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    Bach, Strauss and Schoenberg…

    By Redazione Lettere | settembre 7, 2009

    Cari Amici!
    MusicalWords ritorna alle consuete pubblicazioni con un bellissimo articolo del Prof. Postorino.
    QUest’anno avremo più tempo fra una pubblicazione e l’altra.. lasciano, in questo modo, più possibilità di lettura e divulgazione.

    Buon Anno!

    ***************

    Dell’austerità e della leggerezza*

    Quando, all’inizio degli anni Settanta, gli stupefatti spettatori del film 2001: Odissea dello spazio osservavano magnetizzati il movimento dell’astronave che con lentezza ipnotica si inseriva nelle grandi simmetrie dell’universo, una parte della loro stupefazione si trasferiva dal piano immediato al piano riflesso: perché il geniale regista, il mitico Stanley Kubrick, aveva deciso di tessere quella grande ouverture visivo-auditiva usando un valzer di Strauss e non, poniamo, un corale di Bach, come una associazione più immediatamente evidente avrebbe forse suggerito?
    Non conosco la risposta con la documentata precisione del cinefilo, ma di una cosa sono sicuro: che l’effetto rendeva lo spirito del film molto più di quanto avrebbe potuto fare Bach. Il film trascinava nella fascinazione dell’intelligenza astratta, estranea al suo oggetto come al misterioso monolite, e quindi aperta all’enigma di un ordine che certamente c’è, ma che altrettanto certamente non si dà nella sua interezza. Un corale di Bach avrebbe trasferito negli spazi siderali, al di là del confine dell’umano, la straordinaria ricchezza dello spirito denso di storia, di cultura, della vivente intuizione del divino. Ma così facendo sarebbe stato come imitare quei turisti antipatici che, lontani da casa, vanno a cercare le trattorie dove si servono i loro piatti nazionali..
    La domanda è: perché Strauss risultava così intimamente familiare, e in ultima analisi così espressivo di questa dimensione? Se quel che si chiedeva era un senso di estraniazione, perché non allora Schönberg, o Berg, o Webern? Perché, si potrebbe dire prolungando la metafora del turista antipatico, sarebbe stato allora come portarsi dietro non soltanto lo spirito in quanto ricettacolo dell’armonia cosmica, ma anche lo spirito in quanto negazione, lacerazione, dolore e sgomento.
    Ciò che invece si doveva rappresentare non era lo spirito grondante gli umori della propria storia, ma l’intelligenza astratta vuota e aperta, il pensiero disincarnato. Volendo usare una figura kantiana, si doveva rappresentare il senso interno, cioè il tempo, in quanto accogliente in sé la totalità dello spazio e delle sue interne movenze. Ecco: quel valzer di Strauss, liberandosi da ogni fardello patetico, titanico, prometeico, semplicemente strutturava il tempo secondo un ritmo e un’eleganza neutra, ineffabile, pulsante al ritmo della vita immateriale dell’intelligenza, tessuta di semplici ed elementari simmetrie. Era la vita dell’universo prima di ogni vita e di ogni problema umano, indifferente al dolore perché precedente ogni dolore: vita senza soggetto e senza nome, allegria irrefrenabile: pura, leggera, impalpabile gioia di esistere.
    Quanto Thomas Mann, nel suo Doctor Faustus, concentra nella demoniaca genialità musicale di Adrian Leverkühn il dramma della cultura europea, fa dire ad Adrian, in una delle rare volte in cui si lascia andare a parlare in maniera non sarcastica, che la musica deve colmare lo scarto prodottosi in lei fra il buono e il leggero, il dignitoso e il divertente, il progresso e la diffusione universale. La musica – continua Adrian – deve uscire dalla sua rispettabile solitudine, andare fra il popolo senza diventare volgare, parlare un linguaggio comprensibile anche per l’incompetente di musica. Non deve però fare questo al modo della falsa primitività romantica: bisogna realizzare il fine in avanti, con l’ironia e lo scherno che – sempre secondo Adrian – purificando l’aria si oppone all’elemento patetico e profetico, all’ebbrezza sonora e alla letteratura. L’impresa – conclude Adrian – è la riscoperta della musica stessa in quanto riorganizzazione del tempo.
    Il dramma, di cui Leverkühn è l’epilogo in forma di soluzione impossibile, era cominciato più di un secolo prima. Ospite del principe Karl von Lichnowsky nella residenza di campagna di Graz, lì invitato dal suo protettore e mecenate a trascorrere l’estate, Beethoven è pregato dal padrone di casa di fare un po’ di musica per alcuni ufficiali francesi suoi ospiti. Furente, egli lascia immediatamente la casa, torna a Vienna, frantuma il busto del principe che teneva sulla scrivania e perde così anche la rendita di seicento fiorini che il mecenate gli assicurava, essendo subito dopo costretto a una patetica richiesta di impiego presso la Direzione dei Teatri Imperiali e Regi di Corte – richiesta che il consiglio di amministrazione, consigliato dallo smaliziato Salieri, crede bene di respingere (la storia è raccontata nella biografia di Beethoven di Giovanni Carli Ballola).
    E’ chiaro: cosciente della propria forza rivelativa e profetica, Beethoven non poteva accettare di fare un po’ di musica per gli ospiti; il suo pessimo carattere poi ha fatto il resto, e la sua esistenza quotidiana successiva è stata sconvolta. Tutto questo è supremamente romantico. Però lo stesso Beethoven, che l’enfasi individualistica e l’esaltazione culturale rende tanto irascibile, forse aveva più chiara di ogni altro l’esigenza di recuperare la semplice bellezza del canto e la sfrenata gioia della danza, più di ogni altro avvertiva il bisogno che la musica tornasse fra il popolo senza diventare volgare, secondo la tormentata intuizione di Leverkühn: bastano il tema dell’inno alla gioia della Nona sinfonia, o lo scatenamento bacchico della Settima a dimostrarlo, qualora ce ne fosse bisogno. Il fatto è che la distanza ormai si era prodotta, e quello stesso ritorno al popolo doveva avere la tonalità prometeica della restituzione di un originario possesso usurpato dagli dèi e riportato da un titano fra gli uomini. Forse con un carattere meno impulsivo e con un soffio di ironia e di simpatia per il mondo in più, Beethoven avrebbe potuto assumersi anche la parte diciamo leggera di intrattenere gli ospiti, cioè di organizzare il loro tempo. I posteri non gliene avrebbero fatto una colpa e il suo genio non ne sarebbe stato sfiorato, ma tant’è: la storia non si fa con i se e con i ma. Attenzione però a disprezzare Strauss: lui da quella fonte salutifera primordiale non si è mai mosso, ed è ancora ad essa che si alimenta quando il titanismo dell’Occidente mostrerà il suo rovescio tragico nella catastrofe cantata da Mann.

    Antonino Postorino

    * Il Rigo Musicale, Anno III, novembre 2006

    Topics: LITERATURE, MUSIC, Music and Philosophy, Philosophy | 1 Comment »

    One Response to “Bach, Strauss and Schoenberg…”

    1. Federico Preziosi Says:
      settembre 7th, 2009 at 13:48

      Ciao a tutti, ben ritrovati!
      Articolo davvero interessante. Un pizzico di ironia può impreziosire una musica, un po’ di serietà arricchisce anche ciò che è buffo. Non c’è una regola precisa, questo è il bello.

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