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    Scarlatti Adventures…

    By Redazione Musica | marzo 12, 2009

    La Redazione è lieta di presentare il volume terzo della collana Ad Parnassum Studies a cura di M. Sala e W. D. Sutcliffe ed edita dalla casa editrice Ut Orpheus, partner musicalwords.it
    La recensione è a cura di Andrea Barizza; Di seguito sarà pubblicato l’indice.

    *

    Domenico Scarlatti Adventures: Essay to Commemorate the 250th Anniversary of His Death
    Edited by Massimiliano Sala and W. Dean Sutcliffe
    Bologna, Ut Orpheus Edizioni, 2008 (Ad Parnassum Studies, 3), 120,00 Euro

    Domenico Scarlatti Adventures non è un libro, è un lungo viaggio dall’Italia alla Spagna. Ogni singolo capitolo di questa avventura procura un’emozione diversa; tuttavia, immergendosi nella lettura del volume si raggiunge la consapevolezza che solo la varietà dei colori potrà restituire la completezza dell’esperienza consumata.
    Nell’ambito dello studio sulla figura e l’opera di Domenico Scarlatti non si ha a disposizione una bibliografia sterminata e ciò rappresenta già un’ottima ragione per sfogliare le quasi 450 pagine di questo volume. I dodici saggi contenuti in tale miscellanea sono di argomento eterogeneo e mostrano differenti prospettive di ricerca; eppure, un sottile filo li collega come tante perle, compiendo così un concreto gesto di organicità.
    Ho scritto filo, al singolare, ma potevo dire fili, al plurale. In realtà si tratta di una questione più complessa rispetto a come si presenta a un primo sguardo: leggendo gli scritti magnificamente impaginati e stampati in un’edizione di pregio, si percorre con la mente un itinerario che ha il proprio inizio nell’Italia scarlattiana, e che giunge alle terre spagnole passando per Londra e il Portogallo.
    Il primo anello di congiunzione che si può distinguere (per lo meno in molti contributi) è quello dell’interessante confronto tra le tradizioni spagnole e italiane: partendo da queste, si possono poi indagare le zone di chiara distinzione e quelle in cui l’ombra della contaminatio appanna la vista. Diviene immediatamente comprensibile, dopo la lettura, come alcuni revisori, le cui edizioni sono ancora oggi usate in modo esteso nei conservatori nostrani, avessero non solo gli occhiali, appunto, appannati, ma non potessero neanche disporre di alcuno strumento chiarificatore. Risultano oggi incredibili certe correzioni ai testi scarlattiani che, considerate alla luce delle ricerche che questo libro fa emergere, dovrebbero essere emendate senza indugio – mi permetto di aggiungere che per rendere più fruibili le edizioni critiche musicali, gli apparati dovrebbero essere resi più chiari, penetrabili dal dotto musicologo come dal ragazzo che si appresta ad affrontare l’esame di compimento medio di pianoforte.
    Il saggio di Emilia Fiadini (Domenico Scarlatti: integrazione tra lo stile andaluso e lo stile italiano), curatrice dell’edizione critica delle opere scarlattiane per tastiera per Ricordi, apre orizzonti decisamente affascinanti, fondamentali per la musicologia “applicata”. Scarlatti scriveva anche in “stile andaluso”, cadenzava con stilemi tipici spagnoli senza per questo dimenticare le proprie origini. Emilia Fadini evidenzia quegli elementi armonici, melodici e ritmici di provenienza popolare che Scarlatti ha saputo elaborare e integrare nel proprio linguaggio; analizza le basi della teoria flamenca e la sua differenza col cante jondo attraverso lo studio degli scritti di teorici, in particolare la Teoria musical de la guitarra flamenca di Manuel Granados e lo scritto El Cante jondo di Manuel de Falla (un opuscolo che si trova dentro il volume Escritos sobre musica y musicos).
    A me, che sono pianista, il capitolo desta un interesse quantomeno dettato dalla curiosità di sapere ciò che vado a compiere quando mi siedo davanti allo strumento: è un peccato, infatti, sedersi al pianoforte per suonare una sonata tratta dagli Essercizi e non capire che si sta respirando aria ispanica.
    Di un orientamento simile sono le pagine di Andrea Coen e Valerio Losito, il cui titolo – Ipotesi sulla destinazione strumentale di cinque sonate per strumento melodico e basso continuo di Domenico Scarlatti – esemplifica di per sé l’approccio da musicisti ‘pratici’, inteso in quanto mezzo ma soprattutto fine della ricerca stessa. Gli stessi autori infatti scrivono: «Fermo restando che rimane molto difficile poter asserire per quale strumento in particolare siano state concepite queste sonate – sempre ammesso che lo fossero state – il ragionare da musici pratici sulla prassi esecutiva stessa ci ha suggerito, in modo quasi folgorante, l’utilizzo della viola d’amore: i passaggi di alcune di queste sonate non solo sono risultati eseguibili su questo strumento, ma addirittura idiomatici.»
    Comprendere non solo la mera dialettica musicale ma anche tutto quello che ne costituisce ‘il contorno’ è essenziale e, seppur non in modo diretto, rende musicisti migliori. Quando la musicologia è questa, nessuno dovrebbe permettersi di ignorare studi siffatti, a maggior ragione i docenti di conservatorio.
    La questione didattica è alla base del saggio di Todd Decker (The Essercizi and the Editors: Visual Virtuosity, Large-Scale Form and Editorial Reception): egli disegna una ricerca leggera da seguire e agile nell’impostazione, ma altrettanto efficace e brillante. Attraverso comparazioni ed esempi tratti da varie edizioni scarlattiane – e confortato dagli studi di Sara Gross Ceballos (Scarlatti and María Bárbara: A Study of Musical Portraiture) -, Todd conclude che probabilmente gi Essercizi sono stati composti con finalità pedagogiche; o meglio, che Scarlatti abbia concepito un percorso didattico non già delle singole composizioni ma dell’insieme dell’opera. Un precursore della grande idea che si esemplificherà in Muzio Clementi con il Gradus ad Parnassum.
    Non è un caso che lo scritto della Gross Ceballos sia collocato prima di queste conclusioni; il lettore giunge alle parole di Decker attraverso le ricerche che indagano sui rapporti tra María Bárbara (moglie di Ferdinando VI e futura regina di Spagna) e il suo protetto, Domenico Scarlatti. María Bárbara de Braganza, grande appassionata di musica, è la figura che nel “ritratto di famiglia” (Loo, Luis Michel van. La familia de Felipe v, Madrid, Museo del Prado) viene raffigurata intenta verso la cappella musicale posta più in alto. Chiaro il messaggio lanciato dall’autore dell’immagine, che spiega lo stretto rapporto fra Domenico e María Bárbara: musicista / nobile – docente / allieva. Come mecenate reale della musica Maria Barbara portò la musica nell’arena politica, indirizzando e orientando i gusti musicali attraverso i compositori che volle tenere a corte. La sua collaborazione con Scarlatti è visibile, secondo la Gross, nel corpus sonatistico che servì a meglio definire l’identità culturale non tanto della corte, quanto proprio della regina stessa e del mondo cui ella apparteneva. Ricordiamo che buona parte degli Essercizi vennero composti in quella corte e, se a questo fatto si uniscono le parole di Decker, si comprenderà come la tesi sostenuta da quest’ultimo sia oggettivamente possibile e fascinosamente applicabile.
    Clementi e Scarlatti, dicevamo prima. Fra questi due giganti della storia della musica troviamo alcuni punti interessanti in comune. Il primo, appena citato, è costituito dal legame in relazione all’evento didattico, al pensiero pedagogico: chiaro in Muzio, non esplicito (in termini di rivendicazione di intenti accertati) in Domenico.
    La relazione fra Clementi e D. Scarlatti è alla base dello scritto di Rohan H. Stewart-MacDonald (The Minor Mode as Archaic Signifier in the Solo Keyboard Works of Domenico Scarlatti and Muzio Clementi) – anche se sarebbe meglio dire che essa forma una sorta di conclusione aperta del saggio e del libro. L’articolo, attraverso un’articolazione chiara e definita, approfondisce il ruolo del modo minore nella musica strumentale del XVIII secolo. È stato interessante scoprire che, a differenza di quello maggiore, il modo minore fosse sentito come il luogo in cui esprimersi attraverso stilemi e tecniche compositive considerate non moderne (come ad es. il passaggio in contrappunto stretto, canoni, fughe… ricordiamo la Messa da Requiem di Mozart in re minore KV. 626, giusto per citare un capolavoro). Dall’analisi di varie Sonate in modo minore tratte dagli Essercizi, è emerso come lo stesso Domenico considerasse tali Sonate un’arena per sperimentalismi, trasformazioni, associazioni tra più stili e, addirittura, generi musicali. Queste ricerche (volte ad aggiornare e rendere più moderno il linguaggio barocco) sfociarono in alcuni fattori che divennero non solo comprensibili a Clementi, ma lo videro pure come uno dei maggiori maestri. Muzio, ad esempio, utilizzò il particolare trattamento della forma sonata in modo minore che proprio in Domenico era approdata al successo in chiave strutturale: stiamo parlando dell’innovativo movimento, alla fine della esposizione, dalla tonica minore alla propria dominante, invece che al III grado della scala, ossia alla relativa tonalità maggiore, come tradizionalmente avveniva. Questo, oltre ad affermare il modo minore e quindi un nuovo centro tonale di riferimento, comporta una serie di mutazioni nella concezione stessa della forma e apre la strada all’evoluzione che attraverso Clementi (evidentemente ben istruito da D. Scarlatti) porterà direttamente a Beethoven.
    Scarlatti e Clementi sono legati da molti altri aspetti, oltre quelli fin qui citati. Fra essi entra a pieno titolo anche la questione della nascente tecnica pianistica: passaggi di terze, di seste (chi meglio dei pianisti all’ottavo anno lo sa?!), scale, arpeggi… questo fa presumere che Clementi sia debitore, in un certo senso, delle intuizioni di uno compositore che ha sicuramente frequentato.
    A questo proposito citiamo il saggio di Jacqueline Ogeil (Did Domenico Scarlatti Compose the First Great Piano Music?), illustre studiosa e cembalista australiana, che percorre un’idea alquanto semplice e che probabilmente ha fatto visita a molti, ma che nessuno – credo per abitudine e tradizione - ha mai realmente approfondito. Domenico Scarlatti ha composto mai per pianoforte?
    Ogeil risponde da studiosa. Pone congetture, porta prove, accerta documenti, si pone delle domande e si concede alcune risponde… Da quello che leggiamo, possiamo supporre che certe indicazioni agogiche, certe figurazioni e alcune indicazioni specifiche avrebbe potuto scriverle ed intenderle solo chi avesse avuto a disposizione strumenti validi alla loro realizzazione. Come dire, se un popolo non conosce le scarpe, nel proprio vocabolario non apparirà neppure il termine “stringa”. Ecco un trittico di titoli (Gross Ceballos, Decker, Ogeil) in grado da soli di cambiare prospettive di studio per chi legge e per chi quei repertori li suona, li ascolta, li ama.
    Risulterà forse leggermente più comprensibile intuire le motivazioni per le quali nelle prime righe di questo testo parlavo di una molteplicità di parallelismi intellettuali ma di un unico grande filo conduttore. A questo filo ora possiamo dare un nome: è W. Dean Sutcliffe, e con il nome dell’illustre musicologo intendiamo evidentemente la monografia che egli ha dato alle stampe nel 2003 (The Keyboard Sonatas of Domenico Scarlatti and Eighteenth-Century Musical Style, Cambridge, CUP, 2003, XI-400 pp.). Non è un caso, infatti, che il nostro libro sia edito anche da lui… e lascio alla curiosità del lettore la scoperta del suo saggio nel libro in questione (Temporality in Domenico Scarlatti).
    Domenico Scarlatti Adventures potrebbe essere visto come una grande appendice al volume di Sutcliffe, o meglio, come l’inizio di una nuova era di studi che ha la propria radice in The Keyboard Sonatas… Questa affermazione concorda anche con l’opinione di studiosi autorevoli quali Giorgio Pestelli e Andrea Coen che, recensendo la monografia di Sutcliffe, ne hanno evidenziato il grande gap interpretativo e la pregnante svolta applicativa dello studio. Esattamente quanto abbiamo rilevato per il nostro volume, e di tale cammino ne captiamo la vocazione alla prosecuzione.
    Un viaggio nel viaggio: potremmo correggere così, dunque, l’affermazione iniziale di questo scritto.

    Andrea Barizza

    *

    ***

    Contents

    Prefazione vii

    Introduction ix

    Colin Timms
    A New Cantata by Domenico Scarlatti
    (Words by Antonio Ottoboni) 1

    João Pedro d’Alvarenga
    Domenico Scarlatti in the 1720s: Portugal, Travelling
    and the Italianization of the Portuguese Musical Scene 17

    Serguei N. Prozhoguin
    Rileggendo la lettera di Domenico Scarlatti 69

    Emilia Fadini
    Domenico Scarlatti: integrazione tra lo stile andaluso
    e lo stile italiano 155

    Sara Gross Ceballos
    Scarlatti and María Bárbara: A Study of Musical Portraiture 197

    Andrea Coen e Valerio Losito
    Ipotesi sulla destinazione strumentale di cinque sonate per
    strumento melodico e basso continuo di Domenico Scarlatti 225

    Joel Sheveloff
    Scarlatti’s Duck-Billed Platypus: K. 87 241

    Chris Willis
    One-Man Show: Improvisation as Theatre in
    Domenico Scarlatti’s Keyboard Sonatas 271

    Todd Decker
    The Essercizi and the Editors: Visual Virtuosity,
    Large-Scale Form and Editorial Reception 309

    Jacqueline Ogeil
    Did Domenico Scarlatti Compose
    the First Great Piano Music? 343

    W. Dean Sutcliffe
    Temporality in Domenico Scarlatti 369

    Rohan H. Stewart-MacDonald
    The Minor Mode as Archaic Signifier in the Solo Keyboard
    Works of Domenico Scarlatti and Muzio Clementi 401

    Contributors 445

    Index of Names 449

    Topics: Books, Editorial Collaboration, Great Musicians, MUSIC, Review | 3 Comments »

    3 Responses to “Scarlatti Adventures…”

    1. Claudia Scroccaro Says:
      marzo 13th, 2009 at 12:54

      Caro andrea, ho letto con estremo interesse la tua recensuione appassionata della nuova iscellanea su Scarlatti… io stessa ero curiosa di saperne il contenuto per ricerche che mi si prospettavano… ora dopo aver letto il tuo articolo senza ombra di dubbio… Sono ancora più curiosa!

    2. Andrea Barizza Says:
      marzo 14th, 2009 at 09:27

      Cara Claudia,
      il libro è veramente interessante e ricchissimo di spunti di riflessione di alto profilo.. lo consiglio a tutti.

      I saggi in inglese sono comunque scritti in modo assolutamente accessibili e gli autori sono per la maggiorparte di grande rilievo..

      un gran libro!

    3. Roberto Illiano Says:
      marzo 15th, 2009 at 09:47

      Bella recensione Andrea,
      complimenti. Ti ringrazio molto a nome del comitato editoriale della collana. Il libro è un bel successo editoriale. Ho saputo dall’etitore che sta vendendo molto bene e ne siamo molto felici, anche perché è stato
      un lavoro impegnativo.
      Un saluto a tutti :)
      Roby

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