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    Benedek Istvánffy e la sua storia…

    By Redazione Musica | novembre 21, 2010

    La musica sacra e preclassicista di Benedek Istvánffy

    La storia della musica, come tutte le storie, conserva sempre intatto un certo fascino nella sua perpetua incompiutezza. Ogni erudito ha un rapporto d’amore con la propria disciplina, la considera come una figura ben nota, come una compagna per la vita, da ammirare, compiacere, criticare, alla quale rimanere legato; e affinché questo legame sia duraturo, occorre rinnovare il rapporto d’amore al fine di non perdere quella forza propulsiva che è propria della passione e del sentimento. La storia, essendo una selezione per necessità, traccia la sua linea narrativa sempre in maniera parziale, lasciando dietro sé quelle ‘falle’ che le conferiscono quel sapore avvincente, misterioso, incompleto: per questa ragione i suoi eventi vanno continuamente rivisti, criticati e aggiornati alla luce di nuovi studi, di nuove idee, di una nuova coscienza e percezione del mondo. La storia a sua volta è composta da innumerevoli storie, anche esse parziali, i cui frammenti possono spiegarci e raccontarci molte cose sugli avvenimenti, le evoluzioni e le trasformazioni di un dato avvenimento.
    Quella che segue è la storia di Benedek Istvánffy, compositore ungherese di musica sacra ai tempi di Joseph Haydn, una figura per lo più sconosciuta a numerosi musicisti e appassionati di musica. È stata soprattutto l’opera di Kornél Bárdos, il cui campo di interesse ha focalizzato l’attenzione verso quella parte della musica proveniente dall’Ungheria occidentale, in particolare della città di Győr, a destarne l’interesse, pur conservando irrisolte numerose questioni all’interno di questa complessa vicenda biografica: sono ancora molte le nubi misteriose che avvolgono la vita e l’opera del compositore, nonché  scarse le informazioni di cui disponiamo.
    Benedek Istvánffy nacque nel 1733 in una famiglia numerosa dedita alla musica e alla fede. Il padre József Istvánffy, disponeva di un notevole talento musicale ed era un organista molto apprezzato presso la cittadina di Győrszentmartón. Un’altra figura di rilievo nella vita del compositore fu Elek, uno dei suoi sei fratelli, il quale, abbracciata la fede e presi i voti nella città di Győr, trascrisse numerose opere musicali, tra cui quelle di Benedek: se i brani di Istvánffy sono giunti fino a nostri giorni, lo dobbiamo esclusivamente all’attività certosina del prete di famiglia .
    Non è chiaro, invece, dove il giovane Benedek abbia studiato e appreso l’arte musicale, ma è lecito  presumere che, almeno durante i primi anni, sia stato proprio il padre ad occuparsi della formazione del figlio: il vecchio József di certo introdusse il giovane Istvánffy alla corte dei Szechényi, una tra le famiglie più potenti di tutta l’Ungheria, la quale fece del castello di Nagycenk un centro culturale vitale e vivace. Il castello dei Szechényi distava solo pochi chilometri dal palazzo degli Esterházy, presso il quale prestava i suoi servigi Haydn: pensare a un episodio ravvicinato tra il maestro austriaco ed Istvánffy sembrerebbe talmente scontato da rasentare l’ovvietà; purtroppo non disponiamo di alcun documento che attesti un incontro e neppure una dichiarazione di reciproca stima, sebbene i due fossero quasi coetanei. Fonti certe attestano, invece, l’interesse vivo che Istvánffy ebbe nei confronti di Haydn, conducendo e studiando alcune opere del grande compositore alla corte degli Esterházy, un percorso conoscitivo che inevitabilmente ne condizionò il gusto musicale.
    Nella vita del compositore si rivelò determinante anche il legame con i Szechényi, i quali vollero che Istvánffy si recasse presso la cappella di Győr al fine di completare la sua formazione professionale: qui, nell’autunno 1766, fu nominato maestro di coro e organista col placet dei suoi mecenati. Questo evento segnò la consacrazione di Istvánffy non tanto in favore del grande pubblico, di cui non si curò più di tanto, bensì per gli addetti ai lavori, musicisti e uomini di cultura, che videro nel suo ruolo e nella sua persona un solido punto di riferimento. Un successo personale coronato non solo per le abilità musicali, ma anche per le conoscenze della lingua latina e di quella tedesca che lo portarono a svolgere anche attività pedagogico-musicali: Istvánffy amava il suo lavoro e trasmetteva le sue conoscenze non solo agli studenti di musica, ma anche a quelli di teologia, insegnando loro canto.
    Se ci è concessa un’osservazione, pur nella sua profonda diversità, ci sembra utile e interessante fare un paragone con l’attività di Kodály: entrambi i musicisti avvertivano profondamente il legame con la propria comunità e, per le loro attività pedagogiche, furono coinvolti dalle autorità ufficiali pur non essendo mai assecondati. A differenza di Kodály, Istvánffy non elaborò un nuovo approccio pedagogico, neppure si fece paladino della nazione ungherese, essendo lontano dalla cultura figlia della Primavera dei Popoli che si sarebbe diffusa circa un secolo dopo la sua morte; inoltre il suo radicamento era dovuto al mecenatismo e all’attività presso le autorità clericali, nulla a che vedere con il sentimento popolare, anche se il suo amore appassionato per la musica e la sua dimensione spirituale anticiparono certe tematiche che saranno proprie dell’esperienza musicale ungherese all’inizio del Novecento.
    Considerazioni simili trovano riscontro proprio nell’esperienza di Győr, dove Istvánffy ebbe la possibilità di ampliare i propri orizzonti musicali: la città si rivelò un vivace centro culturale, dotata di una biblioteca fornita di numerosi manoscritti tramite cui molto si poteva apprendere, un luogo ricco di documenti utili per tutti gli eruditi; la sua opera riuscì ad interpretare le esigenze musicali della comunità di cui divenne uno dei massimi esponenti. Il suo dinamismo gli permise di sopravvivere anche al decreto reale del 1773 che inferì un colpo mortale alla Società dei Gesuiti, fondamentale nell’economia culturale di Győr. La comunità dei gesuiti occupava un ruolo centrale in quelle regioni e il suo rigore nell’insegnamento delle discipline, anche quelle musicali, costituiva un modello di formazione solido. Ma adesso che questa realtà era stata dissolta, incombevano i timori di una drammatica recessione culturale e Istvánffy, essendo tra le personalità più stimate, si vide assegnare il ruolo di direttore musicale, un compito non proprio semplice dal momento che il denaro destinato alle attività musicali venne improvvisamente a mancare. Nonostante le buone intenzioni, il compositore ungherese non riuscì a vincere la sfida e in breve tempo l’orchestra cessò l’attività per mancanza di fondi. Istvánffy ritornò così alle mansioni musicali nella cattedrale presso la quale non aveva mai smesso di prestare i propri servigi, ma tale era stata la mole di lavoro da sostenere, lo zelo e enormi gli sforzi per assicurare alla città un’attività musicale di tutto rispetto, che il sovraccarico di lavoro e la sua cagionevole salute lo condussero a una morte prematura il 25 Ottobre del 1778.
    Le numerose attività e la sua breve vita spiegano la sua scarsa produzione della quale molto si è perduto. Quello di cui disponiamo oggi è stato scoperto anche tramite autentici colpi di fortuna, come è accaduto, ad esempio, a un manoscritto senza titolo, ritrovato perché avvolgeva opere di altri compositori. Di una produzione parzialmente ricostruita disponiamo di due messe, un Gloria composto come complemento ad una messa di Werner e sette brevi componimenti che consistono la parte più significativa ed appassionante della sua musica.
    La figura di Istvánffy è storicamente collocata in un periodo di transizione: il Barocco aveva superato il picco di massimo splendore e il suo retaggio, l’arte del contrappunto, consolidatasi nel ‘vecchio stile’ costruito sulla tradizione corale della musica rinascimentale, sopravvisse principalmente nella musica sacra e nei testi a scopo didattico;  al tempo stesso però lo stile viennese non si era ancora consolidato (sarà percepibile solo nelle opere della maturità di Haydn e poi in Mozart). In un contesto quanto mai complesso che sfugge alle definizioni nette, Istvánffy si caratterizza nel panorama europeo per un tono intimo in cui si incontrano un pathos nobile e un   senso di forma e proporzione lontano dai clichés tipici dei compositori minori, dove il tutto si traduce in una musica che preserva sempre l’eleganza, lo charm e la luminosità. Si noti come la personalità del compositore prevalga su forme antiquate e movimenti stilizzati: Rorate Coeli, ad esempio, riprendendo il contrappunto del Barocco strumentale, presenta motivi e brevi interludi strumentali che fanno presagire l’approdo al gusto Classico, consolidando uno stile certamente insolito all’interno del quale convivono elementi così diversi che si influenzano l’un l’altro.

    Un altro esempio è costituito dall’antifona Alma Redemptoris, dove l’incrocio dei motivi, il bilanciamento delle modulazioni ed il materiale ritmico-melodico conferiscono al brano una certa unità alternando i momenti celestiali a quelli drammatici.

    Molto interessante è l’offertorio Jam Virga Jesse Florescit, strepitoso nella sua semplicità, basato su poche idee armoniche così ben congegnate da costruire una solidità e una coerenza sorprendente per uno stile in fase di transizione e, anche se in alcune parti il brano potrebbe apparire troppo scarno o povero, il processo di modulazione è talmente convincente e naturale nella sua evoluzione da risultare brillante.

    Il duetto è la parte che maggiormente rivela il ‘classicismo’ acerbo di Istvánffy: esso contiene l’intimismo soave e per nulla irruento tipico delle liriche d’amore classiciste, ma al tempo stesso rievoca l’elevazione e la riservatezza della musica sacra. Pur essendo evidente la lezione Haydn, il brano non perde mai quel pathos che unisce personalità compositiva ed ecclesiastica impersonalità, come nel Recordare contenuto nel Requiem di Mozart che sarà composto circa venti anni dopo.

    La scoperta di Benedek Istvánffy assume una certa rilevanza per aver contribuito alla rivalutazione di tutto un periodo della storia della musica in Ungheria, considerato poco dinamico, non molto vivace e scarso di contenuti. La produzione musicale ungherese cominciò ad acquisire credito a partire dal primo Ottocento, alcuni decenni dopo la morte del compositore, quando l’Europa musicale venne conquistata dal ritmo del Verbunkos, la celebre danza ungherese i cui natali si attestano intorno al 1760: originariamente, tale musica, veniva utilizzata dall’esercito ungherese al fine di recarsi nei villaggi e reclutare i futuri soldati a suon di musica, persuadendoli con il potere della danza. Il ritmo del Verbunkos veniva considerato irresistibile, magnetico, e non è un caso che  molti grandi compositori come Haydn, Beethoven, Liszt, Erkel, Berlioz e Brahms lo adottarono in alcune delle proprie composizioni, anche se la diffusione di questa danza deve molto di più ai musicisti zigani che per primi la portarono in tutta Europa. L’Ungheria, posta ai margini della cultura europea dopo aver subito centocinquanta anni di dominazione turca, vide nel Verbunkos il simbolo del riscatto, l’elemento attraverso il quale si sarebbero poste le basi per una musica nazionale nuova e tipicamente ungherese, convinzione diffusa soprattutto tra compositori del calibro di Erkel e Liszt. In un contesto storico così articolato, dove la ricerca delle radici ha condotto tutta la cultura ungherese verso la Nazione, non poteva esserci spazio per Benedek Istvánffy: le ragioni che hanno portato alla sua esclusione dalla storia per un così lungo tempo, risiedono nelle vicende storico-culturali dell’Ungheria moderna, figlia del Romanticismo, le quali culminarono con la Primavera dei Popoli e il risveglio nazionale. I componimenti di Istvánffy,  dai toni tutt’altro che rivoluzionari, non erano di certo destinati alle sale da concerto e nemmeno svolgevano un ruolo prettamente sociale nella vita della città, si limitavano semplicemente ad accompagnare le funzioni liturgiche, pertanto vanno considerate in un contesto spirituale, una dimensione distante da quella cultura popolare di cui si sarebbe nutrita tutta la cultura ungherese dei secoli XIX e XX,  senza alcuna velleità popolare né tanto meno populista.

    Federico Preziosi

    Topics: Aesthetic of Music, Classical, Great Composers, History of Music, MUSIC | No Comments »

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