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    Glavx, a Companion…/7

    By Redazione Lettere | marzo 10, 2009

    (..Continua) X. Insegnare filosofia

    Qualcosa invece va detto conclusivamente intorno a quel luogo della Rivista in cui la problematica didattica cessa di essere colore di fondo e si fa tematica da sviluppare in uno spazio particolare, nel quale il dialogo coinvolga direttamente gli insegnanti di scuola secondaria, almeno nella misura in cui essi si riconoscano nella linea di progetto che “Glaux” rappresenta.
    Non si tratta infatti, com’è ormai chiaro, di aggiungere uno spazio qualsiasi per lo sviluppo della tematica didattica in generale : ci sono in giro ottime riviste a cadenza periodica più frequente della nostra, e recentemente sempre più numerosi siti di Internet che svolgono la funzione di informare su ciò che accade nel mondo della scuola e sulla grande quantità e varietà di iniziative didattiche che continuamente si producono. Non possiamo né vogliamo entrare in concorrenza con loro.
    La cadenza annuale di “Glaux”, la sua particolare linea teorica, la valenza della filosofia sulla quale investe le sue energie di ricerca, delineano piuttosto un luogo nel quale, muovendo dall’analisi sopra condotta sulla situazione dell’insegnamento scolastico della filosofia, si prenda in considerazione l’ipotesi che l’attenzione a questo momento sapienziale e quotidiano della filosofia possa costituire una base per introdurre elementi di unità in una prassi didattica quanto mai frammentata dal punto di vista delle convinzioni teoriche che la reggono, e viceversa unificata da moduli esteriori come la scansione storica degli argomenti e la supina fedeltà alla trattazione manualistica.
    Non è immediatamente facile definire in termini concreti i moduli didattici funzionali a far emergere la valenza in questione della filosofia, e crediamo anzi che questa possa essere proprio la problematica da cui muovere. Superare lo straniamento dossografico e il relativismo storicistico, comunicare il senso di una sapienza attuale e quotidiana essenziale alla vita (equivalente, abbiamo detto, alla grammatica per la scrittura corretta e all’aritmetica per il far di conto), insegnare come ci si muove in essa con semplicità e necessità, per passi che impegnano nel presente e non per suggestioni che alitano dal passato. Nelle scuole bisognerebbe tornare ad insegnare filosofia. Bisognerebbe far sperimentare a chi non ne sa niente (perché di solito se ne sa davvero poco) che cos’è la necessità filosofica, che spira dai testi dei grandi filosofi perché prima di tutto spira dall’esperienza quotidiana che si rifletta in un pensiero solido e coerente. Bisognerebbe far sentire che cosa significa trovarsi a non poter pensare che in un certo modo e viceversa a non poter affatto pensare in un altro. Bisognerebbe far provare la durezza della negazione stringente e il morso della contraddizione insolubile, comunicare il senso della perdita di una posizione che si rivela improvvisamente insostenibile o il senso della pienezza di fronte al periodico apparire dell’incontrovertibile. Nelle scuole bisognerebbe fare filosofia, che non significa necessariamente escogitare qualcosa di nuovo, come se la cosa più importante fosse lasciare una propria traccia o testimoniare del proprio personale ingegno, ma piuttosto avere esperienza della verità, di una verità nostra o di una verità che nega e ridimensiona la nostra, ma che, in ragione della necessità che vincola il nostro pensiero ad accettarla, non per questo è meno nostra. Si crede comunemente – anche troppo comunemente – che la filosofia sia una passeggiata tra le opinioni altrui e non se ne intende l’inconfondibile pathos (paragonabile forse solo all’ebbrezza matematica), cioè l’unica cosa che, in un quadro pedagogico di un qualche respiro, meriti di figurare tra i valori centrali della formazione.
    Non è facile, dicevamo, definire moduli didattici mediatori di questa esperienza. Esposizione storica ed esposizione sistematica sembrano i due termini tra cui occorre trovare una relazione organica, ma i nessi più specifici di questa relazione sono tutti da discutere e da determinare, e questo dev’essere fatto proprio in prospettiva didattica. Passare dalla storia della filosofia alla filosofia potrebbe essere una buona sigla, se solo non rischiasse di lasciar intendere un irrigidimento trattatistico ancor più mortale, per l’esperienza filosofica, della riduzione storicistica.
    Sono questi i temi che, in questo spazio di “Glaux”, dovrebbero trovare adeguata trattazione, coinvolgendo quanto più possibile gli insegnanti che avvertono il peso di questa problematica. Arrivare, mediante un prolungato dibattito suffragato da adeguati studi, ad una sorta di protocollo d’intesa o di manifesto per la didattica della filosofia, sarebbe certo un obiettivo non facile, ma crediamo idealmente perseguibile.
    Altro, in termini di progetto, non è possibile aggiungere (se non una chiusa augurale : qualcuno di noi si è accorto che la parola “glaux”, semplice traslitterazione del nome greco della civetta, è usato in latino da Plinio, con diversa etimologia, per designare una pianta medicinale atta a favorire il latte nelle nutrici. Se è vero che nomen est omen, accogliamo questo sovrappiù non cercato di senso metaforico come di buon auspicio : nutrire anche minimamente il dialogo sui temi che siamo andati esponendo non sarebbe un risultato da poco).

    (Fine)

    Per il Comitato Scientifico, Antonino Postorino

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    Topics: Editorial Collaboration, Glavx, Journals, LITERATURE, Philosophy | No Comments »

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