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    L’era dello Swing… /1

    By Redazione Musica | marzo 23, 2009

    L’era dello Swing

    Dalla Crisi del ‘29 agli anni dello Swing (1935-1945)

    Ben pochi, al giorno d’oggi, hanno idea del reale significato che il crollo della Borsa di Wall Street nel 1929 ebbe per il mondo intero. Analizzando i documenti storici si può ben presto intendere come la fine di tutte le certezze, la perdita subitanea del benessere, la crisi che coinvolse tutti gli ambienti, fertilizzarono il terreno nel quale crebbero tutti i regimi totalitari della destra estremista, a partire da quello di Hitler. Proprio in quegli anni infatti, milioni di dollari erano stati investiti in quella Germania che usciva sconfitta dalla Prima Guerra Mondiale. Il fallimento improvviso di 9000 banche americane ebbe quindi ripercussioni tremende in Europa poiché investì di conseguenza le banche e le aziende tedesche. Intanto, negli anni precedenti, i grandi flussi commerciali si erano spostati dai vecchi centri. In Russia la rivoluzione del ‘17 e i successivi Piani Quinquennali chiusero il Paese in un isolamento che gli permise, sul medio termine di non essere sfiorato dalla crisi mondiale. L’Europa era uscita dal conflitto mondiale devastata e, come sappiamo, fu il teatro dell’affermazione delle varie destre fasciste. L’America, che pure era uscita ricca dal Prima Guerra Mondiale, non riuscì improvvisamente ad avere un mercato per i propri beni di prima necessità: una quantità incredibile di prodotti agricoli come il grano rimasero invenduti sul mercato internazionale. Per la prima volta una crisi capitalistica trascinava con sé anche l’agricoltura e le conseguenze furono gravissime: le piccole aziende agricole indebitate passarono in proprietà delle banche creditrici e i contadini diventarono affittuari delle terre che erano loro appartenute. In molti casi le piccole proprietà furono accorpate e i contadini espulsi dalla terra. La conseguenza forse più drammatica della crisi fu quella della disoccupazione, che già era una piaga sociale dell’America nera. Nel 1933 tante famiglie americane aveva salari così ridotti da vivere in condizioni di precarietà e di miseria. Vicino alle discariche delle città e lungo le linee ferroviarie iniziarono a popolarsi le hoovervilles, in sarcastico omaggio all’allora presidente Hoover, le baraccopoli di diseredati. Inutile dire che la categoria più colpita dalla depressione fu quella dei neri. Nonostante questo, proprio in quegli anni si acuirono fenomeni xenofobi e razzisti come il Ku Klux Klan, che raccolse consensi taciti e non, al pari dei partiti di estrema destra in Europa. I primi anni successivi alla crisi furono l’inferno e lasciarono un segno indelebile nelle coscienze di una comunità nere che di lì a poco avrebbero iniziato il cammino verso l’emancipazione. Il crollo economico ebbe conseguenze dirette nel pur florido mercato musicale. Dal 1925 al 1929 la musica jazz aveva attraversato il suo primo periodo d’oro, con Louis Armstrong, Fletcher Henderson e, soprattutto, Duke Ellington. Dopo il 1929 però, New York fu invasa da migliaia di famiglie in cerca di lavoro e tra queste persone, molte erano musicisti. Per sopravvivere, tutti si adattarono a fare lavori di qualsiasi genere, ma anche in questo stato di miseria, la discriminazione razziale privilegiava i bianchi. A questo si aggiunse che tanti dei locali che avevano impiegato orchestre nere, in seguito al crollo della Borsa, furono costretti a chiudere i battenti. In questo periodo tanti musicisti abbandonarono la professione per diventare camionisti, bottegai o qualsiasi altra cosa. Chi era stato più fortunato, come Coleman Hawkins, andò a suonare in Europa, dove il pregiudizio verso i neri non era così radicato.

    La via del superamento della crisi economica iniziò nel 1932 con l’elezione alla presidenza del paese di Franklin Delano Roosevelt (1882-1945). Trovatosi di fronte ad una paralisi totale, resa ancora più disastrosa dalle precedenti amministrazioni repubblicane, ma forte del grande successo elettorale, Roosevelt intraprese una frenetica attività che lo portò a ottenere dal Congresso poteri speciali per l’emergenza; in soli tre mesi (i famosi “100 giorni”) venne inoltre approvato un gran numero di leggi e di misure che varavano concretamente il cosiddetto New Deal, il suo piano economico per risanare lo stato del Paese. I risultati positivi fortunatamente arrivarono presto. Il New Deal ebbe il merito di riuscire a far uscire i cittadini dalla depressione economica e “morale” e di restituire loro, a poco a poco, la fiducia nel sogno americano, che era stato infranto dal crollo di Wall Street. Sogno americano che però aveva un solo colore, quello bianco. Tuttavia, con la ripresa dell’economia anche le classi disagiate poterono man mano inserirsi nella vita lavorativa degli Stati Uniti. Passata la paura, si ricominciava a vivere e, se gli anni ruggenti degli speakeasies erano solo un ricordo, un nuovo fermento culturale iniziò a diffondersi nell’aria newyorkese. Gli anni dopo la Depressione furono quelli del cinema, ma soprattutto dell’ormai diffusissimo disco e delle radio. Le comunicazioni e la diffusione delle mode, poterono giovarsi, al momento giusto, di mezzi potentissimi. E tutta la gioventù yankee aveva voglia di ballare.

    Swing
    “Identificare la swing craze con la fine di un incubo e con la conseguente esplosione di gioia di tutto un popolo, liberato da una condizione di paura durata ben cinque anni, può essere giusto e lecito, ma lo swing all’interno del ciclo storico di questa musica non fu soltanto il contraccolpo psicologico ad una condizione di incertezza e di timore”. (da Walter Mauro, La Storia del Jazz, Newton, Roma, 1994). Per la prima volta nella storia del Jazz infatti avveniva un fenomeno che in una certa misura andava contro il totale predominio nero della musica da ballo. Nei primi anni dopo la depressione, il fenomeno dello Swing fu prevalentemente bianco e, anche se molti musicisti di colore ne furono i protagonisti, ciò avvenne solo per necessità economiche. Le orchestre nere che seguirono le tendenze del mercato avevano perso il contatto popolare che era stato caratteristico degli anni di New Orleans e di quelli di Harlem e proprio la commercializzazione del loro stile, fece perdere alla loro musica quei caratteri che avevano radici popolari nere. In questo periodo chi poteva permettersi il divertimento erano prevalentemente i giovani bianchi. Certamente non possiamo dire che le band nere scomparvero, anzi, Duke Ellington ritornò sulla cresta dell’onda con i suoi migliori successi, poi c’erano le orchestre di Cab Calloway, di Louis Armstrong, di Chick Webb (che era ospite fisso al Savoy di Harlem), di Jimmy Lunceford e quella di Count Basie. Ma il potere mediatico delle big band bianche era spaventosamente maggiore. Orde impazzite di giovani inseguivano i vari fenomeni come Harry James, o i fratelli Dorsey, o ancora Ben Pollack. La radio (la prima orchestra da ballo a trasmettere negli Stati Uniti fu quella di Paul Whiteman) diffondeva swing che inevitabilmente andava a condizionare le scelte, i gusti e i consumi di un popolo che, sostanzialmente, non viveva sotto l’oppressione dei regimi dittatoriali che nello stesso periodo c’erano in Europa, era libero di scegliere. Nacque anche grazie a tutto questo clamore radiofonico, soprattutto in California, il fenomeno di Benny Goodman, clarinettista e direttore chicagoano che fu incoronato popolarmente “il re dello Swing”. Fra i suoi tanti meriti di ottimo musicista, vi furono quello di essere stato il motore della diffusione della parola stessa “swing” (letteralmente “dondolare”) e quello di essere stato uno dei coraggiosi bandleader che assunsero talentuosi musicisti di colore, come il pianista Teddy Wilson, provocando, nelle prime esibizioni in Texas, profondo scalpore. Le orchestre Swing iniziarono a furoreggiare. Le migliori avevano gruppi imponenti di fans che le inseguivano per i locali cittadini. Fra questi si mescolavano i jitterbugs, ovvero i patiti dello Swing, che conoscevano tutti i pezzi e ballavano coreografie quasi acrobatiche. E poi le famose taxi girls, che per qualche dollaro ti concedevano un po’ di balli. Il mercato musicale sul finire degli anni ‘30 era ritornato florido ed aveva spinto le orchestre nere a ricalcare lo stile di quelle bianche più in voga, a partire dallo smoking degli orchestrali. Quest’imitazione dei bianchi, ebbe a volte risvolti grotteschi, fondata come era sui vestiti, sulle pozioni per stirare i capelli o per schiarire la pelle. Molti musicisti, vedendo nel mercato che si era creato, una fonte stabile di sussistenza, assunsero nei confronti dei borghesi, un atteggiamento servile che dai fratelli di razza più dignitosi venne definito col dispregiativo “zio Tommismo”.

    Con l’avvento del Secondo Conflitto Mondiale, lo Swing venne salutato in Europa come la musica della liberazione. Le Big Band seguirono i battaglioni e il maggiore Glenn Miller perdette la vita mentre era in volo sulla Manica. Nelle radio clandestine si ascoltava musica americana. Dagli anni della ricostruzione qualcosa iniziò a cambiare velocemente. Lo Swing era, infatti, essenzialmente una musica da ballo. In America molte ballroom erano state chiuse e quelle poche che erano rimaste in attività non si potevano permettere spesso gruppi di 20-25 persone. Il colpo decisivo fu però il mutamento del gusto della gente. Un’altra volta, come dopo la Prima Guerra Mondiale e dopo la Grande Crisi, si cominciava tutto daccapo. E soprattutto stava per arrivare un’altra musica da ballo: il Rock‘n roll.

    Big Band
    La macchina musicale più bella della swing craze fu senz’altro quella della cosiddetta Big Band. Ma quest’organico caratteristico non fu certo una novità dello Swing. La storia delle Big Band iniziò ben prima della Prima Guerra Mondiale, quando cioè, il Ragtime e il Dixieland erano musiche d’intrattenimento nelle balere, dove le orchestrine, variamente formate, iniziarono ad esibirsi. Tuttavia, la forma orchestrale delle Big Band, così come siamo abituati a vederle oggi, non si era ancora concretizzata ed una varietà notevole di strumenti di provenienza classica (come il violino) o militare (come le tube e le cornette) si andava, via via, a mescolare con strumenti popular come il banjo e il saxofono ( quest’ultimo nel periodo in cui il Jazz arrivò a Chicago). Dopo la Grande Guerra, proprio con l’arrivo dei soldati americani in Europa, sbarcò anche la musica d’oltreoceano e, con essa, le proprie formazioni e i propri strumenti . Da questo momento siamo soliti dividere in due periodi principali la storia delle grandi band. Nella metà degli anni ‘20, abbiamo big band costituite tipicamente da 10-25 elementi. All’epoca suonavano ancora forme primordiali di jazz che tuttavia davano già spazio a piccole improvvisazioni, come nel noto Charleston. Spesso, includevano ancora una sezione d’archi che sparirono poi con l’avvento dello Swing dal 1935. Molto spesso la vera star della band era una cantante o una cantante che, con voce pseudo-lirica cantavano melodie dolci e romantiche. Il fervore che si sviluppò intorno alla musica delle grandi band portò molto spesso alla ribalta i direttori (che quasi sempre erano anche gli autori degli arrangiamenti). All’epoca divennero estremamente popolari artisti come Paul Whiteman, Ted Lewis, Jean Goldkette, Vincent Lopez, Ben Pollack. Molti di questi musicisti, a causa della crisi economica del 1929 si ritirarono, nonostante solo pochi anni prima fossero stati osannati al pari delle star dello sport, dal pubblico americano. Sebbene queste orchestre fossero estremamente “commerciali” furono la culla di molti grandi musicisti jazz a partire da Bix Biederbecke e Frankie Trumbauer, che suonarono nella band di Paul Whiteman. Verso la fine degli anni ‘20 iniziarono ad emergere nuove big band autenticamente jazz nelle quali, cioè, c’era più spazio per l’improvvisazione. Gli autori iniziarono a dedicare più attenzione agli arrangiamenti che divennero via via più sofisticati (basti pensare a quelli di Don Redman per la Fletcher Henderson Band o quelli di Duke Ellington per la sua Cotton Club Orchestra, fino a Walter “Foots” Thomas per Cab Calloway). Earl Hines divenne la star di Chicago con la sua Grand Terrace Cafe band con la quale iniziò il periodo dei grandi Tour live da una costa all’altra degli Stati Uniti. Parallelamente, a Kansas City (nel Missouri), il bandleader Benny Moten fu il promotore di uno stile blues adattato al nuovo organico. Tutto ciò avvenne quindi ben prima del 1935, anno in cui lo Swing vero e proprio cominciò ad essere più popolare. In ogni caso, lo Swing, ebbe poco audience almeno fino al 1936. Da questi anni in poi ci fu un grande ricambio generazionale. Le nuove Jazz Band di Louis Armstrong e Earl Hines fecero cadere nell’oblio le orchestre old style di Jelly Roll Morton e King Oliver. A tutto ciò contribuirono gli effetti della Grande Depressione che iniziavano a farsi sentire anche nel mercato discografico, non più disposto ad investimenti rischiosi su band passate di moda.
    La maggiori “black” band, fino agli anni Trenta inclusi, furono quelle di Ellington, Hines e Calloway, insieme a Jimmie Lunceford, Chick Webb, e Count Basie. Le “white” band più famose furono invece quelle di Benny Goodman, Artie Shaw, Tommy Dorsey, Shep Fields e, poco dopo, quella di Glenn Miller, che senz’altro, almeno a livello commerciale, ebbero più successo.

    Emanuele Raganato

    Topics: Aesthetic of Music, History of Compositional Technique, History of Instruments, History of Music, History of Music Theory, History of Performance, Jazz, Swing, MUSIC, Swing and Jazz | No Comments »

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