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    Music, Rhythm and Eternity…

    By Redazione Musica | giugno 9, 2009

    La musica, il tempo e l’eternità*

    Quando lo studente, affrontando lo studio di Kant e delle sue famigerate forme a priori, viene a sapere che il grande filosofo connetteva l’intuizione pura dello spazio con la geometria e l’intuizione pura del tempo con l’aritmetica, vede piuttosto ovvia la prima relazione, molto meno la seconda. Per capire deve seguire Kant, che gli fa osservare come l’aritmetica sia la scienza delle proprietà delle serie numeriche, e nessuna serie può costituirsi se non nel tempo.
    L’articolo di Alessandra Montali su Musica e memoria, pubblicato sul Rigo Musicale *, a parte l’interesse in sé delle cose dette, ha il merito di portare l’attenzione su un fatto che coinvolge la musica nella sua essenza profonda, ma che si dà talmente per scontato da non consentire che ci si soffermi a riflettervi: il fatto, cioè, che la musica ha il tempo come suo elemento costitutivo, e il tempo è legato alla memoria in una maniera molto più monolitica e a doppio filo di quanto normalmente si pensi.
    Tendiamo a credere che il tempo passi di suo, implacabilmente, e che noi ci limitiamo a registrarne gli stati passati valendoci appunto della memoria La cosa però, non appena il pensiero filosofico ha cominciato a fare i conti col problema, non si è rivelata affatto così semplice. Aristotele definisce il tempo come il numero del movimento secondo il prima e il poi (Fisica IV, 11, 219 b). Con questa definizione un po’ enigmatica vuol dirci che il tempo è la misura del cambiare delle cose, e, mentre questo cambiare procede in effetti autonomamente, la sua misura è un affare che può riguardare soltanto un soggetto razionale dotato di memoria. Il tempo, cioè, esiste soltanto in noi e per noi, e Aristotele ce lo fa capire in maniera inequivocabile: per misurare l’intervallo fra due termini, i due termini devono essere entrambi presenti; ma il prima e il poi sul piano naturale non sono mai entrambi presenti, poiché, quando arriva il poi, il prima è già scappato via. Allora la domanda è: dove il prima e il poi sono compresenti? La risposta, semplice ma sconcertante, è: nell’anima. Aristotele conclude, in maniera davvero sorprendente, che si potrebbe dubitare se il tempo esista o meno senza l’esistenza dell’anima; infatti – continua Aristotele – se è vero che nella natura soltanto l’anima o l’intelletto che è nell’anima hanno la capacità di numerare, risulta impossibile l’esistenza del tempo senza quella dell’anima (Fisica IV, 14, 223 a). Ci vuol poco a rendersene conto con un facile esperimento: proviamo a pensare di contare da uno a dieci soffrendo di un’amnesia per cui dimentichiamo subito ciò che è appena accaduto: evidentemente non arriveremo mai a due, poiché si può dire sensatamente due solo ricordando di avere appena detto uno.
    Ecco allora un’altra bella analogia fra musica e matematica che passa per il tempo: solo nel pensiero è possibile il numero perché il numero è l’esponente di una serie sensata, una serie può esistere solo nel tempo e il tempo esiste solo nel pensiero; ma la musica è appunto una serie sensata, così anche lei, a quanto pare, esiste solo nel pensiero. La stessa cosa accade d’altronde nel linguaggio: se soffro dell’amnesia dell’esempio di prima, capire anche una sola parola per me è impossibile, perché il senso della parola si ha solo collegando nella memoria una serie di fonemi, che solo alla fine sono compresenti e quindi significativi. In questo modo la musica condivide la sorte della matematica e del linguaggio, e certo per me non c’è melodia che possa essere tale, se dimentico le note via via che si susseguono.
    Il discorso così si allarga e si complica oltre misura, ed è impossibile continuarlo qui. Dobbiamo però dare risposta a una domanda che furtivamente si è insinuata: il fatto che l’intera nostra esperienza dotata di senso si svolga nel tempo (la musica ne è come un simbolo pregnante), e che il tempo esista solo nell’anima, ossia nel pensiero sostanziato di memoria, significa che niente è reale e che tutto esiste solo nella nostra testa? Certo non è così. La risposta più efficace era già stata data da Platone, una generazione prima di Aristotele, con l’affermazione che il tempo è un’immagine mobile dell’eternità (Timeo, 37 c): il che significa che tutto quanto scorre nel tempo, ossia dentro di noi, venendo in apparenza dal nulla e tornando nel nulla, è in verità raccolto in un punto solo, fuori dal tempo e dallo spazio, e lì persiste eternamente in se stesso.
    La sensibilità generale contemporanea si è molto allontanata dalla sensibilità filosofica, e a sentir parlare di eternità mormora un distratto oremus e passa a occuparsi di altro. Senza chiamare ancora in campo tesi filosofiche (un filosofo contemporaneo tra i più rilevanti, Emanuele Severino, ha chiamato questo punto la Gioia del Tutto, e ci ha scritto su parecchio), ci sono numerose metafore per rendere questo luogo. La più semplice è quella della pellicola cinematografica: noi vediamo l’azione nel film perché copriamo fisiologicamente (secondo relazioni visive analoghe a quelle riferite dalla Montali per la memoria) la discontinuità tra i fotogrammi e ricostruiamo il movimento, ma la totalità dei fotogrammi stessi non va perduta con la nostra visione, bensì resta permanentemente conservata nella pellicola, nella più perfetta compresenza. Un esempio analogo è quello del disco (in vinile o compact, la differenza è irrilevante): noi ascoltiamo la musica nel tempo, ma l’essenza di quella musica è come ricompressa nell’assoluta compresenza della totalità delle note, e la registrazione discografica dà alloggio spaziale a quel punto non spaziale di ricompressione, che è il nostro punto. Un altro filosofo contemporaneo, Jean Paul Sartre, fa sì che uno dei suoi personaggi letterari, l’intellettuale Roquentin, protagonista della Nausea, intraveda una via d’uscita dalla crisi esistenziale che lo divora con l’ascoltare la canzone Some of these days da un disco gracchiante e rigato e nel pensare che il disco può consumarsi ancora e anche frantumarsi, ma niente toccherà mai quella melodia, che esiste al di là del disco. Ma – ed ecco per noi il punto – al di là del disco significa al di là dell’esistente, ossia al di là del tempo: quella melodia, che può esistere come tale solo nel tempo, in verità è custodita in maniera intangibile nell’eternità. C’è un ultimo esempio che dovrebbe risultare familiare agli spregiatori del concetto dell’eternità, ed è quello del software: un computer può svolgere operazioni di prodigiosa complessità lungo tempi anche molto lunghi, ma tutta l’informazione necessaria a svolgere quei compiti è già presente, concentrata in un solo punto non temporale: appunto il software (che poi non è neanche spaziale, come invece lo è l’hardware). Mettiamola così: tutto ciò che accade nel tempo è l’esecuzione di un programma, e non si esaurisce in quell’esecuzione perché è eternamente compattato e compresente nel programma, che esiste da prima della sua esecuzione ed esisterà anche dopo di essa. Così forse i patiti del linguaggio moderno e disincantato si sentiranno più a casa loro. Però riconosciamolo: che il tempo sia un’immagine mobile dell’eternità è più poetico. E secondo noi anche più preciso.

    Antonino Postorino

    * Il Rigo Musicale, Anno III, settembre 2006

    Topics: LITERATURE, MUSIC, Music and Philosophy, Philosophy | 1 Comment »

    One Response to “Music, Rhythm and Eternity…”

    1. fede Says:
      febbraio 20th, 2010 at 22:19

      Attendibile dal punto di vista filosofico. Buona riflessione. Uno spunto per poter riflettere.

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