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    Ernst Bloch… il Divenire in Musica / 13

    By Redazione Musica | aprile 1, 2011

    (Continua…)

    Tutto ciò ci aiuta a definire meglio il senso della filosofia utopica come pensiero che si  batte per la verità ontologica della realtà pratica dell’essere: il soggetto utopico non può più essere il punto di partenza, la base di una filosofia trascendentale o di un qualsiasi altro tentativo gnoseologico fondativo: esso è lo specchio di una Zerrissenheit in atto, di una dimensione  frantumata priva di punti di riferimento. La sua conoscenza non si sostanzia più di schemi sistematizzanti e rassicuranti ma soltanto di un’anelito etico-spirituale che con “fede ontologica” scommette sull’utopia, cioè sul mondo che verrà, costituendone nel frattempo anche la spinta propulsiva: la normatività di un incontro con il Sé non può essere più offerta dalla ragion pura ma almeno eticamente tentata facendosi guidare dalla ragion pratica.

    Ma se il “naufrago” kantiano non ritroverà mai più la sua “Itaca” se non come etico ed infinito anelito verso la perfezione, “la dottrina hegeliana, secondo la quale ogni razionale è già reale, conclude una pace prematura e totale con il mondo”(SU, 203). Preso nella sua totalità, il pensiero hegeliano mal si sposa con l’ontologia blochiana; tuttavia è proprio Hegel -  un aspetto preciso del suo filosofare – a costruire uno dei capisaldi  di quella fitta ragnatela che è l’ontologia del non-ancora. Se infatti nello Spirito dell’utopia il filosofo afferma la superiorità dell’etica kantiana sull’enciclopedia del mondo, additando kierkegaardianamente e negativamente Hegel come un pensatore esclusivamente sistematico e razionalista, in Soggetto-Oggetto Bloch si fa portavoce di una rivalutazione parziale del pensiero hegeliano, sceverando in esso due anime ben contraddistinte, anche se perfettamente compenetrate: da una parte avremmo una componente dialettica aperta e in divenire, causa di ogni rottura e novità e quindi del progresso dell’incedere filosofico (aspetto dialettico), dall’altra il carattere statico e circoscritto del sistema che in ultima analisi si esplica in un ritorno e in un’identificazione (seppure accresciuta) con ciò che era in partenza (carattere rammemorante): Bloch rifiuta il concetto di un’Idea che come un seme, per quanto non ancora pianta, contenga in nuce già perfettamente stabilite le parti del suo sviluppo. Per questo egli riconduce la filosofia hegeliana a tutta quella filosofia occidentale che da Talete in poi considera l’essere  (Wesen)  come essere-stato (Ge-wesenheit), cioè o come un universo cristallizzato in un tempo statico e indiveniente o come la conclusione di un processo che consiste nel recupero dell’inizio[1]. È proprio quest’ultimo caso che Bloch addita come una cattiva anamnesi poiché essa contraddice la natura dinamica della dialettica riducendola al falso e apparente divenire  di un quid che in realtà è già stabilito in partenza. Ma ad essa contrappone una buona anamnesi che, pur afferendo alla dialettica, sfugge alla sterile ciclicità della prima riconoscendo come causa del movimento un “bisogno” del finito di superare la parzialità che lo contraddistingue tendendo al tutto di cui esso si sente parte[2].

    Scrive Vattimo:

    “Per essere fedeli allo Hegel dialettico [...], bisogna intendere la presenza della totalità nel processo nell’unico modo in cui essa risulta conciliabile con la processualità della dialettica, e cioè in modo utopico; la buona anamnesi è allora la coscienza anticipante [corsivo nostro]. [...]Ammettere una presenza utopica, quindi una presenza sui generis, del tutto nelle figure fenomenologiche, nei modi finiti dello spirito, è l’unico modo, per Bloch, di salvare il vero contenuto del messaggio hegeliano, quello della dialetticità del reale”[3].

    Quindi, differentemente dallo Hegel “amnestico” e “ripetitore della tradizione filosofica occidentale”, Bloch forza il momento dialettico in direzione di una concezione del tutto che appare a sua volta esso stesso diveniente e non ancora definito[4]: solo così la nottola di Minerva, come rappresentazione della coscienza di un mondo storico già esistente e ormai del tutto divenuto, potrà finalmente spiccare il volo prima del tramonto illuminando quello non-ancora-divenuto: al carattere ciclico e conchiuso del sistema Bloch contrappone e salva soltanto l’anima dialettica del pensiero hegeliano, la “buona anamnesi” che può a ragione definirsi come coscienza anticipante[5].

    Alla fine del confronto con Kant ed Hegel, nello Spirito dell’utopia Bloch si propone  di “far folgorare Kant in Hegel”, cioè di correggere la chiusa ciclicità del sistema hegeliano con una riformulazione dell’etica kantiana che attribuisce consistenza ontologica alla tensione etica della soggettività[6]. È questa  una concezione dell’essere che, rinnegando il “cattivo infinito” del  postulato kantiano  (pur mantenedone l’anelito), incorpora in sé il cammino dell’Idea hegeliana lungo la multiforme realtà del mondo: tutto questo si fonde quindi in una proposta ontologica che crede nella realizzazione di un universo non-ancora presente ma che troverà compimento in un giorno sconosciuto ma reale della storia.

    Seguendo il percorso tracciato da questa matrice ontologica Bloch si porterà  ad una rilettura o ad una continuazione materialistica di Hegel relativamente alle quali l’unica concezione della materia in grado di giustificare tale interpretazione  è quella definita da un aristotelismo che il Nostro definisce di sinistra[7]. È questo un argomento che tratteremo soprattutto nel rapporto tra Bloch e il marxismo ma non prima di aver chiarito alcuni concetti fondamentali senza i quali ci sarebbe quasi impossibile definire questa stessa relazione.

    3) L’Eingedenken.

    Tutti gli aspetti del pensiero blochiano emersi dal confronto con Kant ed Hegel sono utili per la descrizione (che rimane comunque piuttosto problematica) dell’Eingedenken[8]. Tale termine si può preliminarmente definire come un’organo conoscitivo fondamentale della  filosofia  utopica  che scaturisce dall’intenzione del

    filosofo di delineare, sin dalla prima edizione dello Spirito dell’utopia, il progetto di una gnoseologia motorio-fantastica che (come già abbiamo riscontrato per la fantasia etica) non faccia più riferimento al modello di una razionalità di matrice cartesiana ma che si ispiri ad un pensiero simile più che altro ad un “razionalismo del cuore”, una “razionalità dell’irrazionale”: questo progetto descrive un’ontologia fondata sulla forza etico-spirituale di un soggetto disposto a scommettere sulla realizzazione di un mondo non-ancora presente.

    L’Eingedenken è “il luogo in cui i riferimenti mistico-religiosi dell’utopia diventano costitutivi di un’idea di coscienza che reca in sé, nella forma di un’intima memoria, ‘l’evidenza ultima del vero’ ”[9]: è quindi un’ “intima memoria”, una “memore coscienza”[10] che comprende in se stessa quel già incontrato focus immaginarius nel quale “il mondo comincia ad entrare nella manifestazione della speranza del futuro”(SU, 200-201). L’Eingedenken è anche l’anima di quella fantasia etica in grado di attribuire consistenza ontologica ai postulati kantiani, è insomma il terreno di quella soggettività dispersa e frantumata che vivendo nell’attimo fuggitivo “ha abbandonato l’aspirazione del soggetto trascendentale a incorporare il mondo con il suo sapere e si definisce essenzialmente in termini di intenzionalità metafisico-assoluta”[11]. Ma la traduzione dell’Eingedenken in termini di “memoria” o rimemorazione va chiarita e puntualizzata: infatti esso non assume mai il significato di “reminiscenza” o “anamnesi” nel senso precedentemente  scartato, ma al contrario una forma di “memoria” o “intenzionalità” utopica che  (contrariamente al concetto tradizionale di anamnesi)  trova nell’oblio e nello svuotamento di derivazione ascetico-mistica[12], la condizione necessaria per oltrepassare le barriere di ogni razionalità e logica precostituite. Solo dopo aver raggiunto questa soglia pre-logica dal sapore dionisiaco, l’Eingedenken si impone come la forza produttrice di significato,  capacità  di  recupero  del  senso  inadempiuto e non-ancora realizzato dell’essenza dell’uomo e delle cose. Su queste basi si comprenderà come il soggetto utopico riuscirà a superare la coltre superficiale degli effluvi sensoriali in direzione di una fruizione dell’opera d’arte come oggetto di un “volere artistico”: così recepito, il mondo diviene funzione delle aspettative e dei desideri  dell’uomo il quale troverà proprio in questi suoi sogni la forza per avere un ruolo attivo nella determinazione della realtà che lo circonda.

    Un altro aspetto importante dell’Eingedenken e direttamente connesso a tutti gli altri, è la sua capacità di scoprire la dimensione escatologica della realtà nell’elemento minimale, nel particolare, cioè in quegli aspetti del quotidiano che la razionalità imperante ritiene inessenziali alla conoscenza e quindi trascurabili. Proprio grazie a questa spiccata sensibilità per tutto ciò che appare nascosto, l’Eingedenken non si pone come uno slancio estatico verso un cielo eidetico, ma lega la sua forza propulsiva  e rivelativa proprio all’attimo vissuto, di cui l’analisi blochiana svelerà quella tenebra così ricca di significato. Tutte le categorie e quegli elementi precostituiti che nella conoscenza “motorio-fantastica” vengono tagliati dal “rasoio” dell’Eingedenken “riemerg[ono] dietro di esse come domanda che sempre si ripropone sul soggetto e sul suo essere al mondo”[13]. Come si vedrà questo domandare nasce proprio dalla capacità che l’Eingedenken ha di attivarsi quando per un caso qualcosa di particolare e di inessenziale suscita il nostro stupore, uno stupore enigmatico e per noi tutto ancora da chiarire.

    Forti di questa delucidazione e della relazione esistente tra l’Eingedenken e il processo di intenzionalità simbolica dell’arte che definiremo a proposito della tematica dello stupore e del sogno ad occhi aperti, ci permettiamo di definire a nostro modo tale organo come la sensibilità rabdomantica del soggetto utopico: l’Eingedenken è la direzione della Selbstbegegnung che si costruisce passo dopo passo soprattutto attraverso la creazione di opere d’arte che, come vedremo nel caso specifico della musica, rappresentano vere e proprie finestre sul mondo non-ancora-divenuto[14].

    Francesco De Santis


    (
    Continua…)
    (Leggi qui tutto lo speciale Ernst Bloch… il Divenire in Musica)


    [1] “L’anamnesi è la malia che, da Talete fino a Hegel, ha fuorviato ogni filosofia, nella supposizione, cioè, che tutto il nostro sapere sia rimemorazione”. E. Bloch, “Mutare il mondo…”, cit., p. 101.

    [2] Cfr. G. Vattimo, “Ernst Bloch interprete di Hegel” , in AA. VV, Incidenza di Hegel, Napoli, 1970, p. 917.

    [3] Ivi, p. 918-919.

    [4] Rispetto a Hegel, Bloch concepisce il negativo come qualcosa “che implica sempre nella negazione l’anticipazione del possibile come non ancora attuato ma non perciò impossibile”. G. Pirola, “L’oscurità dell’attimo vissuto:  seminario su Bloch” in Fenomenologia e società, 1986, (9), p. 15.

    [5] G. Vattimo, “Ernst Bloch interprete di Hegel”, cit., p. 918.

    [6] Si può qui comunque riassumere l’atteggiamento di Bloch nei confronti di Hegel con le parole di un altro scritto di Vattimo: “il sapere assoluto hegeliano non è concetto assurdo, solo che, per  ora, non esiste il ‘soggetto’ capace di possederlo”, G. Vattimo, Arte e utopia, cit., p. 38.

    [7] Per una questione di scelta dell’ordine discorsivo tratteremo l’argomento più tardi.

    [8] “Questo termine di origine antica, usato in particolare nella mistica di Eckart,[...]è uno dei più ricorrenti e tipici del vocabolario blochiano, ma perlopiù non è accompagnato da una messa in rilievo della sua specificità di funzione e di significato”. L. Boella, cit. , p. 123.

    [9] Ivi, p. 123.

    [10] Tracciando le basi della propria metafisica soggettiva, senza la quale non può esserci “alcuna possibile enciclopedia delle verità dell’amore e dello spirito”(SU, 234), Bloch palesa l’esigenza di un recupero di queste verità che esulano dai confini tracciati dalla razionalità imperante cartesiano-kantiana; pertanto – sostiene il filosofo – “il progetto di un nuovo dizionario di un giusto comprendersi diviene un dovere metafisico”. In questo disegno, “la stessa inesausta memore coscienza [Eingedenken] non si volge all’eidetica di tutte le cose incontrate ma soltanto ad approfondire ciò che viene dato come noi stessi”(SU, 239)  cioè quegli oggetti il cui avvicinamento modifica sostanzialmente il nostro essere favorendo l’incontro con il sé. (per un più dettagliato approfondimento della questione, soprattutto relativamente alla filosofia di Bergson, Husserl o Nietzsche, cfr. non solo pagina 239 dello Spirito dell’utopia ma anche le riflessioni riportate dai curatori dell’opera a nota n. 39 della stessa pagina).

    [11] L. Boella cit. , p. 124. Sull’influenza e sul rapporto dell’Eingedenken con gli studi di logica e fenomenologia rimandiamo per intero al testo succitato: qui preme soltanto riassumere la fondamentale osservazione per la quale tale organo conoscitivo appare come il complicato intreccio tra “un approccio ‘realistico’ alla logica e l’interesse, di ascendenza vitalistica, per la discrepanza tra sapere e vissuto esperienziale” (p. 118). Lara Boella si riferisce soprattutto ad E. von Hartmann e alle sue opere fondamentali Filosofia dell’inconscio (1869) e Dottrina delle categorie (1897): da esse Bloch attinge per la sua filosofia l’importantissimo principio per cui “l’elemento alogico, l’ ‘inconscio’, circonda [corsivo nostro] la coscienza, non sta al di sotto di essa e ne garantisce l’ampliamento oltre i confini della ragione discorsiva” (p., 119). Questa osservazione sarà determinante per l’elaborazione dell’intera fenomenologia della coscienza anticipante e in particolar modo nella tematica del “sogno ad occhi aperti” nella sua contrapposizione al sogno “notturno” freudiano. Sul complicato problema della composizione della filosofia utopica blochiana nella sua oscillazione tra psicologia, fenomenologia e metafisica cfr. E. Bloch, “Mutare il mondo…” in Marxismo e utopia, cit., soprattutto pp. 53-55, dove il filosofo fa esplicito riferimento a E. von Hartmann e alla parentela del suo pensiero con gli aspetti fondamentali delle filosofie di Schopenauer, Hegel e Schelling (da quest’ultimo Hartmann trae fondamentalmente spunto per la propria teoria dell’inconscio ed è più che probabile che Bloch si sia impossessato di alcuni aspetti della riflessione schellingiana proprio a partire da Hartmann).

    [12] S’intende qui una liberazione da ogni elemento conoscitivo, empirico e psicologico preesistente a tale purificazione.

    [13] L. Boella, cit. , p. 129. La studiosa continua citando un passo molto significativo dal Durch die Wüste che non possiamo non riproporre:  “L’intenzionalità verso la stella, verso una gioia, una verità dietro, contro il mondo, è l’unica salvezza per trovare ancora verità. La domanda su di noi è l’unico problema del Sé e del Noi in tutto, è in ultima analisi l’unico importante compito, risultante e idea, polo e concetto fondamentale della filosofia utopica” (ivi).

    [14] Riferendosi alla viva sensibilità che la filosofia utopica blochiana dimostra nei confronti del marginale, D. Sternberger scrive: “Appena egli mette mano a qualcosa, questa rivela d’improvviso un punto o un lato nascosto, comincia a splendere, a scintillare di attese. Come illustra un bel passo che sta in Tracce – e voglio citare quest’unico esempio -, il passo sul piroscafo: ‘In particolare, scrive, quando la nave arriva accompagnata dalla musica; allora nel kitsch … si cela qualcosa del giubilo della (possibile) resurrezione dei morti’. Non c’è in queste parole, qualcosa di vero? [...] È un vero mago, questo letterato filosofo: un rabdomante [corsivo nostro] utopico-escatologico che batte ogni terreno, e la sua bacchetta oscilla con forza”. D. Sternberger, I Maestri del ’900, cit., p. 139.

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