell: l’eccesso. Aldilà delle singole prese di posizione morale sull’esistenza del compositore, la sensazione che ho provato durante la messa in scena della sua vita o, nel caso di Russell, di una situazione accompagnata dalla sua musica, era sempre la stessa: assenza di vergogna. Totale, onesta, irresistibile. Palmer ha isolato alcuni degli ultimi avvenimenti della vita di Puccini e li ha sublimati come se avessero già in se il seme (la necessità) del melodramma. Russell ha posto un freno al suo delirio visivo come se il sogno si dovesse interrompere per lasciare il posto a un dramma autentico, per fortuna a lieto fine. Ma il lieto fine, benché appartenente al quotidiano (o proprio perché tale), doveva essere celebrato con una musica fuori del comune. Credo risieda qui il fascino inquietante dell’opera lirica: non possiamo impedire a noi stessi di immedesimarci. Se l’orecchio la rifiuta esteticamente è la vita a comporla per noi.

    Giordano Giannini

    Topics: Cinema's Nook | 1 Comment »

    One Response to “L’eccesso di Puccini…”

    1. L’eccesso di Puccini… | Attualita' Says:
      marzo 12th, 2009 at 23:37

      [...] LEGGI L’ARTICOLO ORIGINALE L’eccesso Pucciniano: dal biopic di Tony Palmer a Nessun dorma di Ken Russell Nel 1976, Ken Russell costringeva Gustav Mahler a mutarsi in una roccia marina, calarsi i pantaloni per svelare la propria circoncisione e farsi frustare dalla sorella di Wagner. Nel 1984, Tony Palmer presenta al pubblico Giacomo Puccini (incarnato da Robert Stephens) spiato dal buco della serratura: pacato cacciaballe, borghese incuriosito dal Far West (poker e rivoltelle), eterno fanciullo perso nel suono di un carillon. Stando… [...]

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