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    Sentieri e Parole… Intervista all’Autrice

    By Redazione Lettere | maggio 12, 2009

    Ancora su “Sentieri e Parole“: proponiamo una nostra intervista alla curatrice Paola Polito

    Siamo lieti di poter far seguire alla recensione pubblicata il 10 maggio 2009 una breve intervista gentilmente concessaci dalla curatrice di SENTIERI LIGURI PER VIAGGIATORI NORDICI che sentitamente ringraziamo:

    Il vostro è un lavoro corale e composito: i primi spunti per realizzarlo sono venuti da un’occasione e da una persona in particolare, o il percorso è stato differente?

    Il primo “spunto” risale ad alcuni anni fa, quando l’allora Dipartimento di lingue romanze dell’Università di Copenaghen chiese ai suoi lettori stranieri di partecipare a un ciclo di incontri con studenti e colleghi, rispondendo a una domandina da niente: “CHI SEI?”. Riuscii ad evitare di pronunciare anche una sola volta la prima persona singolare commentando pagine di autori a me cari in cui il paesaggio ligure partecipava fortemente all’articolazione di una particolare “sintassi sentimentale”. Così lontana da “casa”, mi resi conto che la mia identità culturale, per quanto complessa e stratificata, parte senz’altro da un nucleo originario ligustico, diventato nella mia mente “mitico”. In tale mitologia confluiscono due esperienze: quella fisica del paesaggio nativo e quella mentale di alcune opere letterarie il cui valore universale trae linfa e forma (anche) dal locale. Incominciai così a occuparmene criticamente, tramite corsi sul tema e comunicazioni a convegni. Nella mia indagine, di cui si ha una sintesi nel primo dei due saggi con cui ho contribuito a “Sentieri…”, l’idea di una “linea ligure” letteraria – certamente non nuova, soprattutto per la poesia (cfr. il “paradigma ligure”, G.Bertone) – è rivisitata alla luce del nesso tra esperienza e semiotizzazione teorizzato dal pensiero fenomenologico di M.Merlau-Ponty e più recentemente da J. Fontanille, oltre che dalle teorie cognitiviste dell’immaginazione e della metafora di G. Lakoff e M. Johnson, M. Turner e G. Fauconnier. In ‘Ligusticità’: la letteraturizzazione del paesaggio sostengo l’esistenza di un “modello cognitivo idealizzato” del paesaggio ligure, costruito a partire dall’esperienza fisica che se ne fa e consolidatosi in una tradizione letteraria, di cui provo a ricostruire una mappa fisico-concettuale con esempi tratti dall’opera di Boine, Sbarbaro, Montale, Calvino, Biamonti, Maggiani. Le coordinate spaziali e i componenti naturali di questo modello forniscono un orientamento specifico con cui il soggetto, specie se nativo o naturalizzato, va a conoscere o a immaginare il resto/il diverso, traendone anche alimento per le proprie metafore esistenziali.
    Ma tentare di “fare sistema” di una complessa rete intertestuale, di materiali coerenti a livello lessicale, sintattico, figurale, semantico, mi ha portato per forza di cose a lavorare per elezione e “localizzazione”, istituendo distanze operative e conseguentemente anche molto scartando, sicuramente troppo. La ligusticità che andavo ricercando rischiava insomma di diventare concentrazionaria, e soprattutto perdeva la sua natura di campo di tensione con il resto, con l’altrove, con il diverso, che invece le è consustanziale. Se fare i conti con le radici, soprattutto nella loro veste letteraria novecentesca, era per me necessario, altrettanto fortemente mi intrigava l’idea di una contestualizzazione europea della problematica identitaria, a partire proprio dalla mia realtà di ligure “trapiantata”: Sentieri liguri per viaggiatori nordici è stato insomma un modo per reintegrare la complessità (e l’imprevisto) sotto forma di miscellanea pluridisciplinare e interculturale, in cui si confrontano varie sensibilità, linguaggi, esperienze, approcci e interpretazioni.
    Il forum di studiosi che ho raccolto intorno al tema /Liguria/ è costituito prevalentemente da colleghi-amici scandinavi, soprattutto danesi (Hanne Jansen, Steen Jansen, Ole Jorn, Erling Strudsholm, Anders Toftgaard, Lene Waage Petersen,) oltre allo scrittore svedese Björn Larsson, ma anche da un ligure come me trapiantato a nord, Roberto Bertoni (Trinity College, Dublin) e altri liguri che, se pure “stanziali”, sono a vario titolo attraversati dall’esperienza interculturale o dall’approccio comparatista (Francesca Del Santo, Sandro Ricaldone, Enrica Salvaneschi, Piero Simondo). Nel libro, che è felicemente “strabico”, l’interrogazione sulla ligusticità si installa così in un territorio d’apertura, ricco di altri humus, e si definisce per implicazione con l’altro da sé.

    Uno dei temi principali che la ricerca affronta sono le tracce indelebili che il paesaggio ligure può lasciare nelle persone e nelle opere letterarie. Se Lei dovesse sottolineare, tra le varie prese in esame, quella più frequente o comunque più forte, quale preferirebbe?

    Di autore in autore, di stagione in stagione culturale, si è venuta creando e consolidando a livello letterario una stilizzazione del paesaggio ligure in una peculiarissima costellazione di elementi; si tratta di un vero e proprio “sistema” di rappresentazione in cui si incanalano temi specifici novecenteschi più volte sottolineati qua e là dalla critica, quali il male di vivere, il sentimento d’esclusione, l’esperienza del limite, il vedersi vivere, la vita strozzata ecc. ecc.. Contenuti esistenziali che esplicano un’opposizione, dal forte significato etico, tra immobilità e fuga, prigione e libertà, vecchiezza e novità, “qui” e “altrove”.
    Questo pattern mentale agisce in noi come un sistema complesso molto coeso, facilmente riattivabile: come si legge in Montale, nell’”antica” poesia Riviere, “bastano pochi stocchi d’erbaspada / penduli da un ciglione / sul delirio del mare; / o due camelie pallide / nei giardini deserti, / e un eucalipto biondo che si tuffi / tra sfrusci e pazzi voli / nella luce; / ed ecco che in un attimo / invisibili fili a me si asserpano, /farfalla in una ragna / di fremiti d’olivi, di sguardi di girasoli”: bastano cioè alcuni frammenti del tutto, che agiscono da indizi, perché l’intero campo esperienziale di questo paesaggio-mondo si riattivi e il soggetto ne riconosca il potere di coinvolgimento.
    Nel mio lavoro ho voluto sottolineare l’esistenza – a livello cognitivo – di una sinergia di elementi, interazioni e associazioni che costruiscono una “sintassi” inconfondibile. Ritengo quindi che estrapolare alcuni componenti a scapito di altri valga solo quando se ne conservi il riferimento al sistema d’insieme, il quale ha una sua specificità ‘ligustica’ solo se considerato in toto, come “lingua”. Tuttavia, per rispondere alla domanda, dirò che i motivi e modi rappresentazionali cui sono personalmente più legata – e che sento ancora particolarmente attivi in me in quanto ligure – sono la verticalità ardita della linea mare-costa-mezzacosta-monte-cielo; la visione di un mare schermato da fronde e visto dall’alto; il setting dell’anfiteatro-golfo in cui si esplicano il semicerchio, la verticalità, il binomio città-porto-mare/borgo-campagna-monte e i giochi di luce e ombra; non ultima, la rappresentazione fondata sullo scambio metamorfico di qualità e predicati tra elementi naturali, fino alla metaforizzazione reciproca.
    Ma credo soprattutto sia impossibile sottrarsi all’influenza di tutta la fitta rete di componenti ambientali correlati a una disforica condizione esistenziale elaborata dai poeti liguri, specie nelle opere primonovecentesche, ma anche più recentemente da poeti come il lericino Paolo Bertolani e da scrittori melanconici come l’imperiese Francesco Biamonti, entrambi molto compianti dai loro fedelissimi lettori, ben al di là dei confini regionali.

    L’ambito di questo lavoro è certamente europeo, seppur esso prende in esame angoli d’Europa decisamente distanti, e non solo nello spazio. Ritiene che una ricerca simile sarebbe possibile e fruttuosa anche per altre “coppie distanti”, magari più lontane ancora tra loro?

    La mia esperienza interculturale, negli ultimi vent’anni, ha avuto prevalentemente come centro la Danimarca, e trovo che il coinvolgimento di studiosi danesi abbia dato ottimi risultati, permettendo di ricordare e approfondire momenti importanti di incontro tra le due culture quali il passaggio in Liguria di Hans Christian Andersen nel suo Grand Tour del 1833, le peregrinazioni e collaborazioni liguri dell’artista danese Asger Jorn negli anni ‘50, la ricezione e traduzione dell’opera di Eugenio Montale in Danimarca, la lettura di Francesco Biamonti da parte del romanziere svedese Björn Larsson, oltre a offrire a italiani e italianisti all’estero un’immagine generale della Liguria vista da Nord come luogo di attraversamenti e scambio di esperienze esistenziali e culturali (lo stesso rapporto in Liguria tra lingua e dialetti, indagato con molta competenza da Erling Strudsholm, viene anche confrontato con la situazione danese). Ma credo che uno dei risultati più confortanti del progetto sia stato soprattutto la costituzione di un gruppo di lavoro internazionale e pluridisciplinare, che ha stretto e rafforzato amicizie, comunità d’intenti, voglia di confronto e di cimento, e che rappresenta un buon esempio di collaborazione tra studiosi di diverso background. Molti degli autori sono venuti e continueranno a venire in Liguria, molti contatti si sono stretti, e trovo che questa sia la direzione più fruttuosa verso cui muoversi per esercitare la cittadinanza europea nell’ambito del proprio lavoro. A condizione che ci siano dei presupposti, un minimo comune denominatore di “materia” da indagare, non vedo perché questo tipo di esperienza non possa essere ripetuto e rilanciato seguendo altre rotte, integrando altre mappe. D’accordo col rimemorare, riscoprire e valorizzare il passato ma il destino di un territorio si gioca sul farne un luogo di dibattito, scambio, confronto e accoglienza su “sentieri” praticabili nel presente.

    Paolo Bertini

    Topics: Authors, Books, LITERATURE, Review | No Comments »

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