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    Liszt, Paganini and Mephisto…

    By Redazione Musica | maggio 6, 2009

    Il varco verso l’Altro*

    Quando Liszt, con aristocratica mondanità, si presentava al suo scelto pubblico con le mani guantate di daino e si accingeva ad eseguire gli Studi trascendentali, il Mephisto walzer o la Campanella, le dame aspettavano frementi il magico momento nel quale il guru del virtuosismo si sarebbe tolto i guanti e li avrebbe gettati al pubblico. A quel punto, a leggere qualcosa delle cronache del tempo, non è da aspettarsi che il comportamento delle suddette dame fosse più contenuto di quello delle giovanissime fans che oggi cercano di assicurarsi brandelli di vestiti strappati di dosso a qualche sconvolgente rockstar. Qual è la molla segreta capace di scatenare il delirio collettivo e l’adorazione feticistica? Il meccanismo è naturalmente profondo e complesso: personalità magnetica capace di aprire varchi su dimensioni trascendenti il quotidiano da un lato, frenesia bacchica e desiderio panico di immedesimazione dall’altro. Questo dinamismo di artista / pubblico è l’elemento comune. C’è però una differenza fondamentale, che non riguarda la differenza fra musica classica e musica rock, bensì il mutamento della concezione estetica. La rockstar, figura classica della concezione più recente (a prescindere dai valori musicali intrinseci, che qui non discutiamo), fa tutt’uno con la sua musica, e non ha esitazioni a offrire lui stesso il modello dell’ebbrezza dionisiaca in cui coinvolgere il suo pubblico: si strappa lui stesso i vestiti, si butta a terra, delira improvvisando, qualche volta fracassa gli strumenti (per fortuna non tutti fanno così, ma è indubbio che questo costituisce un fondamentale stereotipo). Paganini o Liszt, invece, si mantengono ancora distaccati dalla propria musica, e il loro comportamento in scena (a parte qualche studiata teatralità di maniera destinata ad evocare un’aura demoniaca, e a spandere, per così dire, bagliori di zolfo) è rigorosamente formale: loro sono esecutori, e quindi quasi sacerdoti di una potenza oscura e superiore che attraverso la voce profetica dei loro strumenti, o meglio attraverso l’inabitazione dei loro corpi che riescono a farli suonare in quel modo, si manifesta alla sbigottita umanità presente all’evento. E’ in questa oggettività l’elemento di differenza, e anche l’elemento che consente di capire il significato del virtuosismo strumentale al di là del troppo semplice stereotipo dell’abilità tecnica, che non consente di distinguere un Liszt o un Paganini da un qualunque funambolo o saltimbanco. Se muoviamo da una concezione soggettiva della produzione estetica, allora in effetti non c’è differenza fra la vis espressiva dell’artista e la produzione dell’universo della bellezza. Quindi non solo fa bene oggi la rockstar a dare fondo alla sua verve debordante, ma avrebbe fatto bene anche il virtuoso ad immedesimarsi con la propria prestazione esattamente come un funambolo o un saltimbanco, non avendo altro da mostrare che la propria stupefacente abilità nel trarre dallo strumento suoni inusitati, così da costituirsi lui stesso come termine trascendente di adorazione. Se invece muoviamo da una concezione oggettiva delle strutture estetiche – e così era al tempo di Paganini e ancora di Liszt (sebbene la concezione opposta avanzasse a grandi passi, e il comportamento delle dame è lì a dimostrarlo) -, allora il virtuoso strumentale è colui che, mediante un dominio inaudito della tecnica strumentale, riesce a rivelare strutture sconosciute della bellezza iperurania, che solo attraverso quel varco diventano miracolosamente accessibili. Nell’antica concezione, l’artista si attrezza con fatica quasi ascetica per dare umilmente voce all’indicibile alterità, nella nuova dà libero corso alla fiduciosa convinzione che, una volta detto se stesso, non c’è poi molto altro da dire. Eppure chi ha letto, sull’edizione Ricordi di HanonIl pianista virtuoso, la nota introduttiva all’ultimo difficilissimo dei sessanta esercizi, dedicato al tremolo, ricorderà che “Steibelt dava i brividi al suo uditorio quando eseguiva il tremolo“. Ora i brividi – come osserva Rudolf Otto nel suo celebre saggio sul Sacro, sono la reazione emotiva alla terrificante maestà dell’assolutamente Altro che irrompe nel quotidiano, e non all’abilità di un giocoliere che fa ruotare intorno a sé più palle, o mazze, o cerchietti, dell’umanamente prevedibile.

    Antonino Postorino

    (* Il Rigo Musical, Anno III, luglio 2006)

    Topics: LITERATURE, MUSIC, Music and Philosophy, Philosophy | No Comments »

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