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    R. V. Williams.. VII Symphony /1 (9/12)

    By Redazione Musica | marzo 12, 2010

    La Sinfonia “Antartica”, l’ “Eroica” di Vaughan Williams

    I.

    Con la Settima Sinfonia entriamo nell’ultimo periodo dell’opera di Vaughan Williams; la senilità per un artista può essere, in un certo senso, un po’ la tomba della sua creatività e della sua ispirazione. Per Vaughan Williams ciò non avvenne: egli riuscì a reinventare nuovamente il suo linguaggio musicale e a metterlo a disposizione di un’immaginazione sempre vivida e lucida. A partire dalla fine degli anni ‘40 non solo la sua produzione artistica non accennò a rallentare, ma anzi mantenne una varietà e una quantità tale di opere che sembrerebbero più frutto della creatività di un giovane compositore; oltre alle ultime tre sinfonie (che coprono un arco di tempo che va dal 1949 al 1957) in questo ultimo decennio di vita Vaughan Williams porta a compimento: il “Concerto grosso” per orchestra d’archi (1950), l’opera “Pilgrim’s Progress” (1952), la “Fantasia (Quasi Variazione) on the ‘Old 104th’ Psalm Tune”, per pianoforte, coro e orchestra (1949), la “Romanza per armonica e orchestra” (1951), il “Concerto per Tuba e orchestra” (1954), e le musiche per i film “Scott of the Antacrtic” (1948), “Dim Little Island” (1949), “Bitter Springs” (1950), “The England of Elizabeth” (1955), “The Vision of William Blake” (1957). Insomma furono dieci anni estremamente attivi e fruttuosi, con somma disillusione della critica di allora, che aveva già marchiato la “Sesta Sinfonia” come il commiato artistico di un ottuagenario compositore.
    Questa rinnovata ispirazione veniva probabilmente dall’occuparsi della musica per film: nuovi soggetti e situazioni andavano a titillare la sua immaginazione sia per quanto riguardava il linguaggio musicale, sia per la tecnica dell’orchestrazione; erano una spinta a rinnovarsi e a trovare nuove vie.
    Tra tutti i film a cui lavorò, quello che catturò maggiormente la sua immaginazione fu “Scott of the Antarctic”, settimo degli 11 film da lui musicati, un film che portava sul grande schermo le gesta del Capitano Robert Falcon Scott, che nel 1910-12 guidò una sciagurata spedizione per raggiungere per primo il Polo Sud. All’arrivo al polo, la spedizione, che già nel viaggio d’andata s’era ridotta a soli cinque uomini, si accorse di essere stata battuta, per poche settimane, da un’altra spedizione guidata dall’esploratore norvegese Roald Amundsen.
    Nel viaggio di ritorno, uno ad uno, i cinque membri della spedizione perirono tutti, sia per l’equipaggiamento non all’altezza dell’impresa, sia per il brusco peggioramento delle condizioni meteo. I corpi, vennero ritrovati a poche miglia dal campo base allestito per questa missione e li, sei mesi dopo, vennero tumulati sotto il ghiaccio.
    Vaughan Williams fu molto toccato da questa vicenda: dopo gli orrori della due guerre mondiali, assunse una visione dell’uomo sostanzialmente prometeica: è l’uomo solo di fronte alle ostilità del mondo, un essere finito in lotta con cose più grandi di lui, che resiste eroicamente ma è destinato a cadere. Ma è anche l’uomo, come abbiamo visto nella “Sea Symphony”, in lotta con se stesso, che cerca di esplorarsi e di capirsi. Quindi anche l’Antartico, oltre ad essere un luogo fisico, rappresenta un luogo dell’anima. Assolutamente catturato da questi temi, Vaughan Williams si mise in contatto con la produzione del film, la Ealing Film Studios, per chiedere l’autorizzazione all’uso di alcuni motivi da lui composti per il film, onde poterli rielaborare e dargli forma di un grande lavoro sinfonico.

    II.

    La gestazione della sinfonia iniziò nel 1949 per concludersi nel 1952: le vette raggiunte da Vaughan Williams si avvicinano al sinfonismo straussiano. Molto infatti ha in comune quest’opera, per colore orchestrale, con la mirabolante “Alpensinfonie” composta nel 1915 dal compositore bavarese; l’orchestrazione raggiunge il picco massimo di tutta la produzione orchestrale del compositore inglese. La grande massa orchestrale è così composta: archi, 3 flauti più ottavino, 3 oboi più corno inglese, 3 clarinetti più clarinetto basso, 3 fagotti più controfagotto, 4 corni, 3 trombe, 3 tromboni, tuba, piatti, triangolo, 2 rullanti, grancassa, timpani, gong, campane, glockenspiel, xilofono, vibrafono, celesta, arpa, pianoforte, organo, macchina del vento, soprano (usato senza parole), coro femminile (usato senza parole), narratore “ad libitum”.
    La grandezza di tale organico non era tanto finalizzata alla ricerca di un incredibile volume sonoro, ma a quella del dettaglio timbrico, per la ricercatezza di nuove e più particolari sonorità che potessero ricreare fonicamente l’asprezza, il senso di freddo e di solitudine dei paesaggi artici. Il narratore ad libitum venne introdotto come voce recitante per le citazioni che Vaughan Williams mise, a mo’ di prefazione, a ciascuno dei cinque movimenti che compongono la sinfonia: esse sono degli estratti di varia provenienza (letteratura, sacre scritture, passi del diario di viaggio del Capitano Scott), che Vaughan Williams amò collegare ai vari movimenti, proprio perché in esse c’era sintetizzata la visione estetica alla base di quel movimento, oppure perché servivano per preparare l’ascoltatore agli stati emotivi di cui il movimento è intriso. Ovviamente la musica basta a se stessa: anche senza la lettura delle varie citazioni, la musica si regge da sola, mantenendo una sua valenza artistica.
    Per tutti questi motivi all’epoca si dibatté non poco sul fatto se ci si trovasse effettivamente di fronte ad una sinfonia, o a qualcos’altro di non meglio definito che si avvicinava alla musica a programma.
    Vero è che dispetto alle precedenti tre sinfonie, qui di senso formale non v’è più traccia: si è tornati ad una struttura rapsodica, libera, col materiale tematico trattato in maniera poco convenzionale, come è tipico nelle musiche che presentano un qualche carattere programmatico.
    Ma è vero anche che la qualità dei temi, e la ricercatezza e la fantasia dell’orchestrazione che li riveste, presagiscono già alle due successive sinfonie di Vaughan Williams, le quali tutto hanno meno che un intento di descrittivismo musicale; come è altrettanto vero, però, che il contenitore-forma, quando il contenuto-idea è troppo più grande, va necessariamente cambiato e adattato alle esigenze.
    Alla luce di questi ragionamenti, possiamo dedurre di trovarci di fronte ad un’opera in cui le strutture formali sono state dilatate, sovvertite, aggirate, e rese irriconoscibili in maniera tale da portare la sinfonia al di là del suo semplice essere musica e del mero descrittivismo, conferendogli una struttura tragico-narrativa che porta il conflitto Uomo-Natura su scala eroica, innalzandolo a dignità di racconto epico.

    Stefano Naimoli

    (domani la seconda parte)

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    Topics: 20th Century, 20th Century, Great Composers, History of Music, History of Music Theory, History of Performance, MUSIC, Music Analysis, Ralph Vaughan Williams, Research Monograph | 1 Comment »

    One Response to “R. V. Williams.. VII Symphony /1 (9/12)”

    1. R. V. Williams.. VII Symphony /2 (9/12) | Musical Words - Blog di Musica * Arte * Lettere Says:
      marzo 13th, 2010 at 00:06

      [...] R. V. Williams.. VII Symphony /1 (9/12) [...]

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