Categories

Coming soon…

    No scheduled posts

    Archive

    Tag Cloud

    Meta

    Immagini, testi e contenuti audio/video su MusicalWords.it

    Il sito web www.musicalwords.it ("Sito"), e tutti i contenuti (testi, audio, video, immagini, prodotti e servizi, collettivamente nelle pagine relative) accessibili su od attraverso di esso, sono messi a disposizione degli utenti senza in alcun modo avallare gli usi che gli utenti stessi ne possano fare. I diritti riguardanti l'uso delle immagini di opere d'arte esposte in ogni pagina del Sito appartengono ai rispettivi proprietari. Chi scarica, usa o trasmette Contenuti reperiti su o attraverso il Sito non può ritenere in nessun modo assolte le competenze spettanti ai detentori dei rispettivi diritti di tali Contenuti. Il Sito web www.musicalwords.it può contenere o linkare a Contenuti creati o caricati da terze parti. I Contenuti di terze parti non rappresentano necessariamente le opinioni del responsabile del Sito nè della redazione generale direttiva né delle altre redazioni nè dei suoi collaboratori. Il responsabile del Sito non controlla, monitora, avalla o garantisce in alcun modo i Contenuti di terze parti. In nessun caso responsabile del Sito potrà essere ritenuto responsabile, direttamente o indirettamente, per danni o perdite causate o che si pensa possano essere state causate dall’uso o dal riferimento a Contenuti reperiti su o attraverso il nostro Sito. Il responsabile del Sito non si ritiene responsabile per attività dolose risultate dallo scaricamento o dall’utilizzo di Contenuti presenti sul proprio Sito web o accessibili attraverso di esso. I Contenuti presenti sul Sito www.musicalwords.it possono essere cambiati o rimossi senza notizia preventiva.


    « | Main | »

    Ernst Bloch… il Divenire in Musica / 10

    By Redazione Musica | febbraio 15, 2011

    (…Contnua)

    Capitolo II: il pensiero blochiano  dalle influenze culturali all’ontologia del non-ancora.

    L’origine è la meta”.

    Karl Kraus, Worte in Versen, I

    Ernst Bloch è il filosofo che più di ogni altro ha fatto del concetto di utopia l’oggetto fondamentale della propria filosofia: oltretutto egli si colloca nel nostro secolo come una delle varianti fondamentali del marxismo. Fortemente influenzato dall’espressionismo negli anni della giovinezza, il suo incontro con la riflessione marxista fu favorito soprattutto dalla rivoluzione bolscevica. Infatti, la critica di Marx ed Engels all’eccessiva soggettività delle utopie socialiste dell’’800 era stata messa in crisi soprattutto dalla Rivoluzione d’Ottobre, in quanto essa si era realizzata in un contesto che, a causa della sua arretratezza, non avrebbe dovuto offrire le condizioni oggettive del processo rivoluzionario[1]. Questo provocò nel nostro secolo un ripensamento generale del marxismo che si sforzò di mettere in evidenza proprio quel ruolo rivoluzionario della soggettività che era stato bandito dalla II internazionale a favore della riduzione positivistica del concetto marxiano di scienza. In tale contesto di ripresa, Bloch sviluppò soprattutto la componente utopistica arrivando a definire il marxismo come “materialismo dialettico-utopistico” e, in maniera ancora più apparentemente paradossale, quale scienza della speranza  o utopia concreta[2].

    Scrive Laennech Hurbon: “la sua lunga e paziente ricerca di tutti i luoghi di proiezione di questa speranza finisce col produrre una vera enciclopedia delle utopie di ogni tempo, e col presentare il concetto di utopia come una leva fondamentale per l’avvenire”[3]; se si ripercorre infatti l’evoluzione dell’opera del filosofo di Ludwigshafen, essa appare come un vasto ordito di temi diversi, cioè correnti di influenza tenute assieme dal solo cantus firmus di una rivalutazione positiva dell’utopia e della speranza come aspetti fondamentali della vita dell’uomo. Nell’ instancabile indagine filosofica e letteraria di Bloch  utopia e speranza si caricano di un nuovo “concreto”, quanto dirompente significato, intrecciandosi in un contrappunto semantico che giungerà all’osmosi di una reciproca sostanziazione. Abbiamo già brevemente accennato al nuovo significato che  il termine “utopia” assume nel pensiero blochiano; la stessa sorte è destinata alla speranza: “questa dunque non viene intesa soltanto come affetto, come contrapposizione alla paura [...], ma più essenzialmente come atto orientativo di specie cognitiva (e il contrario ne è non la paura ma il ricordo)” (PS, 15-16)[4].

    La  breve  analisi  del  pensiero  blochiano  che  seguirà,  mirerà  ad isolare, tutte

    quelle componenti filosofiche e culturali a cui Bloch  implicitamente o esplicitamente attinge, nel tentativo di ricostruire la categoria fondante di tutto il suo edificio speculativo: l’ontologia del non-ancora.

    L’ontologia del non-ancora rappresenta il concetto cardine del pensiero blochiano, nonché la parola-chiave per accedere a tutte le parti di cui esso si compone: anche se non del tutto matura essa appare già delineata soprattutto nelle pagine centrali dello Spirito dell’utopia, la più importante opera giovanile di Bloch[5], e sembra rafforzarsi nel suo significato per tutto il lungo itinerario della produzione del filosofo. Come un Leitmotiv ridondante  (ma costantemente arricchito)  essa ci permetterà di ricostruirne il pensiero: si prepareranno così basi filosofiche sufficientemente adeguate per una comprensione del significato e del ruolo fondamentale che i numerosi scritti di Bloch hanno sempre riservato alla musica.

    Ora, rifacendosi ad un’importante monografia sul filosofo (E. Bahr, Ernst Bloch, Colloquium, Berlin, 1974), Gerardo Cunico indica tre direttive principali del pensiero blochiano: “marxismo, mistica e Karl May[6]. Pur ammettendo le difficoltà teoretiche e interpretative verso cui una tale mescolanza di elementi può dare origine, questi ultimi sono indispensabili per il generale inquadramento della riflessione blochiana. Queste tre componenti, alle quali vanno aggiunti altri fondamentali aspetti come l’idealismo, emergono chiaramente già nell’analisi  dello Spirito dell’utopia, opera in cui sono contenuti in nuce tutti gli elementi del filosofare successivo.

    Nell’Avvertenza del 1936, lo Spirito dell’utopia appare come

    “il tentativo di una prima opera fondamentale, espressiva, barocca, religiosa, con un oggetto centrale. Tessendo musica nel pozzo dell’anima, come dice Hegel, ma con una ‘carica di dinamite’ nel rapporto soggetto-oggetto. È costruita sul principio: ‘Il mondo non è vero, ma vuol tornare a casa per mezzo degli uomini e della verità’. Un libro Sturm und Drang, sviscerato e realizzato  di  notte  contro la guerra, ma anche teso  a comporre per nos ipsi un’opera prima del filosofare utopico che ha avuto inizio; ed ha anche un ruolo di anticipazione (corsivo nostro). Il  suo romanticismo rivoluzionario trova   (come nella monografia su Thomas Münzer)  una misura e una determinazione nel Das Prinzip Hoffnung e nei libri successivi. Solo così si precisa lo specifico dello Spirito dell’utopia, che confidava propriamente tanto nel male quanto in ciò che risana: gnosi rivoluzionaria” (SU,  321).

    Essa risulta un’opera protesa a recuperare quel ruolo determinante della soggettività che era stato svalutato dal concetto marxiano di scienza, e a dar “luogo a uno spazio di lettura del marxismo dichiaratamente polemico verso ogni irrigidimento economicistico”[7]: Bloch lascia emergere così “la ‘corrente calda’ della speculazione e dell’anticipazione utopica e l’entusiasmo rivoluzionario”[8] del marxismo che pure lo caratterizzano in modo determinante; quest’ultimo entra nella filosofia blochiana filtrato attraverso una prospettiva dal sapore kierkegaardiano che ne alimenta lo slancio etico attraverso una rivalutazione fondamentale del ruolo esercitato dalla soggettività.

    Nello Spirito dell’utopia il motivo della soggettività viene espresso attraverso il problema della Selbstbegegnung (“incontro con  il sé”, che dà il titolo anche alla parte centrale del testo)[9]: non diversamente da tanta tradizione filosofica, punto di partenza dell’opera  (ma anche di tutta la riflessione blochiana)  è la convinzione che l’io sia nascosto e oscuro a se stesso in una perenne Selbstentfremdung[10] (autoestraneazione)  e che sia costantemente coinvolto nello sforzo di appropriarsi di se stesso. Ora nella direzione di tale appropriazione  del Sé, Bloch sembra seguire nuove vie, gettando luce su un cammino nuovo che egli stesso definisce “gnosi rivoluzionaria”[11]. L’opera si pone polemicamente contro la realtà sociale, politica ed economica del suo tempo: palese è l’avversione nei confronti dello  spirito prus-

    siano-militarista della Germania guglielmina ed anche nei confronti del capitalismo monopolistico-borghese che ne costituirebbe l’anima[12]; lo Spirito dell’utopia si sostanzia infatti di quel principio meta-politico e meta-religioso che è anche fondamento di ogni rivoluzione (compresa quella comunista): l’apocalisse[13].

    Essa “[...] libera il lavoro dall’alienazione del lavoro di scambio e dalla scissione  in lavoro manuale e lavoro intellettuale, che ignora  l’occupato dal disoccupato e si lascia alle spalle la necessità della falsa coscienza. [...]Siamo alle soglie dell’apocalisse  non perché siamo alle soglie della fine del mondo, ma perché vogliamo la fine della preistoria, la fine della valorizzazione della forza-lavoro come merce. [...]Il non-essere e il non-essere-ancora (corsivo nostro)  sono la verità della nuova socializzazione  che annienta il contenuto barbarico del pensiero, che ha la sua meta nell’economia del denaro” [14].

    La forza dirompente della filosofia utopica, vera e propria apocalisse che si abbatte sul mondo per cambiarlo, si pone come fattibile e concreta contro il carattere fittizio e astratto dello spirito borghese che ha ribaltato il rapporto tra individuo e specie facendo di ogni persona la maschera caratteriale di questa inversione: essa annulla la falsa coscienza, disintegra tutte le maschere che l’individuo è costretto a portare. Il concetto di apocalisse incarna un’altra componente essenziale del filosofare blochiano: quella dimensione chiliastico-escatologica che anima il corpo della sua ontologia attraverso un superamento dell’esistente verso il compimento di un essere nuovo non-ancora divenuto: ma tutto questo è da leggersi rigorosamente in chiave assolutamente atea[15].

    Francesco De Santis

    (Continua…)
    (Leggi qui tutto lo speciale Ernst Bloch… il Divenire in Musica)


    [1] “Lenin, [...] in condizioni storiche quanto mai ‘arretrate’ come quelle russe non ha passivamente atteso il preliminare compiersi della rivoluzione borghese. Egli ha saputo cogliere, per Bloch, l’ “occasione”, il momento propizio e trovare il varco temporale che può condurre alla società senza classi”. R. Bodei, Multiversum. Tempo e storia in Ernst Bloch, Bibliopolis, Napoli 1982, p. 19.

    [2] La vittoria leninista obbligò a revisionare il valore della prassi rivoluzionaria e la sua capacità di forzare la storia:  ma Ernst Bloch non è l’unica personalità che emerse nel contesto di tale riflessione. Il pensiero neo-marxista trovò in György Lukács una risposta diversa. Questi permarrà nell’ambito della tradizione ortodossa del marxismo-leninismo ponendo l’accento soprattutto sull’unità marxiana di teoria e prassi e facendo leva non solo sulla storia ma anche sulla coscienza di classe:  differentemente da Bloch, Lukács rimase sempre molto sospettoso nei confronti di un eccessivo sbilanciamento del marxismo relativo al momento etico-utopistico  (accentuato soprattutto dal marxismo di derivazione neo-kantiana e positivista). Per un approfondimento della tematica relativa al rapporto tra utopia e marxismo cfr. E. Botto, “Ernst Bloch e la dimensione utopica del marxismo” in Il neomarxismo, 1976, (2), pp. 219-250.

    [3] L. Hurbon, Bloch, cit., p. 14.

    [4] La speranza come atto cognitivo ha anche però immediata traduzione pratica: essa si dà come slancio etico che invita ad un’azione sovversiva  nei confronti di una realtà che deve essere oltrepassata per diventare sempre più vera; la speranza,  non  più intesa come semplice affetto ma come atto pratico, viene contrapposta  ad una vita abietta, grigia, che si sente solo passivamente “gettata nel mondo”: è il messaggio del positivo essere-per-la-vita del marxismo utopico contro il passivo essere-per-la-morte di un’esistenzialismo considerato come il frutto, o meglio il testimone della piccola borghesia in preda al più pieno smarrimento nel capitalismo monopolistico del tempo. Riferendosi soprattutto all’esistenzialismo heiddegeriano, Bloch scrive: “Heidegger dunque riflette e assolutizza, con la sua ontologia dell’angoscia, manifestamente soltanto ‘lo stato emotivo fondamentale’ di una società in decadenza. Ponendosi dal punto di vista della piccola borghesia, egli riflette la società del capitale monopolistico, con la crisi permanente quale condizione normale; unica alternativa alla crisi permanente sono la guerra e la produzione bellica”(PS, 131). Per un confronto più dettagliato con la filosofia heideggeriana si veda anche R. Bodei, Mulitversum, cit.

    [5] Lo Spirito dell’utopia fu iniziato nel 1915 e concluso durante la guerra nel 1917 in un clima culturale che già si è avuto modo di illustrare. Da quanto possiamo apprendere dall’autobiografia della moglie Karola (Aus meine Leben, Neske (1981); trad. it. di Luisa Portesio, Memorie della mia vita, Marietti, Casale Monferrato 1982), lo Spirito dell’utopia venne ultimato da Bloch nel 1917. Prima che la casa editrice Duncker & Humblot pubblicasse per la prima volta il testo, volle assicurarsi sulla sua qualità sottoponendolo a G. Simmel che, non ritenendosi all’altezza di giudicare la consistente parte dedicata alla musica, si rivolse a sua volta al direttore d’orchestra Otto Klemperer: questi, rimanendone colpito, si espresse favorevolmente e, grazie al suo intervento, l’opera fu data alle stampe nel 1918. La prima edizione dell’opera venne pubblicata nel 1918. La seconda  (caratterizzata da vistose rielaborazioni)  apparirà nel 1923. Nel 1964 apparirà una terza ed ultima edizione  (del tutto simile alla seconda)  nell’ambito dell’opera omnia pubblicata dell’editore Surkamp di Francoforte. Nell’intervista rilasciata a José Marchand per la televisione francese,  Bloch afferma di aver ripreso il titolo della sua opera dallo Esprit des lois di Montesquieu:  “Spirito dell’utopia, non spirito delle leggi. Orbene, esprit ha il suo corrispettivo tedesco più prossimo in Geist [Spirito]”.  (E. Bloch, “Mutare il mondo…”, cit., p. 62). Nelle intenzioni del filosofo la valenza semantica della parola “spirito” indica una forza propulsiva  e rivoluzionaria in grado di porre le basi di una trasformazione della realtà mediante la proposta di nuovi valori e nuovi obiettivi contro la decadenza di un mondo che iniziava ad esprimere il suo malessere attraverso la guerra e i suoi dettami irrispettosi della sacralità della vita e dell’uomo. Cfr. L. Boella, Ernst Bloch. Trame della speranza, Jaca Book, Milano 1987, p. 9.

    [6] G. Cunico, Essere come utopia. I fondamenti della filosofia della speranza di Ernst Bloch, Le Monnier, Firenze 1976, p. 5.

    [7] Cfr. G. Cacciatore, “Ernst Bloch: l’utopia della realizzazione dell’humanum” in Critica marxista, 1980, (5), p. 117.

    [8] G. Cunico, Essere come utopia…, cit., p. 5.

    [9] Da quanto lo stesso filosofo rivela nelle sue interviste e da ciò che emerge dalla letteratura critica sul suo pensiero, lo Spirito dell’utopia risente fortemente del clima espressionistico di quegli anni e della latenza dell’idealismo tedesco. Quest’ultimo fu uno dei nutrimenti privilegiati della giovanile fame di conoscenza del Nostro e ciò è quanto egli conferma in un intervista: egli, da quanto apprendiamo, era solito recarsi a Mannheim  dove vi era una biblioteca risalente al tempo del principe elettore Karl Theodor e che frequentava assiduamente quando era ancora studente; in essa “era a disposizione l’intera gamma dei grandi filosofi, da Leibniz a Hegel. [...] Lì incominciai a leggere, in un tempo in cui, in tutte le università tedesche, si trattava Hegel come un rognoso cane morto. [...] Sedevo nella biblioteca del castello,[...] lì mi affaticavo su Hegel e sui commenti  a Hegel composti da i suoi allievi. Così ho conosciuto molto presto Fichte, Schelling e Hegel; quanto non riuscivo a capire, lo saltavo  o tentavo di comprenderlo, per lo più fraintendendolo, ma presumibilmente, fraintendendolo in modo interessato. [...] Ciò di cui scrivevo non erano più il materialismo o l’ateismo, ma temi condizionati da Hegel e soprattutto da Schelling, in particolare dagli ultimi scritti di Schelling, che lessi anch’essi e che presumibilmente nessuno in questo vasto mondo conosce più intimamente di me”. E. Bloch, “Mutare il mondo…”, cit., p. 53. Non si può certamente tematizzare qui esaurientemente l’influenza dell’idealismo nella filosofia utopica di Bloch soprattutto nello Spirito dell’utopia, ma il motivo della Selbstbegegnung può trovarsi tra queste parole di Fichte: “La missione ultima di tutti gli esseri ragionevoli finiti dotati di ragione è quindi l’ unità assoluta, l’identità permanente, la piena coerenza con se stessi”. La differenza sostanziale del cammino verso il Sé è che per Fichte la meta di quest’ultimo è posta ad una distanza inarrivabile: “Se si definisce la completa armonia con se stesso col termine di perfezione, nel più alto senso della parola, come si può appunto definirla, la perfezione sarà allora la più alta e irraggiungibile mèta dell’uomo; la sua missione sarà tuttavia il perfezionamento indefinito”. Fichte J.G., Die Bestimmung des Gelehrter (1794); trad. it. e cura di E. Alfieri, La missione del dotto, La Nuova Italia, Firenze 19732, pp. 16-20. L’anelito verso un uomo e un mondo migliore riecheggia anche in queste parole di Schelling non a caso poste come epigrafe del paragrafo 52 del Principio speranza: “dovrebbe aver, per dir così, spogliato la sua umanità colui che restasse indifferente a queste domande: dove mira tutta la storia, quale ultima condizione finale è destinata a tutta la stirpe, o c’è anche qui solo il triste circolo, sempre ritornante dei fenomeni? Perciò si è certo molto limitata la concezione dei misteri  col non arrivare per nulla a pensare che essi contenevano per così dire una rivelazione anche sul futuro del genere umano [...]”. F. Schelling, Filosofia della rivelazione, cit. in PS, 1277.

    [10] Il concetto di Selbstentfremdung viene mutuato da Bloch dalla IV tesi di Marx su Feuerbach, dove il primo denuncia nel secondo la delineazione di un’ennesima antropologia astratta, limitantesi a una semplice separazione tra il mondo umano e quello religioso; Marx ritiene invece che, essendo l’uomo “l’insieme dei rapporti sociali”, la critica all’autoestraneazione  religiosa debba essere attuata innanzitutto da una spiegazione delle contraddizioni interne a tali rapporti sociali, nei quali l’uomo si ritrova ad essere un essere abietto e asservito, e poi mediante una trasformazione degli stessi (Bloch approfondirà il discorso nel Principio speranza).

    [11] In un primo momento Bloch decise di intitolare il suo libro “Sistema del messianismo teoretico”, cfr. V. Bertolino e F. Coppellotti, Nota critica allo Spirito dell’utopia, SU, p. 328.

    [12] È  proprio di questo periodo anche la rottura con Simmel per la sua troppo entusiastica adesione ai moti della guerra. Bloch si dimostra polemico anche nei confronti di un opera contemporanea allo Spirito dell’utopia e che ebbe un grande successo di pubblico. Ci riferiamo all’opera di O. Spengler Der Untergang des Abendlandes (1918); trad. it. di J. Evola, Il tramonto dell’occidente, Longanesi, Milano 1957, nella quale il filosofo propone una visione della storia completamente opposta a quella di Bloch ed nella quale quest’ultimo intravede un’esemplare incarnazione dello spirito decadente del tempo. Spengler intende infatti applicare alla storia un modello mutuato dalla vita, una forma che riproduce il ciclo biologico delle specie viventi: il mondo risulta di volta in volta costituito da fenomeni unici e irripetibili che, proprio come organismi viventi, nascono, crescono e muoiono. Così interpretata, dopo l’origine impetuosa dei suoi inizi, la storia dell’occidente appare come una stella millenaria destinata inesorabilmente a tramontare. Non a caso il riferimento polemico di Bloch è episodico ma fortemente caustico: “il romanticismo della nuova reazione non ha ereditato nulla di giusto, non è né effettivo né festoso, né possiede spirito universale, ma è cupo, ammuffito, privo di spirito e non cristiano, e dal pathos del suo ‘legame con la terra’ sa evocare solo il tramonto dell’occidente [corsivo nostro], in una finitudine affatto creaturale, in una irreligiosa agonia [...]”(SU, 6).

    [13] Cfr., SU, 328. In un’intervista il  filosofo spiega:  “Il mondo giusto e la sua giusta verità non hanno ancora fatto, in assoluto, la loro comparsa. [...] L’apocalisse, l’escatologia, la dottrina delle cose ultime, è dunque affine alla questione estremamente problematica della meta finale verso cui tutto tende. È comunque gravida di pericolo e deve venire strappata alla sua condizione mitica e mitologica”. E. Bloch, “Contestuale…”, p. VII. Riferendosi alla recensione che Margarete Susman scrisse sulla “Frankfurter Zeitung” del 12 gennaio 1919, L. Boella scrive nella nota 54 del suo studio:  “l’incontro con il Sé e con l’Apocalisse non sono immagini e simboli, sosteneva la Susman, bensì sono intesi da Bloch come piene realtà, nel senso fenomenologico, cioè come realtà essenziale delle cose”. L. Boella, cit. , p. 124.

    [14] V. Bertolino e F. Coppellotti, cit., pp. 328-329. Per un approfondimento del rapporto tra il pensiero blochiano e l’escatologia cristiana cfr. G. Capone, “Sul rapporto tra utopia ed escatologia” in AA.VV, Utopia e distopia, cit., pp. 279-290 e il saggio di R. Pezzimenti, “Ernst Bloch: utopia e società futura” in Storia e Politica, XXII, 1983, (3), pp. 554-570.

    [15] Egli eredita dalla Bibbia la tensione verso il futuro  (esodo)  e la speranza nel Regno, ma si tratta di un’eredità che viene filtrata attraverso una dimensione assolutamente atea. A chiarire il suo rapporto con l’ebraismo e il cristianesimo, egli stesso ci viene incontro nella serie di interviste raccolte poi in Marxismo e utopia. In una di queste infatti leggiamo: “Il mio pensiero ha profonde radici nel cristianesimo, il quale non può venir liquidato né come mitologia, né come poesia popolare” (p. 129), e poi oltre: “nella mia opera è senz’altro avvertibile un certo influsso del cristianesimo, e  l’Apocalisse ha esercitato un forte effetto su di me” (p. 136-137). Bloch tiene sempre a chiarire però come l’incontro con l’ebraismo fosse stato il caso di una semplice quanto distaccata assimilazione. (Cfr. ivi, p. 129).

    Topics: Aesthetic of Music, Ernst Bloch... il Divenire in Musica, LITERATURE, MUSIC, Music and Philosophy, Philosophy, Philosophy of Music | No Comments »

    Comments