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    Music and Philosophy

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    Ernst Bloch… il Divenire in Musica / 21

    sabato, luglio 30th, 2011

    proprie linee melodiche. E proprio il futuro, esaminato da queste “sotto ogni aspetto e speranza”, sboccia tra le memorabili variazioni della fuga bachiana come “scrigno aperto, in una melodia infinita internamente”(SU, 66)[7].

    La melodia bachiana , soprattutto quella che risuona tra le pagine del Clavicembalo ben temperato, si rivela scritta quasi apposta per il suono limpido e argentino di strumenti ad essa futuri, come gli Stenwey dei nostri tempi e non per quello metallico e pizzicato dei clavicembali a cui era destinata.

    Per concludere, in Bach come in Mozart è ancora presente una rigorosa compostezza formale dovuta ad un sapiente gioco di equilibri delle parti: se Mozart oggettiva il lato terrestre e luciferico dell’ io leggero o piccolo attraverso la luce visibile di atteggiamenti alati e sciolti dello spirito, Bach ne oggettiva invece il lato spirituale; ma questa oggettivazione non splende, non ha luce, avviene nell’ancor profonda interiorità dello spirito protestante: essa è il preannuncio di quella potenza della speranza che solo il “voler agire cristiano” e la comunità da esso rappresentata, è in grado di rendere come concreta e effettiva realtà.

    A noi, dopo quanto ricostruito, pare che la Fuga che Bloch qui intenda sia una sorta di tappeto nel tappeto: essa è una finestra aperta sulla più avanzata dimensione dinamico-energetica, del terzo e ultimo tappeto, quello dove finalmente quest’ultima trova una piena e soddisfacente manifestazione[8].

    Ernst Bloch… il Divenire in Musica / 20

    venerdì, luglio 15th, 2011

    così il contrappunto architettonico di Bach recupera il vecchio contrappunto meccanicistico dei fiamminghi, e quello drammatico di Beethoven eleverà a nuove vette quello di Bach; interessante sarà poi osservare anche il recupero che Wagner attua nei confronti della danza e dell’incessante canticchiare.

    I tappeti, come inventario di possibilità formali, possono trovare realizzazione (ma anche trascendimento) nelle opere dei grandi soggetti musicali che nell’insieme costituiscono il già incontrato sistema segreto di relazioni. Il senso di questo cammino e della sua struttura temporalmente trasversale, non è da leggersi nell’intento di offrire una prognosi dell’evoluzione storica della musica ma nell’ottica di un “sistema del messianismo teoretico” e quindi nello sforzo di saggiare, soprattutto attraverso l’arte dei suoni, la possibilità dell’esistenza di una totalità non-ancora divenuta. In ogni tappeto vi è un aperto riferimento alla forma e alla tecnica musicale, ma questo va considerato solo in funzione di un sempre più accentuato

    Ernst Bloch… il Divenire in Musica / 19

    giovedì, giugno 30th, 2011

    “espressionistica” ha poi, come suo corollario, anche una caustica opposizione a quel ramo dell’estetica musicale ottocentesca che fa riferimento soprattutto al formalismo di Hanslick. Poiché il formalismo protende verso una concezione che guarda all’opera musicale come oggetto asemantico, artigianale e quindi priva di soggetto ed espressione, esso è diametralmente opposto al tentativo blochiano di proporre una lettura antistoricistica della storia della musica inerente ad un soggetto utopico: “un ordinamento storico basato su elementi artigianali e tecnici – scrive Bloch – non è in grado di cogliere, suo malgrado, tutto l’essenziale della storia della musica”(SU, 52). Una musica che può rappresentare soltanto la “dinamica” dei sentimenti ma non il sentimento stesso[1] non può essere rivelativa dei moti interiori del soggetto né per questo della sua più intima essenza nascosta: questa concezione certo non può essere fondativa di una storia della musica basata sull’ “incomparabile vitalità che si media sul piano individuale”(ivi). Ciò non equivale a vedere in ogni musicista una monade priva di relazioni: le intenzioni del filosofo non mirano alla costruzione di una storia della musica solipsistica, dipinta a ritratti individuali, ma ad un cammino che illustri i momenti dell’incontro con il Sé; “la determinatezza geniale” di ogni musicista diventa elemento necessario di un “diapason canonico sovrastorico” in cui “le grandi individualità diventano categorie e

    Ernst Bloch… il Divenire in Musica / 17

    lunedì, maggio 30th, 2011

    la natura del simbolo musicale è autopresentazionale, non consumata, “il simbolo musicale è ‘iridescente’, il suo significato è implicito ma mai convenzionalmente fissato: il suo riferimento non è mai implicito e predeterminato. Il simbolo musicale, dunque, si autopresenta: lo godiamo per se stesso e non si esaurisce in alcun riferimento esterno a se stesso” [9].

    Ma, nella filosofia blochiana, l’iridescenza o la tautologia[10] in cui l’autonomo significato simbolico di un’opera musicale si identifica con la sua valenza utopica, cioè con la capacità che questa ha di prefigurare il mondo non-ancora-divenuto.

    Difatti, il discorso sul valore simbolico della musica fin qui accennato può trovare un’introduzione in quelle pagine del Principio speranza in cui il filosofo provenendo dalla tematizzazione del possibile obiettivo-reale, approda alla tematica del simbolo e ci permette di connotare più precisamente il senso di quell’universale iridescenza del “significare musicale” a partire dalla filosofia utopica. Il riferimento ad un simile dinamismo della materia è un terreno ideale per introdurre e fondare tutti i sogni ad occhi aperti o le diverse forme di utopie che di sfuggita abbiamo precedentemente illustrato: la potenzialità obiettivo-reale della materia appare “riflessa – scrive appunto Bloch – in quasi tutte le utopie sociali in maniera più o meno astratta” e “psichicamente si mostra come immagine di desiderio rivolta in avanti, moralmente come ideale umano, esteticamente come simbolo obiettivo-naturale”(PS, 279). Così si apprende che “la torre, la primavera, le brezze serotine del Figaro di Mozart [...] e in generale tutti i simboli del sublime”(PS, 281) hanno un contenuto simbolico che “si trova ancora distante dalla sua piena manifestazione”(ivi). È chiarito qui il senso di quell’autopresentazionalità su cui la Langer – e non solo lei – ha tanto parlato. In Bloch il senso di una non-rimandatività del simbolo musicale è in realtà fittizio,

    Ernst Bloch… il Divenire in Musica / 16

    domenica, maggio 15th, 2011

    Ora non è difficile ritrovare una rilettura di questo sovvertimento del razionale nella filosofia utopica: infatti l’oscurità dell’attimo vissuto ci viene descritto come una dimensione vicina all’ossimoro nella quale la verità, cioè l’utopico, si dà e non si dà al tempo stesso. È quindi nella tenebra di quella “prossimità che ci fa ciechi” che l’antico dissidio tra finito e infinito troverebbe espressione in un continuo gioco di ombre e di luci che, pur trovando un’adeguata rappresentazione simbolica nell’opera d’arte, attesterebbe che in essa “l’infinito, cioè la verità, è nel finito, [...] ma nello stesso tempo ne differisce e lo trascende infinitamente, tant’è vero che le forme si generano dalle forme in una produzione vertiginosa continuamente volta all’autodistruzione”[6].

    Cos’è infatti l’Eingedenken se non un particolare “senso” del soggetto utopico in grado di credere e conferire consistenza ontologica ai postulati kantiani o di scorgere la verità in particolari del tutto trascurabili? Non è anche la forza etica di credere veramente che nella prima goccia di un temporale sia in realtà celato il significato criptato dell’assoluto? È proprio questa sensibilità rabdomantica ad innescare l’intenzionalità utopico-simbolica della fantasia oggettiva dando vita ad un processo sovversivo che trascende i principi basilari delaa visione razionalistica del mondo, riuscendo a capovolgere i particolari banali in un’universalità non ancora del tutto comprensibile ma almeno intravedibile[7].

    Ernst Bloch… il Divenire in Musica / 15

    sabato, aprile 30th, 2011

    esperienza finora divenuta”(PS, 371). Anch’esso è una struttura autonoma e dinamica significante qualcosa che non è conscio: ma se il sogno notturno è espressione di qualcosa che è stata rimossa in seguito ad un trauma o ad una proibizione nella realtà della veglia e che si riattiva nel sonno grazie all’allentarsi dei freni inibitori, il sogno ad occhi aperti, pur avendo relazione con la pulsione somatica,

    “inizia liberamente, ed è controllabile nel suo itinerario; [...]Il desiderio” di cui si sostanzia “non tende a un oggetto presente nell’esteriore, di cui manca interiormente, per riempire il vuoto. Si tratta invece di un eccedenza del desiderio al dato esteriore, che derealizza. [...]Esso è più aldilà del dato presente,[...] in forza di un’eccedenza del desiderio rispetto al dato”[4].

    Ma meglio di qualsiasi suo interprete Bloch scrive a riguardo: “Il contenuto del sogno notturno è nascosto e contraffatto, il contenuto della fantasia diurna è aperto, estroverso nel suo fabulizzare, anticipante, e il suo aspetto latente è davanti ” (PS, 117-118). E ancora: “Il sogno notturno si muove nel dimenticato ,nel rimosso, il sogno diurno in quello che non è assolutamente mai stato ancora sperimentato come presente”(ivi) [5]. Bloch dunque critica la psicanalisi freudiana anche per aver dato, nella tematica del desiderio, troppa importanza alle pulsioni sessuali: egli piuttosto vedrebbe nella fame una tra le più importanti spinte del desiderio e della speranza perché porterebbe l’uomo a prendere consapevolezza delle proprie mancanze inducendolo all’immaginazione di un mondo migliore e ad ogni tipo di azione mirata ad una sua eventuale realizzazione. Ma come il Nostro mutua la categoria interpretativa del sogno dalla psicanalisi freudiana, così si porta ad estendere la sua analisi dalla dimensione terapeutica a quella delle manifestazioni culturali dell’uomo: ciò gli consente, da una parte, di collegare l’utopia all’inconscio e, dall’altra, di rappresentare il sogno come “espressione onirica di un contenuto che ne permette l’interpretazione”[6].

    Ernst Bloch… il Divenire in Musica / 14

    venerdì, aprile 15th, 2011

    4) L’oscurità dell’attimo vissuto: lo stupore come finestra sul non-ancora.

    La prima parte dello Spirito dell’utopia si conclude mettendo a fuoco due concetti piuttosto complessi che nella loro interazione sono collegati dalla categoria del non-ancora: si tratta dell’oscurità dell’attimo vissuto e del sapere non-ancora-conscio (quest’ultimo unito strettamente al concetto del non-ancora-divenuto). L’oscurità dell’attimo vissuto è uno dei punti fondamentali della speculazione blochiana e una delle chiavi di accesso più preziose per la comprensione dell’ontologia del non ancora: con tale espressione il filosofo (che già aveva esposto il problema parlando dell’autoestraneazione) vuole spiegare che nell’hic et nunc l’uomo non è mai perfettamente presente a se stesso[1].

    Ernst Bloch… il Divenire in Musica / 13

    venerdì, aprile 1st, 2011

    me un’organo conoscitivo fondamentale della filosofia utopica che scaturisce dall’intenzione del

    filosofo di delineare, sin dalla prima edizione dello Spirito dell’utopia, il progetto di una gnoseologia motorio-fantastica che (come già abbiamo riscontrato per la fantasia etica) non faccia più riferimento al modello di una razionalità di matrice cartesiana ma che si ispiri ad un pensiero simile più che altro ad un “razionalismo del cuore”, una “razionalità dell’irrazionale”: questo progetto descrive un’ontologia fondata sulla forza etico-spirituale di un soggetto disposto a scommettere sulla realizzazione di un mondo non-ancora presente.

    L’Eingedenken è “il luogo in cui i riferimenti mistico-religiosi dell’utopia diventano costitutivi di un’idea di coscienza che reca in sé, nella forma di un’intima memoria, ‘l’evidenza ultima del vero’ ”[9]: è quindi un’ “intima memoria”, una “memore coscienza”[10] che comprende in se stessa quel già incontrato focus immaginarius nel quale “il mondo comincia ad entrare nella manifestazione della speranza del fut

    Ernst Bloch… il Divenire in Musica / 12

    mercoledì, marzo 16th, 2011

    lle categorie e di tutti gli altri momenti conoscitivi indicati da Kant[4]. Non distinguendo più tra l’io unificatore della conoscenza teoretica e l’io etico della realtà pratica egli invoca una fantasia etica che superi lo spartiacque kantiano tra sensibilità e libertà:

    essa “non è arbitrarietà soggettiva ma è la vera cosa in sé, è fantasia oggettiva. [...] Ha il compito di riunire quello che Kant ha separato, l’intelletto limitato e universalmente vincolante con l’atto della libertà senza ricadere in una filosofia della vita o in una negazione del soggetto tipica della società dello scambio e senza pretendere dall’imperativo categorico un’universalità che ci riporterebbe alla riconciliazione con il mondo esistente [...]”[5].

    La nozione di fantasia oggettiva concretizza il tentativo blochiano di una gnoseologia relativa a contenuti alogici e irrazionali. Essa permette al filosofo di oltrepassare i divieti della dialettica trascendentale kantiana in nome di una “esperienza del soggetto che, invece di togliere valore alla realtà, aprendo un baratro invalicabile tra sé e il mondo esterno, ritrova negli oggetti, o meglio nelle forme pure o evidenti delle cose, la stessa tensione tra realtà e ideale tra finito e infinito che lo anima “[6]. Essa fa direttamente riferimento a quella speranza che “rende parziali verso i pensieri costruiti anche se non giustificabili”(SU, 200), e tale parzialità si rivela come il desiderio o la forza nel convincersi che essi possano essere veri, dice a proposito Bloch:

    Ernst Bloch… il Divenire in Musica / 11

    lunedì, febbraio 28th, 2011

    Ora il discorso di Bloch riprende a modo proprio anche la generale polemica del contenuto di verità delle scienze dello spirito contro la presunzione dogmatica e positivistica delle scienze della natura che giungono a ridurre l’essere stesso della scienza ad un suo discorrere su di essa. Per la vita dell’uomo tutto questo appare di fondamentale importanza se si comprende soprattutto che “il legame sociale di classe e la validità oggettiva della conoscenza teoretica non sono in contraddizione e non si escludono reciprocamente ma si implicano necessariamente e sono indissolubilmente connessi”[1]. Ogni tipo di fondazione teoretica del sapere ha infatti come inevitabile correlato oggettivo un determinato esercizio pratico del potere e dell’agire politico, ed un estensione della verità scientifica alla sfera dello spirito conduce ad una generale reificazione dell’uomo e di tutte le sue manfestazioni.

    Non a caso, criticando proprio questo pericolo e nello scopo di fornire un adeguato ruolo alla soggettività, nell’Intenzione dello Spirito dell’utopia Bloch lamenta palesemente la mancanza nell’uomo di uno sguardo onnicomprensivo[2], di una coscienza universale che abbia il potere di unificare tutti gli aspetti della realtà che ci circondano. Bloch appare però convinto che nel suo libro emerga

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