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    Sentieri e Parole…

    By Redazione Lettere | maggio 10, 2009

    Sentieri e Parole
    in una bella raccolta interculturale di saggi curata da Paola Polito, le voci artistiche più interessanti che hanno attraversato la terra ligure

    SENTIERI LIGURI PER VIAGGIATORI NORDICI
    Studi interculturali sulla Liguria
    A cura di Paola Polito

    Di solito, quando si parla di “viaggiatori del Nord” in Liguria (specialmente in quella del Levante) si pensa subito ai super – gettonati Shelley (sia Percy che Mary), Byron e a volte Wagner; niente di tutto questo, neppure in nota, nella recente raccolta di saggi a cura di Paola Polito: Sentieri liguri per viaggiatori nordici. Studi interculturali sulla Liguria (Firenze, Leo S. Olschki, 2008; 289 pagine compresi gli indici e le schede – autori). I “nordici” in questo caso provengono dal profondo Nord: si tratta di personaggi quali Hans Christian Andersen, o l’artista Asger Jorn, o lo scrittore contemporaneo Björn Larsson (che offre anche un suo contributo diretto alla raccolta stessa).

    Ma, e di più, i “viaggiatori nordici” sono gli autori dei saggi stessi: italiani che hanno conosciuto, per lettura attenta o direttamente sul territorio, la sensibilità del Nord – Europa, e ricercatori danesi o svedesi che sono entrati in contatto con la terra ligure. Una piacevole variazione “mista” con originale spostamento sulle arti figurative e i ricordi personali, è inoltre nell’intervista a Piero Simondo proposta da Ole Jorn riguardo al proprio padre.

    Si potrebbe leggere questa raccolta come una serie di inviti, di “xenia” ospitali da parte di liguri a nordici, ricambiati da equivalenti doni. Prima, tre spezzini d’origine discutono sul paesaggio nelle pagine di Montale, Boine, Sbarbaro, Calvino, Maggiani (Paola Polito); su Leopardi nelle poesie (dialettali e non) del lericino Paolo Bertolani (R.Bertoni); sui soggiorni del pensatore russo – lituano Isaiah Berlin a Paraggi, presso Santa Margherita Ligure (Francesca Del Santo); “rispondono” Hanne Jansen e Steen Jansen su Montale e Sbarbaro, Ole Jorn con l’intervista di cui si è detto, e Björn Larsson sullo scrittore Francesco Biamonti.

    Il saggio della Polito, il più esteso ed esplicitamente corredato di strumentazione d’analisi, ricerca la presenza del paesaggio ligure in chi più l’ha contemplato e interpretato per il proprio messaggio poetico e letterario; Roberto Bertoni approfondisce con chiarezza l’influenza di Leopardi su Bertolani tanto implicita nei versi quanto dichiarata dal poeta lericino, terminando però con la sottolineatura di fondamentali differenze fra i due nel rapporto con la vita; Francesca Del Santo segue i due soggiorni liguri del pensatore Berlin durante la stesura della sua “ontologia di libertà”, sposandoli a scoperte sul carattere ligure nelle pagine di Montale e Bertolani: ma è sempre il paesaggio, con le sue “sporgenze” tanto reali quanto interiori, a farla da protagonista in rapporto alle scelte del filosofo.

    Il tenore delle prime quattro “risposte nordiche” è reso chiaro nei titoli: Portare la voce ligure altrove; Parole e temi… materiali per uno studio del lessico; Un vichingo in Liguria nel ventesimo secolo; Francesco Biamonti: scrittore ligure o scrittore del mondo? Ci si confronta tanto col paesaggio e la persona umana, quanto e soprattutto con versi poetici approfonditamente analizzati, e i tre aspetti appaiono temperati sapientemente, ma sempre con passione sincera. Per motivi di spazio ci soffermiamo solo su due dei quattro interventi: in Portare la voce ligure altrove: Montale in Danimarca, Hanne Jansen compie una scelta importante e difficile: valutare le traduzioni di Montale in un paese che ama il poeta ligure, e tuttavia fin dal suo “Nobel” gli ha dedicato un’attenzione quantitativamente inferiore rispetto ad altre nazioni. La parte centrale del lavoro è dedicata alle versioni concrete proposte da poeti o da traduttori / commentatori di professione; ma è in ciò che segue e precede lo spunto più interessante: è necessario infatti preparare il terreno scoprendo i modi critici e storico – letterari con cui Montale è letto e commentato in Danimarca; soprattutto, è inevitabile concludere su come tratti di ambiente e paesaggio (la pianta dei limoni, il topo che “tonfa” da una palma…) non appartengano al mondo danese con la stessa quotidianità con cui li può incontrare un mediterraneo: si arriva dunque, con semplicità ma con acume, al nodo del binomio poesia – antropologia, e a parere di chi scrive ciò è assai apprezzabile.

    Almeno un accenno merita l’intervista a Piero Simondo proposta da Ole Jorn sul proprio padre, l’artista Arge Jorn; in realtà, si tratta di una ricostruzione, tra il benevolmente autoironico e l’affettuoso, delle occasioni passate dall’intervistato stesso assieme all’artista nei caruggi, nelle cantine, nelle grotte del ponente ligure; un ricordo che possiede strumenti di alta consapevolezza, soprattutto antropologica “senza tempo”, volta a mettere in parallelo la sensibilità ligure con quella nordica: si tratta, ancora, di individuare “sentieri comuni”…

    Il secondo “scambio” fra liguri e nordici da un lato approfondisce, da un altro rende più vari gli spunti proposti nella prima sezione del volume. Paola Polito ritorna sul paesaggio ligure in Maurizio Maggiani (Liguria e altrove. Genova e Moku Iti: gli scenari estinti della modernità); Sandro Ricaldone sull’artista Asger Jorn come rappresentante di punta dell’ immaginismo (Il perimetro immaginista. Jorn fra Albisola e Cosio); “rispondono” il linguista Erling Strudsholm sul dialetto in Liguria (Lingua e dialetto in Liguria. Alcune considerazioni sulla situazione sociolinguistica ligure), Anders Toftgaard sulla Liguria del primo’500 (“Sono queste genti fiere naturalmente”. L’immagine della Liguria nella prima parte del Cinquecento), e Lene Waage Petersen sui diari di viaggio liguri di Hans Christian Andersen (I passaggi per la Liguria di Hans Christian Andersen nelle pagine dei suoi Diari).

    Chiude la raccolta l’originale riflessione di Enrica Salvaneschi Un pettine di sassi, magistralmente definita dalla Polito “commento funambolico e scarmigliato nel quale l’autrice si diverte a scomporre e ricomporre la già intricata mappa del volume in una personalissima interpretazione della ligusticità come, a loro modo fruttuose, aridità e nichilistica immobilità”.

    Anche in questo caso, per motivi di spazio approfondiamo solo alcuni dei temi (tutti interessanti e ben trattati) presenti nel volume.

    Nel suo secondo intervento, Paola Polito intende spostarsi dall’attenzione al paesaggio (ligure) quale “mappa semantica” della vita e della scrittura, al rapporto fra luoghi e tempi soggiacente a una filosofia della storia che indichi il momento della modernità come drammatico “terremoto” invasivo sui nostri modelli. Il testo prescelto per tale “esercizio” è La Regina disadorna di Maurizio Maggiani (1998), considerato sia esemplare in sé, sia fonte di riflessioni sulle “fratture di un passaggio epocale”. L’indagine appare condotta con grande organizzazione strutturale, dovizia doverosa di citazioni e buone scelte di retroterra metodologico, arrivando a commoventi conclusioni (cui l’autrice dedica a parer nostro troppo scarse righe) sull’ “innocenza del mondo, che davanti all’altare della Storia ci fa sentire tutti orfani dei nostri miti migliori”. E’ appunto in questa distanza, quantitativa e qualitativa, tra l’esercizio analitico serrato, col suo consumato lessico precettato dall’accademia, e la sincera intuizione di sensibilità e di morale, che sta il pregio e il difetto del lavoro: a fronte di una faticosa concretezza analitica che esorcizzi svolazzi estetici gratuiti, la buona strutturazione del materiale, la sua costante “letteraturizzazione”, rischiano di sostituirsi a una visione positivamente olistica e sincera dei luoghi e delle storie ricordati, pur lodevolmente raggiunta dall’autrice nel finale.

    Una notazione e un plauso particolare merita a parer mio il saggio di Erling Strudsholm sul dialetto. Ci troviamo, innanzitutto, nella situazione ottimale per la dialettologia, cioè quella di un ricercatore straniero ma al tempo stesso esperto per contatto diretto con gli idiomi che studia dall’esterno. L’autore dedica le parti del suo intervento, bene equilibrate, alla situazione attuale della dialettologia, a quella dei linguaggi liguri in ambito letterario (poesia, prosa, teatro), e in ambito non letterario, per riflettere sul prossimo destino dei dialetti in Europa, e concludere sostenendo giustamente l’indissolubilità tra parola dialettale e testimonianza di volti, persone, fatti storici, atteggiamenti antropologici in via d’estinzione e a rischio di oblio.

    E vi è per noi un’altra ragione di lode in questo saggio: esso infatti termina citando a sostegno della propria tesi i versi dello spezzino Renzo Fregoso, poeta dialettale che da più di trent’anni conduce un’umile quanto seria e approfondita riscoperta dei tipi umani e delle parole originarie della sua città; lavoro certo da sempre apprezzato in patria, ma non valorizzato quanto meriterebbe.

    Non possiamo infine ritrarci dal sottolineare felicemente un punto del lavoro dedicato a H.Ch.Andersen, dove si nota (pp. 261, 262) come, nel 1833, l’autore danese raffigurasse sul suo diario le colline del Vignale e di Marinasco alla Spezia: amene, ordinate, ricche di viti; l’ennesimo appoggio a chi oggi rivaluta il sito spezzino del periodo 1300 – 1800, precedente alla costruzione del famoso arsenale, in barba a una “vulgata” solitamente d’importazione che lo vuole languente e quasi inesistente, ignorando ricerche tutt’ora sottovalutate, quali quelle del compianto Ambrosi, del Bevilacqua e soprattutto di Alberto Scaramuccia.

    Il primo aggettivo che dedicherei a questo libro è “coraggioso”, e in senso positivo. Non solo si pongono a confronto sullo stesso tema sensibilità nate in luoghi e “scuole” differenti (e oggi ce n’è bisogno!) , ma si mantiene quasi in ogni pagina un’attenzione tanto al paesaggio reale quanto al suo uso “letteraturizzato”, e a volte metaforico, espressionista, simbolico. Altrettanto coraggiosa è la scelta di trattare artisti sia di letteratura che di tecniche figurative, e di inserire studi approfonditi accanto a testimonianze e ricordi. Il parallelo più difficile è quello che riguarda la pratica di analisi accademiche accanto a considerazioni di esperienza dirette e spontanee.

    Alla fine, l’equilibrio positivo fa dire al lettore che valeva la pena di tentare: certamente raggiunto è l’obiettivo di ricercare una – unificabile o meno – ligusticità del paesaggio in letteratura, e di approfondire le variazioni con cui artisti giustamente famosi la praticarono.

    Certo, per uno sguardo dispettoso i difetti non sono assenti: ad esempio Paola Polito nel suo primo, lodevole saggio, cita più di una volta le idee di Romano Luperini su Montale come naturalmente consone alla ricerca da lei condotta e agli altri strumenti critici usati, ma a parer nostro tale vicinanza non è né scontata né utile. O ancora, Steen Jansen impiega alcune pagine ed energie in confronti lessicali computazionali tra Montale e Sbarbaro, ma le conclusioni a cui arriva sono solo corroborate da esse, come lo studioso sembra implicitamente ammettere, tanto che ne cerca conferma in interviste e dichiarazioni dirette dei due poeti, peraltro forti ma non definitive. D’altronde, in più parti dell’opera il metodo computazionale applicato al lessico sembrerebbe strumento principe, con risultati certo utili e a volte pregevoli, ma non prioritari; se tali strumenti infatti diminuiscono la soggezione dell’umanistico all’odierna presunzione scientista, non possono certo “rilanciare la lettura e l’interpretazione” di opere contemporanee che, calate nel contesto di un linguaggio e di una antropologia coevi, hanno al contrario di quelle classiche l’unico termine di paragone nel giudizio libero e immediato del lettore, qualunque esso sia.

    Infine, bisogna dare atto ad autori, curatrice ed editore di una buona resa grafica – cosa oggi sempre più difficile anche con insospettabili blasoni. Nonostante ciò, le sviste non mancano: Bertoni scrive aniente citando Bertolani (p.57); Hanne Jansen scrive: in media res (p.83), Quaderni del ‘71, Quaderno di quattro anni, Quaderni di quattro anni, Quaderni del ‘71 e ‘72 (pp. 84, 87, 90, 89) mentre nel Montale “definitivo” abbiamo solo Quaderno di quattro anni e Diario del ‘71 e del ‘72. Sempre H. Jansen scrive … per un notevole equivalenza formale (p.96), un estesa equivalenza formale (p.97), Steen Janssen sembra lasciare una citazione adespota a p.113; nell’intervista di Ole Jorn a Piero Simondo troviamo abbai al posto di abbia (p146); nel secondo contributo della Polito entrambi le ambientazioni (p.171); Sandro Ricaldone ripete immotivatamente le parole che avrebbe voluto (p.192); Anders Toftgaard scrive: le persone che hanno viaggiate (p.232), da verbo avere senz’accento (p.236), Landalfo Rufolo al posto del più boccaccesco Landolfo (p.237), L’invasione di Luigi XII fu festeggiati (p.238), Il popolo italiano è invece soggette (p.242), Ma Braudel è piena di ammirazione (p.244), … ispirato dalle Tristia (p.245, mentre il neutro latino pretenderebbe “dai Tristia”), non bisogno credere (p.246).
    [Con facilona brachilogia, personalmente avrei inserito tra le "sviste" anche cotesto (p. 102), ma la Redazione mi chiede di non farlo, poiché la professoressa Polito (cui avevo inviato le prime bozze di questa recensione) con squisita gentilezza ha fatto notare (oltre a una decina di miei brutti errori ortografici nella trascrizione dei nomi propri) che tale termine è ampiamente usato in linguistica testuale]

    Comunque, al di là dei pregi (molti) e dei difetti (pochi), questo libro fa parte a mio avviso di quelli che mantengono una ragione di vita alla critica in letteratura contemporanea; essa sta nell’aprirsi – con gli strumenti e lo sguardo che si preferisce adottare -verso realtà connaturate all’esistenza, e in qualche modo sottoposte alla cultura: in questo caso è il paesaggio, così come altre volte possono essere gli animali, o i gesti abituali, o il senso del viaggiare (non solo quello mitico ed eroico…) o altro ancora; ciò che i poeti di ogni tempo e scuola hanno sempre fatto; i critici, a volte sì e a volte no.

    Paolo Bertini

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