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    Fabrizio De Andrè… Dieci Anni Dopo

    By Redazione Musica | marzo 29, 2009

    Credo fosse il ‘75 o il ‘76, tra i tredici e i quattordici anni, quando ascoltai per la prima volta le canzoni di Fabrizio De Andrè, da qualche radio libera umbra – allora erano libere ma libere davvero, senza sponsor e playlist precompilate da discografici e magnaccia del settore -; di un brano, il primo che mi sembra di ricordare, mi impressionò per un distico: “non si risenta la gente per bene / se non mi adatto a portar le catene” (Il fannullone).

    Un’illuminazione per chi come me ha sempre sentito le convenzioni sociali come catene neganti ogni possibilità di movimento, di rapporto umano e diretto. E De Andrè, insieme ad altri che chiamavano cantautori, cominciò ad essere un confidente ideale, un amico “più grande” a cui chiedere consigli di libertà e di vita. Mi sembra ancora di risentire quelle radio mal sintonizzate, il cui segnale arrivava distorto o a tratti, e il mio vecchio registratore che risucchiava interi programmi di canzoni d’autore e di rock da riascoltare fino alla smagnetizzazione o alla rottura irreparabile del nastro. Cominciai ad ascoltare De Andrè, a comprare con i pochi soldi che avevo qualche musicassetta, a farmene doppiare altre da amici fino a costruire una discografia completa, un ideale percorso condiviso. Il mondo giovanile sembrava diviso tra chi ascoltava cantautori e chi la canzone di puro intrattenimento. Ricordo ancora, con una punta di malcelata nostalgia, le discussioni sulla canzone impegnata e sulla qualità dei testi. Discussioni che si svolgevano sugli autobus, davanti ai primi bicchieri di vino e nel fumo di sigarette che ormai non esistono più. Battisti o Guccini? Baglioni o De André? Cocciante o De Gregori?

    E De André, insieme a Guccini e Gaber, divenne un punto di riferimento, di riflessione costante, una colonna sonora della mia adolescenza che si alternava ai Pink Floyd, ai Deep Purple, ai Rolling Stones, ai Jethro Tull, a Lou Reed, a Dylan… Ed ogni ascolto diventava scoperta di senso, suggerimenti di letture e approfondimento. Ho scoperto in quegli anni François Villon, Edgar Lee Masters, Cecco Angiolieri, i vangeli apocrifi con Fabrizio, Cenne de la Chitarra, Folgore da San Gimignano, Omar Khayyam, Roland Barthes, Hemingway e Schopenhauer con Guccini, Esenin con Branduardi… ho imparato a discernere molte cose grazie a queste canzoni che sentivo mie perché dicevano ciò che avevo dentro e faticavo ad esprimere.

    Con Guccini ho conosciuto il canto epico, la tradizione dei cantastorie attualizzata, con Gaber l’ironia lucida e dissacrante, con Jannacci il canto surreale, stralunato ma drammaticamente intriso del presente, con De Gregori il simbolo come si appresenta alla coscienza, ma De Andrè,come Pasolini, mi ha fatto scoprire l’umanità senza eguali degli ultimi, la loro vitalità dirompente e disperata e lo ha fatto senza il moralismo pietistico di Manzoni o di Verga, con uno sguardo libero, sgombero da ogni ipocrisia.

    Per la prima volta trovavano dignità nel panorama della canzone italiana prostitute, alcolisti, suicidi, gay, transessuali, matti, malati di cuore, blasfemi, resistenti, immigrati, banditi, indiani, pastori, ecc.: tutti coloro che in modo spesso istintivo si sono sottratti anche al controllo sociale primario e si muovono sentimentalmente nel mondo, senza ipocrisie, sorretti da grandi passioni, travolti dalle stesse ma infinitamente umani, vivi, vicini nella carne e nel sangue: i “non riconducibili” nel recinto borghese e sono figure che assurgono ad una nobiltà che il borghese non ha e non potrà mai avere, quel borghese che è il “vecchio professore” de La città vecchia, il giudice de Il gorilla (preso in prestito, tradotto e adattato da Brassens), il giudice di Storia di un impiegato, l’avvocato amante di Princesa, i “trafficanti di saponette” e il “ministro dei temporali” de La domenica delle salme, che si realizza in un sostanziale schiacciamento sulle posizioni del potere, qualunque esso sia, seguendo una falsa morale e trasmettendola con i crismi ufficiali dell’ipocrisia, di chi sa che sta raccontando balle per asservire e dominare il prossimo.

    Cogliere le vite e entrarci dentro con mente libera da pregiudizi era la grande dote di Fabrizio, una dote che lo accomuna a grandi poeti come Saba e Pasolini.

    Di Fabrizio non si può tacere l’avversione al potere, a qualsiasi potere, specialmente quando il potere per autolegittimarsi ricorre a favole e devastanti religioni che giusticano la schiavitù, lo sfruttamento, la sofferenza, l’imposizione, l’impostura, il furto e la guerra in nome di un presunto Dio.

    Non mancheranno in questo decennale della scomparsa tentativi di appropriarsi dell’opera di De Andrè: sia i “ministri dei temporali” che i becchini dell’ideale si contenderanno un pensiero che li accomuna nell’identità di avvoltoi e sciacalli, incuranti del ridicolo di cui si copriranno. De Andrè non è digeribile dal potere: “non esistono poteri buoni” cantava ne La mia ora di libertà e ogni tentativo di strumentalizzare il suo pensiero lo dimostrerà inequivocabilmente.

    Non voglio qui entrare nell’idiota disquisizione tra poesia e canzone d’autore – sarebbe tra l’altro inutile e non solleciterebbe che prese di posizioni sterili e ammuffite – ma ritengo che molti dei testi

    di Fabrizio De Andrè, come La domenica delle salme, siano tra le cose migliori in assoluto che hanno visto la luce nell’Italia di questi ultimi cinquant’anni. Un testo civile e disperato, unico.

    Dieci anni sono passati dalla sua morte eppure le sue canzoni circolano e conservano una forza ancora intatta, molti ragazzi le ascoltano e si ritrovano nei suoi versi, nel suo diretto e non mediato dissentire, scavare, interrogare il “vero” ufficiale per mostrarne le ipocrisie portanti, e ripetere candidamente che “dai diamanti non nasce niente / dal letame nascono i fiori”.

    Enrico Cerquiglini

    Topics: MUSIC, Your personal considerations | 2 Comments »

    2 Responses to “Fabrizio De Andrè… Dieci Anni Dopo”

    1. Fabrizio De Andrè… Dieci Anni Dopo | Attualita' Says:
      marzo 29th, 2009 at 19:50

      [...] LEGGI L’ARTICOLO ORIGINALE Credo fosse il ‘75 o il ‘76, tra i tredici e i quattordici anni, quando ascoltai per la prima volta le canzoni di Fabrizio De Andrè, da qualche radio libera umbra – allora erano libere ma libere davvero, senza sponsor e playlist precompilate da discografici e magnaccia del settore -; di un brano, il primo che mi sembra di ricordare, mi impressionò per un distico: “non si risenta la gente per bene / se non mi adatto a… [...]

    2. Andrea Barizza Says:
      marzo 31st, 2009 at 20:16

      Come ho già detto…per Noi Liguri, Faber è un Padre..

      Andrea, anzi: ‘U Dria..

    Comments