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    Belkin, Fagen e San Remo

    By Redazione Musica | giugno 22, 2009

    Pubblichiamo la recensione di Giulia Guidugli ad un concerto della Società dei Concerti della Spezia con il M° Balkin e la Sinfonica di Sanremo diretta dal M° Fagen

    **

    Sabato 28 marzo alle ore 21 il Teatro Civico ha accolto nuovamente sul suo palco l’Orchestra Sinfonica di Sanremo, una delle più antiche e prestigiose realtà musicali italiane.
    l concerto ha visto protagonista il violinista di indiscussa fama mondiale Boris Belkin, il quale ha dominato la prima parte della serata con il concerto di Johannes Brahms in Re Maggiore opera 77 per violino solo e orchestra, nel quale viene messa in risalto la melodia, la struttura e lo stile del concerto virtuoso per lo strumento solista.
    Nel primo tempo (Allegro non troppo), eseguito con grande maestria, Belkin ha dato prova ancora una volta, non solo dell’abilità tecnica, ma anche del suo inconfondibile uso delle dinamiche.
    Capolavoro della letteratura ottocentesca il concerto riesce ad assimilare una varietà di spunti e atteggiamenti espressivi strutturati in maniera assolutamente omogenea.
    La sua immediatezza espressiva è in grado di far sperimentare all’ascoltatore le emozioni più diverse e contrastanti, come catturato in un vortice di musica e ritmo, virtuosismo accompagnato da atmosfere quasi fiabesche.
    Notevole è la purezza del suono, soprattutto in prima corda, che, nonostante la sua quasi “tagliente” acutezza, risulta sempre dolce e avvolgente.
    A tratti graffianti, quasi stridenti, i suoi bicordi risvegliano l’ascoltatore dell’atmosfera di sogno creata dal musicista, e dalla stessa musica, rimanendo comunque perfettamente in linea con l’atmosfera tzigana del brano.
    In questi momenti Belkin mostra la sua capacità di passare dalla più delicata dolcezza alla più passionata aggressività.
    Ma è in conclusione del terzo ed ultimo tempo che l’animo dell’ascoltatore può distendersi e abbandonarsi al turbinio di emozioni e sensazioni, che lo hanno avvolto per circa quaranta minuti di musica, che solo un concerto maturato in pochissime settimane può generare.
    Brahms infatti si dedicò alla sua realizzazione nel 1878, quando era di ritorno da un viaggio in Italia e diretto a Vienna.
    Lungo il tragitto la sosta in Carinzia, sul lago di Worth, finisce con il diventare la scintilla catalizzatrice di una stagione creativa di straordinaria fecondità.
    E’ nell’incanto di questo paesaggio che nel giro di poche settimane vede la luce il Concerto per violino in Re Maggiore.
    In una lettera al critico Eduard Hanslick al riguardo scrisse :”In questo villaggio vagano così tante melodie che si deve stare attenti a non calpestarle”, e queste melodie le si possono ritrovare tutte nella composizione, rivivendo attraverso la sua musica i luoghi da lui visitati, impressioni e sensazioni.
    Dal fecondo periodo a Pörtschach ne è risultata quindi questa partitura, entrata nella storia della musica non soltanto con l’aura ed il fascino del capolavoro, ma anche con la fama di essere una composizione quasi ineseguibile, tanto che Hans von Bülow lo etichettò “concerto contro il violino”, mentre il polacco Bronislaw Hubermann lo definì un “concerto ‘tra’ violino e orchestra, in cui alla fine vince l’orchestra”.
    A sostenere Belkin in tutto questo l’efficiente orchestra, diretta da Arthur Fagen, con la quale il solista dialoga inserendosi in essa come suo elemento privilegiato, in un alternarsi di effusioni liriche, di slanci e di vivaci ritmi di sapore zingaresco.
    Di qualità l’equilibrio orchestra/solista dal momento che la prima ha risposto molto bene alla ricerca espressiva, alla sonorità e alla timbrica del solista, risultando così un delicato tappeto nei momenti di più teso lirismo (ad esempio nel II movimento – Adagio) in modo da lasciare così la possibilità Belkin di cantare liberamente, ma al contempo si è dimostrata anche protagonista e ha occupato tutta quanta la scena nei momenti di maggiore tensione, di apice sonoro e tematico, sostenendo con potenza il violino (un esempio per tutti è l’incipit del III movimento – Minuetto -Allegro Vivace -Allegro).
    Di livello senza dubbio gli archi che maggiormente hanno espresso la voce dell’orchestra mettendo in secondo piano invece i fiati.
    Questo si è potuto avvertire anche nel secondo e ultimo brano della serata, la Sinfonia n°4 in Do Minore D417 “Tragica” di Franz Schubert.
    Soddisfacente e piacevole nel complesso l’esecuzione, che ha mostrato ancora una volta l’orchestra d’archi molto ben amalgamata e in grado di sfruttare appieno la tavolozza dei colori.
    Espressivi ed energici sono riusciti a trasmettere tutta la drammaticità e tensione della sinfonia, esprimendo anche la vitalità e potenza di uno Schubert appena diciannovenne al momento della composizione, ma che si rivela già aspro e anticipatore, in cui l’abbandono melodico e la piacevolezza estetica sono ormai confinate in rari momenti e come semplice materiale di contrasto.
    Delicato e drammatico l’inizio del primo movimento che proietta la musica di Schubert in una dimensione modernissima dai contenuti profondamente psicologici che parlano all’abisso della coscienza di ciascuno.
    Poco sostenuta dai fiati, almeno nei primi due tempi della sinfonia (Allegro molto – Allegro vivace, Andante), l’orchestra si è ripresa soprattutto nell’ultimo movimento (Allegro), contribuendo ad un finale energico che è solito lasciare lo spettatore con il fiato sospeso, e che, in questo caso, l’orchestra è riuscita ad eseguire in modo assolutamente convincente.

    Giulia Guidugli

    Topics: Concerts, MUSIC, Review | No Comments »

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