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    Son House..

    By Redazione Musica | marzo 25, 2010

    Son House, un grande del Blues

    “Il Blues non è un gioco come pensa la gente. Ad esempio, i giovani, oggi prendono qualunque suono e ne cavano il blues: ogni piccolo vecchio “jump” è buono per affermare che quel pezzo è blues, quando non è così. Esiste un solo tipo di blues e si ottiene quando un uomo e una donna si amano. Un uomo e una donna innamorati. Sono stato sposato cinque volte con il mio stupido egoismo e ho una certa esperienza di quello che significa blues”.

    Eddie J. “Son” House Jr.

    http://www.youtube.com/watch?v=QwjGytOVVQA&feature=related

    Son House fu musicista di indubbio spessore artistico, di intensità emotiva invidiabile, di una forza d’animo senza pari, capace di sopravvivere ai bluesmen della sua epoca, alla grande depressione economica, agli sceriffi, al penitenziario di Parchman Farm.
    Sopravvisse a un periodo insidioso e ostile, alla contraddizioni della sua terra, al suo stile di vita girovago tra bar e bettole frequentate da prostitute, ladri, balordi, ubriachi, evasi, ispirando bluesmen leggendari provenienti dal Delta del Mississippi come Robert Johnson e Muddy Waters, testimoniandoci le gesta di personaggi come Charley Patton e Blind Lemon Jefferson.
    La sua musica ha del miracoloso, non solo per lo stile di vita condotto, ma anche per le sue origini. Nato nel 1902 a Riverton, a due miglia da Clarksdale, Mississippi, cresciuto in una famiglia molto religiosa, il giovane House traslocò di frequente durante la sua infanzia, conobbe la realtà di numerose chiese battiste della zona. L’immagine che ci viene tramandata è quella di un ragazzo tranquillo, casa e chiesa, che mostrava uno scarso interesse per la chitarra e in particolare proprio per il blues, denigrata come musica del demonio. La leggenda vuole erò che una notte però, durante un party, il giovane si lanciò in un estemporaneo blues senza accompagnamento, un evento che cambiò per sempre la sua vita. Abbandonata la strada di aspirante predicatore, Son House si dedicò alla musica. Ma i tempi si preannunciavano difficili per la giovane America che di lì a poco avrebbe vissuto la crisi più disastrosa della sua storia. Il giovane Son era parte integrante di quella realtà rurale statunitense, quel mondo costernato da continue violenze, miserie e ingiustizie: durante il 1927 House venne coinvolto in una controversia giudiziaria per aver ucciso un uomo, giustificando il proprio atto con l’autodifesa. Tuttavia questa versione dei fatti non convinse i magistrati che lo costrinsero a scontare una pena detentiva nel carcere Parchman Farm nel Mississippi tra il 1928 ed il 1929.

    Son House venne rilasciato solo 2 anni più tardi quando un giudice decise di riaprire il suo caso. Si spostò a Lula e lì conobbe Charley Patton mentre chiedeva l’elemosina suonando nei pressi della stazione. Il connubbio tra i due portò Son House a lavorare come musicista: fu così che nel 1930 Charley Patton, Son House, Willie Brown, con Louise Johnson al piano, fecero una prima registrazione presso la Paramount Records a Grafton. Ma l’incisione più importante avvenne tra il 1941 e il 1942 ad opera del celebre etnomusicologo Alan Lomax, per conto della Library of Congress: questo episodio consacrò Son House tra i giganti del blues rurale.

    L’anno seguente si trasferì a Rochester, New York, e per un lungo periodo si distaccò dalla musica per lavorare come operaio per la New York Central Railroad. Questa scelta radicale fu resa pubblica da House solamente dopo essere ritornato sulla scena verso la fine degli anni ‘50:

    “Ho voluto bene a tutti per quanto mi riguarda… Charley Patton, Willie Brown e Robert Johnson… Loro morirono uno dopo l’altro. Noi suonavamo insieme. Così tre di loro se ne andarono, tornarono dalla madre terra che li vide nascere e la cosa mi spaventò. Anche Lemon Jefferson mi lasciò e la paura mi spinse a pensare che forse sarei stato il prossimo. Così smisi di suonare per 16 anni, finché Dick Waterman mi trovò e mi diede abbastanza coraggio da rimettermi in gioco”.

    Son House diventò così erede di un mondo, il blues viscerale, che negli anni ‘60 venne riportato alla luce e valorizzato. Il suo ritorno fu dovuto anche ad Al Wilson, chitarra dei Canned Heat, per Son semplicemente il miglior bluesman bianco mai esistito. L’incontro tra i due avvenne per caso mentre Al stava suonando proprio un brano di Son House! Il vecchio bluesman rimase piacevolmente colpito dalla sua performance: nacque una breve collaborazione che fruttò due ottimi brani, Empire State Express e Levee Camp Moan, in cui Al mostrò anche le sue abili doti di armonicista.
    Ritornata nel firmamento, la stella di Son House brillò di nuova luce. Nel 1964 si esibì al Newport Folk Festival, nel luglio 1965 al New York Folk Festival e nell’ottobre 1967 viaggiò per l’Europa con l’American Folk Blues Festival al fianco di Skip James e Bukka White. Nell’estate del 1970 intraprese una nuova tournée in Europa, esibendosi tra l’altro al Montreux Jazz Festival. Durante il 1974 però fu costretto a ritirarsi nuovamente dalle scene: a causa delle sue pessime condizioni di salute, si stabilì definitivamente a Detroit dove restò sino alla sua morte avvenuta nel 1988 per un tumore alla laringe. Fu sepolto al Mount Hazel Cemetery di Detroit.

    Son House si è distinto musicalmente per il suo canto stilisticamente impressionante così rauco, denso, passionale, scuro, sacro, a volte un po’ screziato, a volte contornato da falsetti vibranti.
    La tecnica chitarristica è tipica del Delta, ma al tempo stesso originale, un vero marchio di fabbrica: timbro metallico, slide e gioco propulsivo dei bassi. Ascoltando il percussivismo chitarristico di brani come Death Letter si deduce un legame fortissimo non solo con il Delta, ma anche con l’Africa. La sua performance è trascinante, eleva il pathos a grado primo dell’esecuzione, non c’è accademismo soltanto totale immedesimazione fisica. Son House, probabilmente per la sua formazione culturale, è colui che esprime meglio di tutti uno spiritualismo continuamente in bilico tra il sacro e il profano anche nelle sue interpretazioni Spiritual come John The Revelator (brano popolare del Delta, la cui prima registrazione è attribuita a Blind Willie Johnson), dove proponendo la sola nuda forza della voce, ne aumenta la dimensione sacrale.
    Son House ti trascina nel mondo drammatico e dolente dei suoi blues: soffre e piange battendo i piedi a tempo, la sua passione è percepibile in ogni singola nota in particolar modo nell’utilizzo del bottleneck che rende le performance calde, intimi, cariche, sempre emozionanti. Brani come Luise McGee, Pearline o Preachin’ Blues sono dei veri e propri riti catartici di un artista che ci ha consegnato la tradizione del Delta intatta, una lezione ancora attuale di cui si nutrono numerosi musicisti contemporanei in ogni parte del globo.

    Federico Preziosi

    Topics: History of Music Theory, Jazz, Swing, MUSIC, Swing and Jazz | No Comments »

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