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	<title>Musical Words - Blog di Musica * Arte * Lettere &#187; Books</title>
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		<title>Il Vampiro&#8230; (una) Storia Vera.</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Jun 2011 23:01:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Lettere</dc:creator>
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		<description><![CDATA[
IL VAMPIRO. STORIA VERA
A cura di Antonio Daniele
ISBN 978-88-97231-01-1
240 pp. – € 13,00

Il Vampiro. Storia Vera di Franco Mistrali è il primo romanzo di vampiri della letteratura italiana. Scritto nel 1869, ha anticipato di trent&#8217;anni il Dracula di Bram Stoker senza tuttavia ottenere un successo considerevole, rimanendo praticamente semisconosciuto. Oggi, grazie alla Keres Edizioni, è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" src="http://keresedizioni.com/wp-content/uploads/2010/10/ilvampiro.jpg" alt="" width="200" height="279" /></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://keresedizioni.com/catalogo/il-vampiro-storia-vera/" target="_blank"><strong>IL VAMPIRO. STORIA VERA</strong></a><br />
A cura di <strong>Antonio Daniele</strong><br />
ISBN 978-88-97231-01-1<br />
240 pp. – € 13,00</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Il Vampiro. Storia Vera</em></strong> di Franco Mistrali è il primo romanzo di vampiri della letteratura italiana. Scritto nel 1869, ha anticipato di trent&#8217;anni il <em>Dracula</em> di Bram Stoker senza tuttavia ottenere un successo considerevole, rimanendo praticamente semisconosciuto. Oggi, grazie alla <a href="http://keresedizioni.com/" target="_blank"><strong>Keres Edizioni</strong></a>, è possibile rileggere, riscoprire ed apprezzare questa opera destinata non solo agli amanti del genere &#8220;vampiresco&#8221;, ma a tutti coloro i quali amano le storie intriganti o che, semplicemente, hanno il desiderio di approfondire una tipologia di romanzo piuttosto trascurata in Italia.</p>
<p style="text-align: justify;"><p><a href="http://www.musicalwords.it/2011/06/20/il-vampiro-storia-vera/"><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>MusicalWords.it</strong> ha incontrato per voi Antonio Daniele, uno dei responsabili della Keres, il quale ha curato questa nuova edizione del libro. Svelandoci il retroterra culturale di cui <em>Il Vampiro</em> si nutre, questo ragazzo dai modi cordiali ha sottolineato l&#8217;importanza del genere fantastico non solo nell&#8217;ambito della letteratura internazionale, grazie ai contribuiti di personaggi illustri come Hoffmann, Goethe e Byron, ma anche in quello italiano. La missione della Keres è rivalutare questo genere letterario spesso penalizzato: il catalogo, che progressivamente si va definendo, assurge ad una funzione storica precisa, ossia riportare in auge questo aspetto spesso trascurato della cultura italiana perché considerato pregiudizialmente minoritario.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Federico Preziosi</strong></p>
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		<title>Angelo Tonelli&#8230; e le parole dei sapienti!</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Feb 2011 09:31:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Lettere</dc:creator>
				<category><![CDATA[Authors]]></category>
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		<category><![CDATA[Facoltà di Lettere e Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Musical Words]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Bertini]]></category>

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		<description><![CDATA[angelo tonelli, parole dei sapienti, feltrinelli]]></description>
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		<title>Paradisi Ambigui&#8230;</title>
		<link>http://www.musicalwords.it/2010/09/21/paradisi-ambigui-antonio-zollino-paolo-bertini-musicalwords/</link>
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		<pubDate>Mon, 20 Sep 2010 23:01:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Lettere</dc:creator>
				<category><![CDATA[Books]]></category>
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		<category><![CDATA[Musical Words]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Bertini]]></category>

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		<description><![CDATA[merosi anni di lavoro appassionati ma decisamente faticosi, risulta  felice innanzitutto per la struttura chiara e lineare in cui però si inseriscono ricerche citazioni note abbondanti e meticolosamente elaborate: insomma un incontro  -  da parte dell’autore  - tra il piacere della lettura e la ricerca accademica nel senso migliore del termine.

I saggi più corposi  -  spesso dedicati al confronto tra Montale e D’Annunzio, o comunque tra Montale e la grande letteratura italiana ed europea  -  costituiscono approfondimenti indispensabili di spunti gettati da altri, oppure revisioni di spunti sottovalutati o di veri e propri errori di contestualizzazione e interpretazione. Varie sono  -  in entrambi i casi  - le qualità che l’operazione rivela: si fanno innanzitutto nuove “scoperte” su precedenti biografici e letterari al riguardo di oggetti “montaliani” (il cannocchiale, il ventaglio…); si allarga poi con decisione lo sguardo su modelli e letture  del mondo classico, umanistico (fondamentale la scoperta di un retroterra con sicurezza attribuibile al Poliziano), italiane “minori” e straniere. Un punto di forza su cui giustamente si insiste è il superamento delle interpretazioni di Montale in alternativa tra esploratore dei nuovi  modi anglisti della poesia, o erede diretto della grande tradizione italica post-dannunziana. Piacevole sorpresa per il lettore lontano dall’asfissia dei blasoni universitari la sottolineatura del valore umano ed umanitario del poeta (si vedano soprattutto le pp. 96 – 100).

Ne nasce una riorganizzazione più attenta del gioco  mito  -  letterarietà  -  fatti concreti, sui quali vince certo la letteratura, ma nel senso del grande thesaurus culturale in cui siamo chiamati a confrontarci come uomini, nei modelli che accettiamo o rifiutiamo, e in quelli che proponiamo.

Torniamo sui saggi più corposi e in un certo senso più accademici del volume, cioè i secondi cinque, e in particolare il primo fra essi: il riferimento dannunziano è qui continuo ed esplicito e riguarda tutte le raccolte montaliane; è possibile così proporre non solo una cronologia dell’intensità per il rapporto Montale  -  D’Annunzio, ma anche una funzione di tale rapporto, che dopo aver fornito i “geni tutelari” a sostegno della poesia nel tragico momento finale della guerra (“40 – “43, con punte che si protraggono fino al “47) subisce una rarefazione se non un abbandono corrispondente al distacco tanto dalla musa amata (Clizia) quanto da tutta la letteratura post-simbolista. Per questo è quindi lodevole che nel saggio successivo (Il riferimento dannunziano da Satura ad Altri versi, pp. 183 – 218) la discontinuità montaliana rispetto alle prime raccolte non impedisca un confronto continuo con D’Annunzio: non a caso la presenza di questi nel “quasi – ultimo” Montale ironico è posta sapientemente in parallelo con le citazioni di metalli e pietre preziose, che preludono da correlativi oggettivi al guizzo finale con cui il poeta ligure affida ancora alla poesia la dignità di “voce in capitolo” in questo mondo e nella società umana.

Ancora, nel terz’ultimo saggio (Montale paradisiaco, pp. 219 – 254) ci si occupa della maggiore o minore incidenza del Poema Paradisiaco nelle varie raccolte montal]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>I Paradisi Ambigui</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Antonio Zollino, </strong><em><strong>I paradisi ambigui. Saggi su musica e tradizione nell’opera di Montale.</strong> </em>Edizioni Il Foglio, Piombino, Febbraio 2009, II; pp. 337.</p>
<p>Il titolo del libro ripete quello dell’ultimo dei dieci saggi che lo compongono, ma la musica   -  pur in modo non sempre diretto e in quantità non sempre preponderante  &#8211; fa capolino in ogni sezione dell’opera: allusioni a libretti musicali, versi che ricordano frasi d’opera o melodie, “occasioni” vissute con gli amici in <img class="alignnone" src="http://www.arthenaweb.org/system/files/imagecache/article/root/iparadisiambigui.jpg" alt="" width="254" height="360" />cui il canto diventava il centro dell’attenzione, oppure vere e proprie recensioni di rappresentazioni operistiche (attività che, come è noto, Montale praticò nel suo mestiere giornalistico, e non solo  per diletto).</p>
<p style="text-align: justify;">La pubblicazione, frutto di numerosi anni di lavoro appassionati ma decisamente faticosi, risulta  felice innanzitutto per la struttura chiara e lineare in cui però si inseriscono ricerche citazioni note abbondanti e meticolosamente elaborate: insomma un incontro  -  da parte dell’autore  &#8211; tra il piacere della lettura e la ricerca accademica nel senso migliore del termine.</p>
<p style="text-align: justify;">I saggi più corposi  -  spesso dedicati al confronto tra Montale e D’Annunzio, o comunque tra Montale e la grande letteratura italiana ed europea  -  costituiscono approfondimenti indispensabili di spunti gettati da altri, oppure revisioni di spunti sottovalutati o di veri e propri errori di contestualizzazione e interpretazione. Varie sono  -  in entrambi i casi  &#8211; le qualità che l’operazione rivela: si fanno innanzitutto nuove “scoperte” su precedenti biografici e letterari al riguardo di oggetti “montaliani” (il cannocchiale, il ventaglio…); si allarga poi con decisione lo sguardo su modelli e letture  del mondo classico, umanistico (fondamentale la scoperta di un retroterra con sicurezza attribuibile al Poliziano), italiane “minori” e straniere. Un punto di forza su cui giustamente si insiste è il superamento delle interpretazioni di Montale in alternativa tra esploratore dei nuovi  modi anglisti della poesia, o erede diretto della grande tradizione italica post-dannunziana. Piacevole sorpresa per il lettore lontano dall’asfissia dei blasoni universitari la sottolineatura del valore umano ed umanitario del poeta (si vedano soprattutto le pp. 96 – 100).</p>
<p style="text-align: justify;">Ne nasce una riorganizzazione più attenta del gioco  <em>mito  -  letterarietà  -  fatti concreti</em>, sui quali vince certo la letteratura, ma nel senso del grande <em>thesaurus</em> culturale in cui siamo chiamati a confrontarci come uomini, nei modelli che accettiamo o rifiutiamo, e in quelli che proponiamo.</p>
<p style="text-align: justify;">Torniamo sui saggi più corposi e in un certo senso più accademici del volume, cioè i secondi cinque, e in particolare il primo fra essi: il riferimento dannunziano è qui continuo ed esplicito e riguarda tutte le raccolte montaliane; è possibile così proporre non solo una cronologia dell’intensità per il<span id="more-1009"></span> rapporto Montale  -  D’Annunzio, ma anche una funzione di tale rapporto, che dopo aver fornito i “geni tutelari” a sostegno della poesia nel tragico momento finale della guerra (“40 – “43, con punte che si protraggono fino al “47) subisce una rarefazione se non un abbandono corrispondente al distacco tanto dalla musa amata (Clizia) quanto da tutta la letteratura post-simbolista. Per questo è quindi lodevole che nel saggio successivo (<em>Il riferimento dannunziano da </em>Satura<em> ad </em>Altri versi, pp. 183 – 218) la discontinuità montaliana rispetto alle prime raccolte non impedisca un confronto continuo con D’Annunzio: non a caso la presenza di questi nel “quasi – ultimo” Montale ironico è posta sapientemente in parallelo con le citazioni di metalli e pietre preziose, che preludono da correlativi oggettivi al guizzo finale con cui il poeta ligure affida ancora alla poesia la dignità di “voce in capitolo” in questo mondo e nella società umana.</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora, nel terz’ultimo saggio (<em>Montale paradisiaco</em>, pp. 219 – 254) ci si occupa della maggiore o minore incidenza del <em>Poema Paradisiaco</em> nelle varie raccolte montaliane, con la scoperta convincente di tralasciati andirivieni; ed è un impegno che riguarda certo  -  in primis  &#8211; l’arte allusiva e il gioco letterario, ma non rinuncia a notazioni sull’umanità insita in entrambi i poeti.</p>
<p style="text-align: justify;">Più breve il penultimo saggio (<em>Un’altra nota per </em>il sabià<em> di Montale</em>, pp.255 – 266) che abbandona l’impegno dannunziano ed approfondisce con  grande attenzione i rapporti fra la poesia di Montale e il fascino del sabià, una sorta di passero sudamericano largamente presente in testi portoghesi e brasiliani conosciuti dal poeta.</p>
<p style="text-align: justify;">Come abbiamo detto, è il saggio conclusivo (pp. 267 – 323) a fornire il titolo al libro. E’ ben noto l’interesse di Montale per la musica, soprattutto quella lirica, e giustamente Zollino vi ritorna con citazioni e aneddoti noti e “scoperte” (o quasi) più rare e gustose.  Qui  -  a parte l’impegno e la serietà dell’autore, costanti in tutti gli ambiti della ricerca  -  ci troviamo ad un livello più alto: la bibliografia ricchissima, il discorso agile, la novità di certi aggiornamenti risultano davvero assai pregevoli . La musica è il centro tanto della parola poetica montaliana, quanto delle riflessioni del poeta sulla vita, la singola sua e quella dell’uomo. L’aspetto metafisico della musica, la sua possibilità di indicare  -  per Montale  -  un’altra via all’esistenza umana, sono ciò che più attrae nella ricerca di Zollino, ma questo interesse non impedisce di trattare, con competenza e simpatia gustosa al tempo stesso, l’atteggiamento auto-ironico di Montale sulla musica stessa, le sue lodi della “cattiva musica”, ben dimostrata ora in versi ora in saggi importanti quanto sottovalutati.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed è questa  -  se non sbaglio  -  a parere di Zollino e anche di chi scrive, la vera cifra di Montale: l’incontro tra una cultura effettivamente profonda e intollerante della volgarità, e un senso della comicità mediana della vita,  caratteristiche che sanno apprezzare e ricollocare tanto il classico quanto la musica leggera, tanto la cartapesta quanto la sublimità dell’opera lirica, i segreti inviolabili dei grandi autori accanto agli incontrovertibili successi di pubblico, liberandoci dai cialtroni troppo intellettualoidi e dagli analfabeti violentatori. E’ sempre, anche nella forma, il messaggio che conta: il messaggio del cuore di chi propone, e dell’accoglienza di chi riceve, senza precostituiti immotivati blasoni.</p>
<p style="text-align: justify;">A tale proposito, un parallelo tra il poeta studiato e lo studioso autore di questo libro, non mi pare azzardato.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Paolo Bertini</strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Identità..</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Feb 2010 23:01:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Lettere</dc:creator>
				<category><![CDATA[Books]]></category>
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		<description><![CDATA[I volti diversi dell&#8217;identità:
&#8220;L&#8217;identità italiana ed europea tra sette e ottocento&#8221; (AA.VV. &#8211; a cura di A.Ascenzi ed L. Melosi,Leo S. Olschki editore, XIV + 184 pagine con cinque immagini BN in testo, Perugia 2008)

Ci siamo appena ripresi (e non del tutto) dalle scioccaggini dei preamboli su &#8220;carta&#8221;, che violentavano a proprio uso e consumo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>I volti diversi dell&#8217;identità:</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>&#8220;L&#8217;identità italiana ed europea tra sette e ottocento&#8221; (AA.VV. &#8211; a cura di A.Ascenzi ed L. Melosi,</strong><strong>Leo S. Olschki editore, XIV + 184 pagine con cinque immagini BN in testo, Perugia 2008)</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong></strong><br />
<img src="http://img2.libreriauniversitaria.it/BIT/733/9788822257338g.jpg" alt="" width="200" height="287" />Ci siamo appena ripresi (e non del tutto) dalle scioccaggini dei preamboli su &#8220;carta&#8221;, che violentavano a proprio uso e consumo idee nate 2500-2000 anni fa, senza riconoscere ciò che &#8211; filtrato appunto da quel numero di anni fatti di uomini in carne ed ossa &#8211; <em>re vera </em>di tali culture in Europa rimane: ci consoliamo con buone ricerche come queste, le quali non scacciano o tirano a sé niente per forza, ma vanno su ciò che conta per la gente, agiata e non: scuola, teatro, musica, comunicazione visiva come sedi di identità italiana ed europea.<br />
Il libro in oggetto offre l&#8217;introduzione di Amedeo Quondam, che pone il problema con acume e chiarezza: una serie di scontri e situazioni irrisolte (la questione cattolica, la &#8220;Controriforma&#8221;, il giudizio manzoniano sui secoli spagnoli, etc.) colloca l&#8217;idea di unità italiana, e la sua posizione rispetto all&#8217;identità europea, in modo atipico in confronto agli altri paesi: tutto ciò che dal ‘500 in poi fu &#8220;corte&#8221; e &#8220;forma&#8221; e religiosità e folklore è stato sottovalutato nella ricerca di apporti al tema identitario. Per questo i saggi del libro &#8211; tutti in qualche modo professionalmente storici &#8211; sono dedicati con esclusione del primo ad aspetti culturali, artistici o antropologici.<br />
Nel primo caso, dicevamo,  si fa storia non solo seriamente, ma anche in senso &#8220;stretto&#8221;: si tratta però del ricordo &#8211; ricco di preziose informazioni e tutt&#8217;altro che aggiuntivo &#8211; del grande storico Cesare Mozzarelli, ad opera di Roberto Sani. L&#8217; intervento viene a costituire come una seconda fruttuosa introduzione ai saggi, poiché Mozzarelli &#8211; laureato e poi docente alla Cattolica di Milano, oltre che in vari prestigiosi atenei d&#8217;Italia &#8211; dedicò la sua feconda produzione principalmente all&#8217;Antico Regime, al XVII secolo, alle corti italiane, in una visione complessa e innovativa di tali interessanti fenomeni, superando &#8220;parole d&#8217;ordine&#8221; lecite ma certo abusate e sclerotizzate.<br />
Nel terzo intervento (&#8220;La riforma della tragedia nel ‘700&#8243;), Giovanna Zanlonghi mostra con dovizia di prove la forte influenza e prepotenza del comico in Italia alle soglie del ‘700, prima di affrontare il nodo della riforma teatrale. Da qui in poi si agì sull&#8217;intento di procurarsi un teatro &#8220;alto&#8221;, educativo nei contenuti, ma anche sull&#8217;esplicita consapevolezza da parte dei settecenteschi che la recita ha tale impatto, sia sui colti che sui popolani, da non poter più seguire la pagina o il pensiero o le regole come fosse una loro pura appendice. Ai teorici e agli scrittori si affiancano gli attori, i capicomico impresari, riscoprendo finalmente anche in Italia ciò che era nella Roma di Plauto e nella Londra di Shakespeare.<span id="more-519"></span></p>
<p style="text-align: justify;">&#8230;vive l&#8217;esperienza del teatro quale momento qualificante della riforma intellettuale, morale, culturale del costume avviata in Italia già alla fine del ‘600  (p. 31)</p>
<p style="text-align: justify;">Si individua il periodo 1710 &#8211; 1732 come il più attivo per la mediazione fra gli autori / attori (Goldoni!) e gli scrittori e i teorici; si riferisce delle critiche, degli allestimenti, dei successi di varie prove teatrali su testi tragici (&#8220;Rodoguna&#8221;, &#8220;Merope&#8221;, &#8220;Telefonte&#8221;, &#8220;Sofonisba&#8221;) arretrando &#8211; come si vede dai titoli &#8211;  fino al ‘500; si fonda così un&#8217;attività identitaria del teatro &#8220;serio&#8221; italiano per il pubblico, aspetto che è il fine della ricerca in questa pubblicazione.<br />
E&#8217; su tale linea che lo studio si chiude in tre paragrafi sul teatro dell&#8217;Alfieri a contatto con la recitazione, sul fenomeno delle traduzioni teatrali, e sul progetto della &#8220;Biblioteca Teatrale Italiana&#8221; curato dal Diodati fra il 1762 e il 1765, prima di cinque belle immagini d&#8217;epoca nel testo, di una &#8220;Appendice Documentaria&#8221; e di una ordinata bibliografia.<br />
Sobrio e schietto appare lo studio &#8220;La costruzione dell&#8217;identità nazionale attraverso i manuali di storia dell&#8217; ottocento&#8221;, di Anna Ascenzi, che è anche insieme a Laura Melosi curatrice di tutto il volume. I manuali post-unitari italiani furono, nei primi anni, o traduzioni di manuali francesi, o presentazione di biografie di personaggi famosi corredate da un compendio storico. In quest&#8217;ultimo caso ebbero impostazione fortemente moderata, volta a criticare la Rivoluzione Francese in parallelo ai moti carbonari pre-unitari, e a ridimensionare le figure di Garibaldi e Mazzini a favore della monarchia sabauda. Voce &#8220;fuori dal coro&#8221; fu quella di don Giovanni Bosco, autore di una &#8220;Storia d&#8217;Italia raccontata alla gioventù dai suoi primi abitatori ai giorni nostri&#8221;, opera ritoccata tre volte per otto edizioni dal 1855 al 1873, la cui impostazione fu decisamente neoguelfa, e ovviamente religiosa, atta ad individuare nel papato la vera forza identitaria dell&#8217;Italia Unita, sorvolando sui fatti seguenti al &#8220;48 e tacendo su quelli successivi all&#8217;Unità stessa.<br />
Il vento cambia con la Sinistra depretisiana (1865-1880): si assiste innanzitutto a una maggiore produzione di manuali e atlanti, molti composti dai docenti, e alcuni pensati apposta per la realtà meridionale. Dal punto di vista dell&#8217;interpretazione storica, ovviamente si inverte la tendenza sopra descritta, nella ricerca di un&#8217;identità laica nazionale che paga però il suo scotto tramite la nascita della ben nota &#8220;mitologia risorgimentale&#8221;; è in questo ambito che assistiamo all&#8217;estensione, in misura sovrabbondante, di espressioni religiose quali &#8220;martiri, testimonianza, redenzione della patria, principi santi, martirologio&#8221;, dedicate a personaggi del Risorgimento.<br />
Notevole anche l&#8217;apparire, tutt&#8217;altro che raro, di opere educative per fanciulle, basate su esempi concreti al fine di incentivare lo spirito di sacrificio e la dedizione alla famiglia.<br />
Lo studio si chiude con un capitoletto dedicato alla morte di Vittorio Emanuele II (1878): tale evento infatti produsse un proliferare di biografie per le giovani generazioni, il cui fine era quello di rinsaldare l&#8217;identità nazionale, individuando nel re savoiardo il testimone di essa; intelligentemente l&#8217;Ascenzi fa notare come lo stile di tali scritti fu tratto quasi direttamente dalla agiografia cattolica; fenomeno parallelo &#8211; aggiunge chi scrive &#8211; a  quanto accadde nel medioevo, quando le vite dei santi offrirono tracce e spunti alle gesta dei cavalieri delle chanson.<br />
Anche al termine di tale saggio la bibliografia appare ricca e porta in modo efficace.<br />
Un capolavoro di equilibrio e ricerca meticolosa da un lato, provocazione fruttuosa dall&#8217;altro, è lo studio di M.Dardano &#8220;Sulla linguistica di Manzoni: i rapporti con i gramairiens philosophes&#8221;, che usufruisce dell&#8217;edizione critica del trattato manzoniano, purtroppo incompiuto, &#8220;Della lingua italiana&#8221;, finalmente disponibile dal 1974 (con un approfondimento del 2000) grazie ad Angelo Stella in collaborazione con L.Poma prima e M.Vitale poi.<br />
Lo studio di Dardano si propone di mostrare la natura per un verso religiosa (una religiosità dettata dalla logica, però) e per un altro illuminista, delle posizioni teoriche manzoniane sulla lingua in genere, che lo scrittore non approfondì fino in fondo a causa del suo impegno in letteratura e nella cosiddetta &#8220;questione della lingua&#8221;.<br />
Nella prima parte Dardano, bypassando motivatamente ed esplicitamente l&#8217; asfittica polemica Manzoni/Ascoli, fa piazza pulita di frettolosi paralleli fra le posizioni manzoniane e il rinnovamento strutturale saussuriano (arbitrarietà del segno, influsso del linguaggio sul pensiero, etc.), rivelando come unica vera forte vicinanza tra l&#8217; ‘800 manzoniano e il ‘900 strutturalista la consapevolezza che una cosa è la linguistica, soprattutto storica, un&#8217;altra sono l&#8217;uso e il parlante concreto in &#8220;presa diretta&#8221;.<br />
Nella seconda parte, su tali presupposti Dardano fonda la sua analisi del concetto di &#8220;analogico&#8221; nelle somiglianze e nelle differenze fra gli illuministi &#8220;grammairiens&#8221; e Manzoni, soprattutto fra quest&#8217;ultimo e Condillac. Il discrimine sta nel credere a un parallelo assoluto fra uso analogico di parole e di idee (Condillac) oppure no (Manzoni); ma tale tema offre lo spunto per rilevare come l&#8217;argomentazione e soprattutto l&#8217;uso dei termini linguistici di Manzoni (&#8220;circostanza&#8221;, &#8220;analisi&#8221;, &#8220;complesso&#8221;, etc., e più di tutti &#8220;idee principali&#8221; ~ &#8220;idee accessorie&#8221;) siano fortemente debitori della terminologia e dell&#8217;impostazione illuminista francese.<br />
Insomma un Manzoni paladino a tutti i costi dell&#8217;uso e del &#8220;parlante storico&#8221;hic et nunc&#8221;"; in questo, a parere di chi scrive, Dardano ha pienamente ragione e le sue argomentazioni sono probanti, non ultima il ricordo del Manzoni che si fa beffe della storiella sui due ragazzi sopravvissuti al Diluvio Universale che riprendono a parlare a gesti; storiellina sostenuta dal Condillac e da altri, di cui Dardano difende le intenzioni semiotiche, gnoseologiche e psicologiche, tutt&#8217;altro che infantilmente storiche. Al di là di tale polemica, comunque, lo studio del Dardano(dotato di una bibliografia tanto nobile quanto sobria) pone inequivocabilmente in contatto le idee di un devoto convertito cattolico innamorato del linguaggio in azione con i presupposti illuministi più laici e strutturali che si possano immaginare: meditate, gente, meditate&#8230;<br />
Se nei primi due terzi della pubblicazione si privilegiano la storiografia, la scuola, il teatro operante e la linguistica, nella parte rimanente ci si sposta su pittura, religiosità, musica. In &#8220;La ritrattistica lombarda da fine seicento a primo ottocento&#8221;, Andrea Spiriti, con una prosa fin troppo serrata e contenuti rapidi, ma aggiornati, si sofferma sulle ipotesi critiche più interessanti dedicate al ritratto lombardo del ‘600 e ‘700, soprattutto quello dei benefattori dei grandi ospedali, e sull&#8217;autoritratto degli artisti, scoprendo con sagacia ipotesi di rimandi  biografici, biblici, metapittorici e di autocritica sociale. Il tema centrale è quello dell&#8217; individuazione dell&#8217; io (Kant!) che sfocia da un lato nell&#8217; io-dio Napoleone, guerriero e pacificatore al tempo stesso, dall&#8217;altro nelle figure ove gli scheletri sostituiscono l&#8217; io realistico, rivelando il grado zero della rappresentazione della realtà.<br />
E&#8217; lavoro estremamente interessante, ma appare anche il meno direttamente legato all&#8217;assunto dell&#8217;opera, forse per una tendenza eccessiva degli storici dell&#8217;arte al linguaggio auto-referenziale. E&#8217; pur vero, d&#8217;altro canto e in sostanza, che l&#8217;idea critica e plurima dell&#8217; io e dei suoi riflessi è tema prodotto &#8220;in primis&#8221; dalla identità europea, sia essa illuminista o barocca, classicista o romantica.<br />
Estremamente interessante, sostenuta con passione e scientificità al tempo stesso, anche se un po&#8217; riduttiva nell&#8217;importanza che le si attribuisce sul piano globale, è la tesi di Erminia Irace in &#8220;La costruzione di un&#8217;identità regionale: l&#8217;Umbria da &#8220;pittoresca&#8221; a &#8220;santa&#8221;", che prende la regione di San Francesco come campione originale per la ricerca di un&#8217;identità propria nel passaggio all&#8217; ‘800, sul piano di quello che oggi chiameremmo &#8220;turismo&#8221;, cioè del rapporto tra l&#8217;identità del territorio e la sua interpretazione da parte di visitatori esterni. Si citano acuti giudizi, quale quello di Mazzini, e testimonianze di blasonati viaggiatori o romanzieri che parlano dell&#8217;Italia (Anna Radcliffe, Alexandre Dumas, Goethe, Byron, Gregorovius, Trollope, etc.).<br />
Dopo avere stabilito due poli: quello delle élites locali in cerca di miti di fondazione, magari a favore della neo-unità nazionale &#8211; e quello del &#8220;pittoresco&#8221; straniero, al quale una nuova identità italica era quasi di fastidio per ciò che a uso e consumo di ospiti artisti e filosofi si andava cercando, si individua la soluzione sul piano della devozione francescana, soprattutto nelle pubblicazioni di Hyppolite Taine, Henry Thode e Paul Salatier: Francesco è visto come artefice di un cristianesimo &#8220;rivoluzionario&#8221;, che per certi aspetti supera in anticipo Lutero, con stile meridionale &#8220;caldo&#8221; contrapposto al &#8220;freddo&#8221; nordico; sulla scia di tale successo, a vincerla fu poi però l&#8217;immagine del poverello buono, e ciò portò turismo e devozione, a volte anche inadeguate e contraddittorie.<br />
L&#8217;articolo si chiude con la commovente lettera di Domenico Giuliotti a Giovanni Papini, scritta nel 1926: nonostante tutto, la figura del Santo manteneva la sua reale forza&#8230;&#8221;così, il mio viaggio non fu fatto, spero, del tutto invano.&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">Un libro bello e utile dunque,come detto qui all&#8217;inizio; intelligente e sobria la collocazione delle bibliografie pertinenti al termine di ogni saggio, coadiuvate però dall&#8217;indice globale degli autori citati posto in fondo; pochissimi, nella sostanza inesistenti, i refusi.<br />
Chi vuole occuparsi di identità culturali, e non di attribuire gratuitamente patenti identitarie, è invitato alla lettura.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Paolo Bertini</strong></p>
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		<title>Infinitarsi..</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Dec 2009 23:01:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Lettere</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;Infinitarsi&#8221;: il dialogo perpetuo dell&#8217;uomo con la natura
(sull&#8217;ultima raccolta poetica di Isabella Tedesco Vergano)
E&#8217; disponibile da poco meno di un anno in libreria per i tipi di Campanotto Editore la terza bella raccolta poetica di Isabella Tedesco Vergano: &#8220;Infinitarsi&#8221; (76 pagine, euro 10). L&#8217;autrice, nata a Genova dove ha proficuamente studiato, da decenni spezzina d&#8217;adozione, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>&#8220;Infinitarsi&#8221;: il dialogo perpetuo dell&#8217;uomo con la natura<br />
(sull&#8217;ultima raccolta poetica di Isabella Tedesco Vergano)</strong></p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; disponibile da poco meno di un anno in libreria per i tipi di Campanotto Editore la terza bella raccolta poetica di Isabella Tedesco Vergano: &#8220;Infinitarsi&#8221; (76 pagine, euro 10). <img src="http://www.campanottoeditore.com/products/1671.jpg" alt="" width="249" height="353" />L&#8217;autrice, nata a Genova dove ha proficuamente studiato, da decenni spezzina d&#8217;adozione, ha al suo attivo un passato di valida insegnante e di ottima critica letteraria: un libro sulla poesia mediterranea da Shelley a Montale, studi su Dino Campana, Mario Soldati ed altri, partecipazione ad antologie e miscellanee, recensioni ed articoli su &#8220;Resine&#8221;, &#8220;La Nazione&#8221; ed altre riviste letterarie e quotidiani nazionali, promozione di iniziative culturali soprattutto in ambito lunigianese&#8230; .<br />
Con queste liriche, in cui il robusto piano dell&#8217;opera (la crescita personale, il mito, l&#8217;omaggio all&#8217;amata isola di Favignana, il confronto con la durezza dell&#8217; &#8220;umana famiglia&#8221;) si incontra con una brevità e un &#8220;labor limae&#8221; veramente rari, da un lato si rilanciano i modi delle precedenti raccolte (&#8220;Essenza e mistero&#8221;, 1990, &#8220;Ondivagare&#8221;, 2001) dall&#8217;altro si procede ad un sostanziale rinnovamento.</p>
<p style="text-align: justify;">La continuità è presente  &#8211;  come i due pregevoli prefatori, Gabriella Chioma ed Angelo Tonelli, fanno esplicitamente notare  &#8211; nello stile &#8220;alto&#8221;, nel lessico meticolosamente curato, nella metrica sempre matura ma mai ripetitivamente tradizionale, nella sapiente trama fonica tanto lieve quanto ineludibile, nello sforzo di dotare l&#8217;osservazione dei luoghi, dei miti, e la riflessione sulla propria crescita di un senso prezioso consegnato alla poesia.<br />
Ma accanto a questo compare appunto  &#8211; in un&#8217;originalità tutta femminile e mediterranea  &#8211; la volontà di &#8220;infinitarsi&#8221; negli elementi naturali incontrati e nelle proprie esperienze; un&#8217;intenzione che non ha niente di decadente o falsamente magico: si tratta, quasi al contrario, di trovare una continuità fra il mondo, la vita colti così come sono, e il passaggio della propria esistenza e della sua interpretazione; una continuità che renda omaggio alla natura mantenendo però la presenza dell&#8217;uomo, al quale la natura stessa sembra indicare la strada.<br />
Non vi è lirica in cui non compaia, per un tratto di solito breve ed essenziale, la figura reale della persona umana, che viene condotta <span id="more-506"></span>subito a qualcosa di più emblematico, avvolgente e in un certo senso immortale.<br />
Prima di riportare una breve intervista che l&#8217;Autrice ci ha gentilmente concesso, forniamo un unico, veloce esempio, lasciando al lettore la scelta di un approfondimento certo raccomandabile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>PUNTA CORVO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Isole protese<br />
sul silenzio della sera<br />
arcanamente immobili<br />
a chiudere l&#8217;oltranza,<br />
i nostri passi lenti<br />
sulla scia dorata<br />
verranno a voi,<br />
approdo nella notte.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">*                                         *                                        *                                                 *</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco alcune brevi domande alle quali l&#8217;autrice ha cortesemente risposto:</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>1.  Se dovesse scegliere uno scopo irrinunciabile che caratterizza questa Sua raccolta, quale indicherebbe?</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">La volontà di comunicare una poetica che si è plasmata sullo studio di autori appassionanti e su una tensione creativa avulsa da sentimentalismo diaristico e da impegno didascalico, ma volta a proiettarsi verso tematiche universalizzanti.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>2. Quali aspetti, secondo Lei, riprendono maggiormente le Sue esperienze poetiche precedenti, e quali invece ne propongono un rinnovamento?</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Le mie esperienze poetiche precedenti fluiscono in una continuità tematica di fondo, che per altro si apre a nuove sintesi e si arricchisce di nuove esperienze culturali ed esistenziali.<br />
Le emozioni che provavo a vent&#8217;anni stranamente le provo ancora oggi: la poesia intitolata &#8220;Il tempio ha sete di sole&#8221; che è nella silloge &#8220;Ondivagare&#8221; è stata scritta quando avevo quell&#8217;età e oggi ne condivido il significato e la valenza ispirativa. Evidentemente &#8220;il fanciullino&#8221; di pascoliana ascendenza non abbandona mai il poeta. Il mondo mitologico della grecità, che mi affascinava quando ascoltavo i  professori al Liceo e all&#8217;Università,  è rimasto nella mia mente intatto attraverso il tempo nella proiezione fantastica che allora aveva assunto nel mio pensiero. Il fascino della mitologia e della civiltà greca è stato avvalorato nel tempo, a cominciare dalla giovinezza, dal mio periodico contatto diretto e profondamente vissuto in una corrispondenza magica con i luoghi con quello che rimane ancora oggi in Sicilia, mia terra di origine per parte di padre, a testimoniare l&#8217;arte greca del V secolo a.c.<br />
Questo è un esempio di continuità più che di ripresa relativamente ad alcune mie esperienze poetiche precedenti. Altre sono invece agganciate ad approfondimenti di studi, come quelli sulle opere minori di Dante, o a studi nuovi, come tutta la tematica della luce mediterranea rivelatami dalle analisi dei testi campaniani su Genova. Più che di rinnovamento parlerei di nuovi centri ispirativi, che non nascono soltanto nell&#8217;ambito della ricerca, ma anche nell&#8217; osservazione, nella meditazione, nell&#8217;ascolto di voci che sempre più difficilmente riusciamo a percepire nel frastuono scomposto dell&#8217;oggi. &#8220;Nel silenzio ascolto parole/ che la risacca scandisce/ e dolce affida ai sassi della riva,/ parole nude assetate di sole./ Le immagini nascono dall&#8217;acqua/ nel silenzio vitale.&#8221; (&#8220;Silenzio vitale&#8221;, da &#8220;Ondivagare&#8221;)</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>3.  Di che cosa secondo Lei ha maggiormente bisogno oggi l&#8217;attività poetica italiana? Quale futuro intravede o comunque auspica per la nostra poesia? </strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">I poeti italiani oggi hanno bisogno di ritornare allo studio dei classici, di svincolarsi dalle mode, dalle convenzioni, dal diario, dalla pornografia, dalla volgarità, di rispettare la parola nel suo valore significante e fonico.<br />
Anche oggi nel generale degrado culturale che corre velocemente sui fili invisibili dei media e nell&#8217;asservimento al più subdolo e bieco materialismo veicolato da una globalizzazione non universalizzante, ma confusa e riduttiva, anche oggi ci sono Poeti che, con l&#8217;unico mezzo che hanno e vogliono avere a disposizione, cioè la parola, lottano. Ma gli spazi per l&#8217;Arte sono sempre più ridotti.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Paolo Bertini</strong></p>
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		<title>Sentieri e Parole&#8230; Intervista all&#8217;Autrice</title>
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		<pubDate>Mon, 11 May 2009 23:01:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Lettere</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ancora su &#8220;Sentieri e Parole&#8220;: proponiamo una nostra intervista alla curatrice Paola Polito
Siamo lieti di poter far seguire alla recensione pubblicata il 10 maggio 2009 una breve intervista gentilmente concessaci dalla curatrice di SENTIERI LIGURI PER VIAGGIATORI NORDICI che sentitamente ringraziamo:
Il vostro è un lavoro corale e composito: i primi spunti per realizzarlo sono venuti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Ancora su &#8220;<a href="http://www.musicalwords.it/2009/05/10/sentieri-liguri-per-viaggiatori-nordici-paola-polito-leo-olschki-recensione-di-paolo-bertini-musical-words" target="_blank">Sentieri e Parole</a>&#8220;: proponiamo una nostra intervista alla curatrice Paola Polito</strong></p>
<p>Siamo lieti di poter far seguire alla recensione pubblicata il 10 maggio 2009 una breve intervista gentilmente concessaci dalla curatrice di <a href="http://www.olschki.it/Prosp/SP/2008/58250.pdf" target="_blank"><span style="color: #800000;"><strong>SENTIERI LIGURI PER VIAGGIATORI NORDICI</strong></span></a> che sentitamente ringraziamo:</p>
<p><em><strong>Il vostro è un lavoro corale e composito: i primi spunti per realizzarlo sono venuti da un&#8217;occasione e da una persona in particolare, o il percorso è stato differente?</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Il primo &#8220;spunto&#8221; risale ad alcuni anni fa, quando l&#8217;allora Dipartimento di lingue romanze dell&#8217;Università di Copenaghen chiese ai suoi lettori stranieri di partecipare a un ciclo di incontri con studenti e colleghi, rispondendo a una domandina da niente: &#8220;CHI SEI?&#8221;. Riuscii ad evitare di pronunciare anche una sola volta la prima persona singolare commentando pagine di autori a me cari in cui il paesaggio ligure partecipava fortemente all&#8217;articolazione di una particolare &#8220;sintassi sentimentale&#8221;. Così lontana da &#8220;casa&#8221;, mi resi conto che la mia identità culturale, per quanto complessa e stratificata, parte senz&#8217;altro da un nucleo originario <em>ligustico</em>, diventato nella mia mente &#8220;mitico&#8221;. In tale mitologia confluiscono due esperienze: quella fisica del paesaggio nativo e quella mentale di alcune opere letterarie il cui valore universale trae linfa e forma (anche) dal locale. Incominciai così a occuparmene criticamente, tramite corsi sul tema e comunicazioni a convegni. Nella mia indagine, di cui si ha una sintesi nel primo dei due saggi con cui ho contribuito a &#8220;Sentieri&#8230;&#8221;, l&#8217;idea di una &#8220;linea ligure&#8221; letteraria &#8211; certamente non nuova, soprattutto per la poesia (cfr. il &#8220;paradigma ligure&#8221;, G.Bertone) &#8211; è rivisitata alla luce del nesso tra esperienza e semiotizzazione teorizzato dal pensiero fenomenologico di M.Merlau-Ponty e più recentemente da J. Fontanille, oltre che dalle teorie cognitiviste dell&#8217;immaginazione e della metafora di G. Lakoff e M. Johnson, M. Turner e G. Fauconnier. In <em>‘Ligusticità&#8217;: la letteraturizzazione del paesaggio</em> sostengo l&#8217;esistenza di un &#8220;modello cognitivo idealizzato&#8221; del paesaggio ligure, costruito a partire dall&#8217;esperienza fisica che se ne fa e consolidatosi in una tradizione letteraria, di cui provo a ricostruire una mappa fisico-concettuale con esempi tratti dall&#8217;opera di Boine, Sbarbaro, Montale, Calvino, Biamonti, Maggiani. Le coordinate spaziali e i componenti naturali di questo modello forniscono un orientamento specifico con cui il soggetto, specie se nativo o naturalizzato, va a conoscere o a immaginare il resto/il diverso, traendone anche alimento per le proprie metafore esistenziali.<br />
Ma tentare di &#8220;fare sistema&#8221; di una complessa rete intertestuale, di materiali coerenti a livello lessicale, sintattico, figurale, semantico, mi ha portato per forza di cose a lavorare per elezione e &#8220;localizzazione&#8221;, istituendo distanze operative e conseguentemente anche molto scartando, sicuramente troppo. La <em>ligusticità</em> che andavo ricercando rischiava insomma di diventare concentrazionaria, e soprattutto perdeva la sua natura di campo di tensione con il resto, con l&#8217;altrove, con il diverso, che invece le è consustanziale. Se fare i conti con le radici, soprattutto nella loro veste letteraria novecentesca, era per me necessario, altrettanto fortemente mi intrigava l&#8217;idea di una contestualizzazione europea della problematica identitaria, a partire proprio dalla mia realtà di ligure &#8220;trapiantata&#8221;:<em> Sentieri liguri per viaggiatori nordici</em> è stato insomma un modo per reintegrare la complessità (e l&#8217;imprevisto) sotto forma di miscellanea pluridisciplinare e interculturale, in cui si confrontano varie sensibilità, linguaggi, esperienze, approcci e interpretazioni.<br />
Il forum di studiosi che ho raccolto intorno al tema /Liguria/ è costituito prevalentemente da colleghi-amici scandinavi, soprattutto danesi (Hanne Jansen, Steen Jansen, Ole Jorn, Erling Strudsholm, Anders Toftgaard, Lene Waage Petersen,) oltre allo scrittore svedese Björn Larsson, ma anche da un ligure come me trapiantato a nord, Roberto Bertoni (Trinity College, Dublin) e altri liguri che, se pure &#8220;stanziali&#8221;, sono a vario titolo attraversati dall&#8217;esperienza interculturale o dall&#8217;approccio comparatista (Francesca Del Santo, Sandro Ricaldone, Enrica Salvaneschi, Piero Simondo).  Nel libro, che è felicemente &#8220;strabico&#8221;, l&#8217;interrogazione sulla ligusticità si installa così in un territorio d&#8217;apertura, ricco di altri <em>humus</em>, e si definisce per implicazione con l&#8217;altro da sé.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Uno dei temi principali che la ricerca affronta sono le tracce  indelebili che il paesaggio ligure può lasciare nelle persone e nelle opere letterarie. Se Lei dovesse sottolineare, tra le varie prese in esame, quella più frequente o comunque più forte, quale preferirebbe?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Di autore in autore, di stagione in stagione culturale, si è venuta creando e consolidando a livello letterario una stilizzazione del paesaggio ligure in una peculiarissima costellazione di elementi; si tratta di un vero e proprio &#8220;sistema&#8221; di rappresentazione in cui si incanalano temi specifici novecenteschi più volte sottolineati qua e là dalla critica, quali il male di vivere, il sentimento d&#8217;esclusione, l&#8217;esperienza del limite, il vedersi vivere, la vita strozzata ecc. ecc.. Contenuti esistenziali che esplicano un&#8217;opposizione, dal forte significato etico, tra immobilità e fuga, prigione e libertà, vecchiezza e novità, &#8220;qui&#8221; e &#8220;altrove&#8221;.<br />
Questo <em>pattern </em>mentale agisce in noi come un sistema complesso molto coeso, facilmente riattivabile: come si legge in Montale, nell&#8217;&#8221;antica&#8221; poesia <em>Riviere</em>, &#8220;bastano pochi stocchi d&#8217;erbaspada / penduli da un ciglione / sul delirio del mare; / o due camelie pallide / nei giardini deserti, / e un eucalipto biondo che si tuffi / tra sfrusci e pazzi voli / nella luce; / ed ecco che in un attimo / invisibili fili a me si asserpano, /farfalla in una ragna / di fremiti d&#8217;olivi, di sguardi di girasoli&#8221;: bastano cioè alcuni frammenti <span id="more-469"></span>del tutto, che agiscono da indizi, perché l&#8217;intero campo esperienziale di questo paesaggio-mondo si riattivi e il soggetto ne riconosca il potere di coinvolgimento.<br />
Nel mio lavoro ho voluto sottolineare l&#8217;esistenza &#8211; a livello cognitivo &#8211; di una sinergia di elementi, interazioni e associazioni che costruiscono una &#8220;sintassi&#8221; inconfondibile. Ritengo quindi che estrapolare alcuni componenti a scapito di altri valga solo quando se ne conservi il riferimento al sistema d&#8217;insieme, il quale ha una sua specificità ‘ligustica&#8217; solo se considerato in <em>toto</em>, come &#8220;lingua&#8221;. Tuttavia, per rispondere alla domanda, dirò che i motivi e modi rappresentazionali cui sono personalmente più legata &#8211; e che sento ancora particolarmente attivi in me in quanto ligure &#8211; sono la verticalità ardita della linea mare-costa-mezzacosta-monte-cielo; la visione di un mare schermato da fronde e visto dall&#8217;alto; il <em>setting</em> dell&#8217;anfiteatro-golfo in cui si esplicano il semicerchio, la verticalità, il binomio città-porto-mare/borgo-campagna-monte e i giochi di luce e ombra; non ultima, la rappresentazione fondata sullo scambio metamorfico di qualità e predicati tra elementi naturali, fino alla metaforizzazione reciproca.<br />
Ma credo soprattutto sia impossibile sottrarsi all&#8217;influenza di tutta la fitta rete di componenti ambientali correlati a una disforica condizione esistenziale elaborata dai poeti liguri, specie nelle opere primonovecentesche, ma anche più recentemente da poeti come il lericino Paolo Bertolani e da scrittori melanconici come l&#8217;imperiese Francesco Biamonti, entrambi molto compianti dai loro fedelissimi lettori, ben al di là dei confini regionali.</p>
<p><em><strong>L&#8217;ambito di questo lavoro è certamente europeo, seppur esso prende in esame angoli d&#8217;Europa decisamente distanti, e non solo nello spazio. Ritiene che una ricerca simile sarebbe possibile e fruttuosa anche per altre &#8220;coppie distanti&#8221;, magari più lontane ancora tra loro?</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">La mia esperienza interculturale, negli ultimi vent&#8217;anni, ha avuto prevalentemente come centro la Danimarca, e trovo che il coinvolgimento di studiosi danesi abbia dato ottimi risultati, permettendo di ricordare e approfondire momenti importanti di incontro tra le due culture quali il passaggio in Liguria di Hans Christian Andersen nel suo <em>Grand Tour</em> del 1833, le peregrinazioni e collaborazioni liguri dell&#8217;artista danese Asger Jorn negli anni &#8216;50, la ricezione e traduzione dell&#8217;opera di Eugenio Montale in Danimarca, la lettura di Francesco Biamonti da parte del romanziere svedese Björn Larsson, oltre a offrire a italiani e italianisti all&#8217;estero un&#8217;immagine generale della Liguria vista da Nord come luogo di attraversamenti e scambio di esperienze esistenziali e culturali (lo stesso rapporto in Liguria tra lingua e dialetti, indagato con molta competenza da Erling Strudsholm, viene anche confrontato con la situazione danese). Ma credo che uno dei risultati più confortanti del progetto sia stato soprattutto la costituzione di un gruppo di lavoro internazionale e pluridisciplinare, che ha stretto e rafforzato amicizie, comunità d&#8217;intenti, voglia di confronto e di cimento, e che rappresenta un buon esempio di collaborazione tra studiosi di diverso <em>background</em>. Molti degli autori sono venuti e continueranno a venire in Liguria, molti contatti si sono stretti, e trovo che questa sia la direzione più fruttuosa verso cui muoversi per esercitare la cittadinanza europea nell&#8217;ambito del proprio lavoro. A condizione che ci siano dei presupposti, un minimo comune denominatore di &#8220;materia&#8221; da indagare, non vedo perché questo tipo di esperienza non possa essere ripetuto e rilanciato seguendo altre rotte, integrando altre mappe. D&#8217;accordo col rimemorare, riscoprire e valorizzare il passato ma il destino di un territorio si gioca sul farne un luogo di dibattito, scambio, confronto e accoglienza su &#8220;sentieri&#8221; praticabili nel presente.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Paolo Bertini</strong></p>
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		<title>Sentieri e Parole&#8230;</title>
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		<pubDate>Sat, 09 May 2009 23:01:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Lettere</dc:creator>
				<category><![CDATA[Books]]></category>
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		<description><![CDATA[Sentieri e Parole
in una bella raccolta interculturale di saggi curata da Paola Polito, le voci artistiche più interessanti che hanno attraversato la terra ligure
SENTIERI LIGURI PER VIAGGIATORI NORDICI
Studi interculturali sulla Liguria
A cura di Paola Polito

Di solito, quando si parla di &#8220;viaggiatori del Nord&#8221; in Liguria (specialmente in quella del Levante) si pensa subito ai super [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>Sentieri e Parole</strong><em><br />
in una bella raccolta interculturale di saggi curata da Paola Polito, le voci artistiche più interessanti che hanno attraversato la terra ligure</em></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.olschki.it/Prosp/SP/2008/58250.pdf" target="_blank"><span style="color: #800000;"><strong>SENTIERI LIGURI PER VIAGGIATORI NORDICI</strong></span></a><br />
<em>Studi interculturali sulla Liguria<br />
A cura di Paola Polito</em></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.olschki.it/Prosp/SP/2008/58250.pdf" target="_blank"><img src="http://www.olschki.it/Img/cop_s/2008/58250.gif" alt="" width="100" height="145" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Di solito, quando si parla di &#8220;viaggiatori del Nord&#8221; in Liguria (specialmente in quella del Levante) si pensa subito ai super &#8211; gettonati Shelley (sia Percy che Mary), Byron e a volte Wagner; niente di tutto questo, neppure in nota, nella recente raccolta di saggi a cura di Paola Polito: <em>Sentieri liguri per viaggiatori nordici. </em><em>Studi interculturali sulla Liguria </em>(Firenze, Leo S. Olschki, 2008; 289 pagine compresi gli indici e le schede &#8211; autori). I &#8220;nordici&#8221; in questo caso provengono dal profondo Nord: si tratta di personaggi quali Hans Christian Andersen, o l&#8217;artista Asger Jorn, o lo scrittore contemporaneo Björn Larsson (che offre anche un suo contributo diretto alla raccolta stessa).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, e di più, i &#8220;viaggiatori nordici&#8221; sono gli autori dei saggi stessi: italiani che hanno conosciuto, per lettura attenta o direttamente sul territorio, la sensibilità del Nord &#8211; Europa, e ricercatori danesi o svedesi che sono entrati in contatto con la terra ligure. Una piacevole variazione &#8220;mista&#8221; con originale spostamento sulle arti figurative e i ricordi personali, è inoltre nell&#8217;intervista a Piero Simondo proposta da Ole Jorn riguardo al proprio padre.</p>
<p style="text-align: justify;">Si potrebbe leggere questa raccolta come una serie di inviti, di &#8220;xenia&#8221; ospitali da parte di liguri a nordici, ricambiati da equivalenti doni. Prima, tre spezzini d&#8217;origine discutono sul paesaggio nelle pagine di Montale, Boine, Sbarbaro, Calvino, Maggiani (Paola Polito); su Leopardi nelle poesie (dialettali e non) del lericino Paolo Bertolani (R.Bertoni); sui soggiorni del pensatore russo &#8211; lituano Isaiah Berlin a Paraggi, presso Santa Margherita Ligure (Francesca Del Santo); &#8220;rispondono&#8221; Hanne Jansen e Steen Jansen su Montale e Sbarbaro, Ole Jorn con l&#8217;intervista di cui si è detto, e Björn Larsson sullo scrittore Francesco Biamonti.</p>
<p style="text-align: justify;">Il saggio della Polito, il più esteso ed esplicitamente corredato di strumentazione d&#8217;analisi, ricerca la presenza del paesaggio ligure in chi più l&#8217;ha contemplato e interpretato per il proprio messaggio poetico e letterario; Roberto Bertoni approfondisce con chiarezza l&#8217;influenza di Leopardi su Bertolani tanto implicita nei versi quanto dichiarata dal poeta lericino, terminando però con la sottolineatura di fondamentali differenze fra i due nel rapporto con la vita; Francesca Del Santo segue i due soggiorni liguri del pensatore Berlin durante la stesura della sua &#8220;ontologia di libertà&#8221;, sposandoli a scoperte sul carattere ligure nelle pagine di Montale e Bertolani: ma è sempre il paesaggio, con le sue &#8220;sporgenze&#8221; tanto reali quanto interiori, a farla da protagonista in rapporto alle scelte del filosofo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il tenore delle prime quattro &#8220;risposte nordiche&#8221; è reso chiaro nei titoli: <em>Portare la voce ligure altrove; Parole e temi&#8230; materiali per uno studio del lessico; Un vichingo in Liguria nel ventesimo secolo</em>; Francesco Biamonti: scrittore ligure o scrittore del mondo? Ci si confronta tanto col paesaggio e la persona umana, quanto e soprattutto con versi poetici approfonditamente analizzati, e i tre aspetti appaiono temperati sapientemente, ma sempre con passione sincera. Per motivi di spazio ci soffermiamo solo su due dei quattro interventi: in <em>Portare la voce ligure altrove: Montale in Danimarca</em>, Hanne Jansen compie una scelta importante e difficile: valutare le traduzioni di Montale in un paese che ama il poeta ligure, e tuttavia fin dal suo &#8220;Nobel&#8221; gli ha dedicato un&#8217;attenzione quantitativamente inferiore rispetto ad altre nazioni. La parte centrale del lavoro è dedicata alle versioni concrete proposte da poeti o da traduttori / commentatori di professione; ma è in ciò che segue e precede lo spunto più interessante: è necessario infatti preparare il terreno scoprendo i modi critici e storico &#8211; letterari con cui Montale è letto e commentato in Danimarca; soprattutto, è inevitabile concludere su come tratti di ambiente e paesaggio (la pianta dei limoni, il topo che &#8220;tonfa&#8221; da una palma&#8230;) non appartengano al mondo danese con la stessa quotidianità con cui li può incontrare un mediterraneo: si arriva dunque, con semplicità ma con acume, al nodo del binomio poesia &#8211; <em>antropologia</em>, e a parere di chi scrive ciò è assai apprezzabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Almeno un accenno merita l&#8217;intervista a Piero Simondo proposta da Ole Jorn sul proprio padre, l&#8217;artista Arge Jorn; in realtà, si tratta di una ricostruzione, tra il benevolmente autoironico e l&#8217;affettuoso, delle occasioni passate dall&#8217;intervistato stesso assieme all&#8217;artista nei caruggi, nelle cantine, nelle grotte del ponente ligure; un ricordo che possiede strumenti di alta consapevolezza, soprattutto antropologica &#8220;senza tempo&#8221;, volta a mettere in parallelo la sensibilità ligure con quella nordica: si tratta, ancora, di individuare &#8220;sentieri comuni&#8221;&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Il secondo &#8220;scambio&#8221; fra liguri e nordici da un lato approfondisce, da un altro rende più vari gli spunti proposti nella prima sezione del volume. Paola Polito ritorna sul paesaggio ligure in Maurizio Maggiani (<em>Liguria e altrove. Genova e Moku Iti: gli scenari estinti della modernità</em>); Sandro Ricaldone sull&#8217;artista Asger Jorn come rappresentante di punta dell&#8217; immaginismo (<em>Il perimetro immaginista. Jorn fra Albisola e Cosio</em>); &#8220;rispondono&#8221; il linguista Erling Strudsholm sul dialetto in <span id="more-465"></span>Liguria (<em>Lingua e dialetto in Liguria. Alcune considerazioni sulla situazione sociolinguistica ligure</em>), Anders Toftgaard sulla Liguria del primo&#8217;500 (&#8220;<em>Sono queste genti fiere naturalmente&#8221;. L&#8217;immagine della Liguria nella prima parte del Cinquecento</em>), e Lene Waage Petersen sui diari di viaggio liguri di Hans Christian Andersen (<em>I passaggi per la Liguria di Hans Christian Andersen nelle pagine dei suoi Diari</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">Chiude la raccolta l&#8217;originale riflessione di Enrica Salvaneschi Un pettine di sassi, magistralmente definita dalla Polito &#8220;commento funambolico e scarmigliato nel quale l&#8217;autrice si diverte a scomporre e ricomporre la già intricata mappa del volume in una personalissima interpretazione della ligusticità come, a loro modo fruttuose, aridità e nichilistica immobilità&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche in questo caso, per motivi di spazio approfondiamo solo alcuni dei temi (tutti interessanti e ben trattati) presenti nel volume.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel suo secondo intervento, Paola Polito intende spostarsi dall&#8217;attenzione al paesaggio (ligure) quale &#8220;mappa semantica&#8221; della vita e della scrittura, al rapporto fra luoghi e tempi soggiacente a una filosofia della storia che indichi il momento della modernità come drammatico &#8220;terremoto&#8221; invasivo sui nostri modelli. Il testo prescelto per tale &#8220;esercizio&#8221; è La Regina disadorna di Maurizio Maggiani (1998), considerato sia esemplare in sé, sia fonte di riflessioni sulle &#8220;fratture di un passaggio epocale&#8221;. L&#8217;indagine appare condotta con grande organizzazione strutturale, dovizia doverosa di citazioni e buone scelte di retroterra metodologico, arrivando a commoventi conclusioni (cui l&#8217;autrice dedica a parer nostro troppo scarse righe) sull&#8217; &#8220;innocenza del mondo, che davanti all&#8217;altare della Storia ci fa sentire tutti orfani dei nostri miti migliori&#8221;. E&#8217; appunto in questa distanza, quantitativa e qualitativa, tra l&#8217;esercizio analitico serrato, col suo consumato lessico precettato dall&#8217;accademia, e la sincera intuizione di sensibilità e di morale, che sta il pregio e il difetto del lavoro: a fronte di una faticosa concretezza analitica che esorcizzi svolazzi estetici gratuiti, la buona strutturazione del materiale, la sua costante &#8220;letteraturizzazione&#8221;, rischiano di sostituirsi a una visione positivamente olistica e sincera dei luoghi e delle storie ricordati, pur lodevolmente raggiunta dall&#8217;autrice nel finale.</p>
<p style="text-align: justify;">Una notazione e un plauso particolare merita a parer mio il saggio di Erling Strudsholm sul dialetto. Ci troviamo, innanzitutto, nella situazione ottimale per la dialettologia, cioè quella di un ricercatore straniero ma al tempo stesso esperto per contatto diretto con gli idiomi che studia dall&#8217;esterno. L&#8217;autore dedica le parti del suo intervento, bene equilibrate, alla situazione attuale della dialettologia, a quella dei linguaggi liguri in ambito letterario (poesia, prosa, teatro), e in ambito non letterario, per riflettere sul prossimo destino dei dialetti in Europa, e concludere sostenendo giustamente l&#8217;indissolubilità tra parola dialettale e testimonianza di volti, persone, fatti storici, atteggiamenti antropologici in via d&#8217;estinzione e a rischio di oblio.</p>
<p style="text-align: justify;">E vi è per noi un&#8217;altra ragione di lode in questo saggio: esso infatti termina citando a sostegno della propria tesi i versi dello spezzino Renzo Fregoso, poeta dialettale che da più di trent&#8217;anni conduce un&#8217;umile quanto seria e approfondita riscoperta dei tipi umani e delle parole originarie della sua città; lavoro certo da sempre apprezzato in patria, ma non valorizzato quanto meriterebbe.</p>
<p style="text-align: justify;">Non possiamo infine ritrarci dal sottolineare felicemente un punto del lavoro dedicato a H.Ch.Andersen, dove si nota (pp. 261, 262) come, nel 1833, l&#8217;autore danese raffigurasse sul suo diario le colline del Vignale e di Marinasco alla Spezia: amene, ordinate, ricche di viti; l&#8217;ennesimo appoggio a chi oggi rivaluta il sito spezzino del periodo 1300 &#8211; 1800, precedente alla costruzione del famoso arsenale, in barba a una &#8220;vulgata&#8221; solitamente d&#8217;importazione che lo vuole languente e quasi inesistente, ignorando ricerche tutt&#8217;ora sottovalutate, quali quelle del compianto Ambrosi, del Bevilacqua e soprattutto di Alberto Scaramuccia.</p>
<p style="text-align: justify;">Il primo aggettivo che dedicherei a questo libro è &#8220;coraggioso&#8221;, e in senso positivo. Non solo si pongono a confronto sullo stesso tema sensibilità nate in luoghi e &#8220;scuole&#8221; differenti (e oggi ce n&#8217;è bisogno!) , ma si mantiene quasi in ogni pagina un&#8217;attenzione tanto al paesaggio reale quanto al suo uso &#8220;letteraturizzato&#8221;, e a volte metaforico, espressionista, simbolico. Altrettanto coraggiosa è la scelta di trattare artisti sia di letteratura che di tecniche figurative, e di inserire studi approfonditi accanto a testimonianze e ricordi. Il parallelo più difficile è quello che riguarda la pratica di analisi accademiche accanto a considerazioni di esperienza dirette e spontanee.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla fine, l&#8217;equilibrio positivo fa dire al lettore che valeva la pena di tentare: certamente raggiunto è l&#8217;obiettivo di ricercare una &#8211; unificabile o meno &#8211; ligusticità del paesaggio in letteratura, e di approfondire le variazioni con cui artisti giustamente famosi la praticarono.</p>
<p style="text-align: justify;">Certo, per uno sguardo dispettoso i difetti non sono assenti: ad esempio Paola Polito nel suo primo, lodevole saggio, cita più di una volta le idee di Romano Luperini su Montale come naturalmente consone alla ricerca da lei condotta e agli altri strumenti critici usati, ma a parer nostro tale vicinanza non è né scontata né utile. O ancora, Steen Jansen impiega alcune pagine ed energie in confronti lessicali computazionali tra Montale e Sbarbaro, ma le conclusioni a cui arriva sono solo corroborate da esse, come lo studioso sembra implicitamente ammettere, tanto che ne cerca conferma in interviste e dichiarazioni dirette dei due poeti, peraltro forti ma non definitive. D&#8217;altronde, in più parti dell&#8217;opera il metodo computazionale applicato al lessico sembrerebbe strumento principe, con risultati certo utili e a volte pregevoli, ma non prioritari; se tali strumenti infatti diminuiscono la soggezione dell&#8217;umanistico all&#8217;odierna presunzione scientista, non possono certo &#8220;rilanciare la lettura e l&#8217;interpretazione&#8221; di opere contemporanee che, calate nel contesto di un linguaggio e di una antropologia coevi, hanno al contrario di quelle classiche l&#8217;unico termine di paragone nel giudizio libero e immediato del lettore, qualunque esso sia.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine, bisogna dare atto ad autori, curatrice ed editore di una buona resa grafica &#8211; cosa oggi sempre più difficile anche con insospettabili blasoni. Nonostante ciò, le sviste non mancano: Bertoni scrive <em>aniente</em> citando Bertolani (p.57); Hanne Jansen scrive: <em>in media res</em> (p.83), <em>Quaderni del &#8216;71</em>, <em>Quaderno di quattro anni</em>, <em>Quaderni di quattro anni</em>, <em>Quaderni del &#8216;71 e &#8216;72</em> (pp. 84, 87, 90, 89) mentre nel Montale &#8220;definitivo&#8221; abbiamo solo <em>Quaderno di quattro anni</em> e <em>Diario del &#8216;71 e del &#8216;72</em>. Sempre H. Jansen scrive &#8230; <em>per un notevole equivalenza formale</em> (p.96), <em>un estesa equivalenza formale</em> (p.97), Steen Janssen sembra lasciare una citazione adespota a p.113; nell&#8217;intervista di Ole Jorn a Piero Simondo troviamo <em>abbai </em>al posto di abbia (p146); nel secondo contributo della Polito e<em>ntrambi le ambientazioni</em> (p.171); Sandro Ricaldone ripete immotivatamente le parole <em>che avrebbe voluto</em> (p.192); Anders Toftgaard scrive: <em>le persone che hanno viaggiate </em>(p.232), da verbo avere senz&#8217;accento (p.236), Landalfo Rufolo al posto del più boccaccesco Landolfo (p.237), <em>L&#8217;invasione di Luigi XII fu festeggiati</em> (p.238), <em>Il popolo italiano è invece soggette</em> (p.242), <em>Ma Braudel è piena di ammirazione</em> (p.244), &#8230; <em>ispirato dalle Tristia</em> (p.245, mentre il neutro latino pretenderebbe &#8220;dai Tristia&#8221;), <em>non bisogno credere </em>(p.246).<br />
[Con facilona brachilogia, personalmente avrei inserito tra le "sviste" anche cotesto (p. 102), ma la Redazione mi chiede di non farlo, poiché la professoressa Polito (cui avevo inviato le prime bozze di questa recensione) con squisita gentilezza ha fatto notare (oltre a una decina di miei brutti errori ortografici nella trascrizione dei nomi propri) che tale termine è ampiamente usato in linguistica testuale]</p>
<p style="text-align: justify;">Comunque, al di là dei pregi (molti) e dei difetti (pochi), questo libro fa parte a mio avviso di quelli che mantengono una ragione di vita alla critica in letteratura contemporanea; essa sta nell&#8217;aprirsi &#8211; con gli strumenti e lo sguardo che si preferisce adottare -verso realtà connaturate all&#8217;esistenza, e in qualche modo sottoposte alla cultura: in questo caso è il paesaggio, così come altre volte possono essere gli animali, o i gesti abituali, o il senso del viaggiare (non solo quello mitico ed eroico&#8230;) o altro ancora; ciò che i poeti di ogni tempo e scuola hanno sempre fatto; i critici, a volte sì e a volte no.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Paolo Bertini</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
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		<title>Ulisse e il Mediterraneo&#8230;</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Feb 2009 23:01:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Lettere</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ulisse, variazioni di un mito mediterraneo
 Federica Frediani , Anna Omodei Zorini
Contributi di Piero Boitani, Irad Malkin, Athanasios Moulakis, Antonio Prete
pp. 80,     1a edizione  2007. Euro 12.00


Che i miti siano, dalla loro &#8220;nascita&#8221; , sottoposti a variazioni era convinzione scontata già presso gli antichi; al lato opposto, e complementare, dell&#8217;argomento [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_Libro.asp?ID=15282&amp;Tipo=Libro&amp;strRicercaTesto=&amp;titolo=ulisse%2C+variazioni+di+un+mito+mediterraneo" target="_blank"><strong>Ulisse, variazioni di un mito mediterraneo</strong></a><br />
<strong> Federica Frediani , Anna Omodei Zorini</strong><br />
<em>Contributi di</em> Piero Boitani, Irad Malkin, Athanasios Moulakis, Antonio Prete<br />
pp. 80,     1a edizione  2007. Euro 12.00</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_Libro.asp?ID=15282&amp;Tipo=Libro&amp;strRicercaTesto=&amp;titolo=ulisse%2C+variazioni+di+un+mito+mediterraneo" target="_blank"><img src="http://www.francoangeli.it/CopertineStandard/2000_1180.jpg" alt="" width="68" height="100" /></a></p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: justify;">Che i miti siano, dalla loro &#8220;nascita&#8221; , sottoposti a variazioni era convinzione scontata già presso gli antichi; al lato opposto, e complementare, dell&#8217;argomento sta la &#8220;fortuna&#8221; dei manuali scolastici, cioè lo studio dei riusi espliciti, in letteratura, subìto dalle grandi narrazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo modo di impostare l&#8217;analisi, che sarebbe pericoloso rinnegare &#8211; se non altro per ragioni di chiarezza didattica &#8211; lascia un po&#8217; in ombra la funzione più interessante del mito e delle grandi opere immortali: quella di produrre concetti e definire identità. Negli ultimi decenni studi pregevoli hanno recuperato su tale lacuna, e un esempio felice può essere <em>Ulisse, variazioni di un mito mediterraneo</em> (a cura di Federica Frediani e Anna Omodei Zorini: 78 pagine: introduzione, cinque saggi, bibliografia e schede autori, con 4 figure b/n, Milano &#8211; Franco Angeli editore, 2006; euro 12.00). L&#8217;intento di cui si diceva è reso chiaro innanzitutto dall&#8217;occasione del libro stesso, trascrizione di interventi seminariali voluti dall&#8217; Università della Svizzera Italiana per comprendere &#8220;le rappresentazioni, le immagini, le letterature che hanno contribuito alla costruzione culturale e politica dell&#8217;idea di Mediterraneo&#8221;, come informano nell&#8217;agile e perspicua introduzione le due curatrici. Il lavoro di èquipe è confermato nelle specializzazioni diverse degli autori: si va dalle Letterature Comparate alla Storia Greca Antica, alla Filosofia Politica e<span id="more-421"></span> alle Lingue Straniere, come risulta dalle schede poste in fondo al volumetto. Ma la riprova più sicura sta ovviamente nei saggi stessi; nel primo Antonio Prete (<em>Nostalgia: nostos e algos della modernità</em>) individua in Ulisse, figura complementare tra il ritorno riuscito (<em>nostos</em>) dell&#8217;Odissea e quello impossibile della tradizione dantesca e seguente, l&#8217;iniziatore del sentimento nostalgico; sentimento ancora tutto da definire, visto che il termine stesso che lo indica &#8211; pur greco &#8211; è coniato nel 1655 in campo medico; il breve saggio abbandona dunque la figura omerica per sviluppare finissime riflessioni prima sociali e poi letterarie su un concetto tanto pervasivo nella cultura europea.</p>
<p style="text-align: justify;">Col secondo saggio, un po&#8217; più corposo, Piero Boitani affronta in modo originale un tema assai sfruttato: <em>Ulisse da Omero a Joyce</em>. Attraverso essenziali, rapidi tratti, l&#8217;autore ricorda i messaggi salienti dell&#8217; Odissea e poi dei maggiori artisti che hanno guardato alla figura di Ulisse (fino al Kubrick di <em>2001 Space Odyssey</em>!), e termina, con Walcott, evitando l&#8217;ennesima interpretazione estetica o metaletteraria per una forte affermazione posta fra la brutalità della storia reale e il &#8220;fiat lux&#8221; della creazione biblica, vero oggetto della poesia di ogni tempo. Positiva, in questo caso, anche la sottolineatura dei contatti con le culture ebraica e araba recenti.</p>
<p style="text-align: justify;">La parte più nuova è forse il saggio, brevissimo, di Federica Frediani (<em>Penelope da Omero a Joyce</em>) che individua un vero e proprio &#8220;nuovo Ulisse&#8221; nella moglie Penelope: relegata nelle sue stanze &#8211; mai abbandonate nemmeno in modo onirico mentre il marito attraversa il mondo &#8211; cristallizzata dalla letteratura seguente come moglie fedele e devota, eppure lei incarna nella sua attesa il labile confine tra sogno perpetuo e presenza reale di ciò che si attende.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli ultimi due saggi <em>(Ulisse: ideare un mare</em> di Athanasios Moulakis, e <em>Networks di Identità: il mito di Odisseo nel Mediterraneo occidentale</em> di Irad Malkin) realizzano in modo più diretto lo scopo della ricerca, cioè tracciare i forti legami tra la figura di Ulisse e la costruzione geografico-culturale del Mediterraneo.</p>
<p style="text-align: justify;">Moulakis, dopo avere lodevolmente riconosciuto come ormai sia quasi impossibile scindere l&#8217;eredità biblica da quella greca antica, scandaglia l&#8217;idea di quest&#8217;ultima nei versi di contemporanei quali Seferis, Elytis e Kavafis, individuando una consapevolezza di decadenza, cioè una memoria viva del Mediterraneo, che è tale perché guarda alle &#8220;rovine&#8221; greche e romane in essa presenti; ma la poesia, e non solo per gli intellettuali, sa cogliere il nesso linguistico tra particolare e universale: è così che l&#8217;<em>Itaca </em>metaforica di Kavafis ha un &#8220;respiro universale&#8221; appunto: <em>senza di lei mai ti saresti messo / in viaggio: che cos&#8217;altro ti aspetti</em>?</p>
<p style="text-align: justify;">Lo scritto più felice, avvincente e fruttuoso è quello a cura di Irad Malkin: finalmente con la chiarezza permessa da appurate ricerche sia archeologiche che linguistico/antropologiche, l&#8217;autore apre al concetto di &#8220;Greci&#8221; come catalizzatore per una serie di culture di colonizzazione attiva e passiva, che andavano &#8220;per polis&#8221; dal Mar Nero alla Spagna, e di conseguenza all&#8217;idea di miti (primo fra tutti quello di Odisseo) come indicazioni per l&#8217;auto-interpretazione dei popoli e della loro storia. In questo senso, cultura &#8220;greca&#8221; e miti vengono adattati e variati a piene mani da popoli assolutamente non &#8211; greci, quali gli Etruschi o i Libici o i Romani; avvicinando tali considerazioni ai sorprendenti ritrovamenti archeologici operati da Silvia Benton nell&#8217;isola ancora oggi, e da sempre, chiamata Itaca, attestanti un culto eroico di Odisseo e vicende almeno simili ad alcune di quelle narrate nell&#8217;Odissea, l&#8217;autore definisce Ulisse non un &#8220;eroe greco&#8221;, ma un &#8220;filtro della percezione dell&#8217;uomo viaggiatore e colonizzatore&#8221;, avvicinando il turbinio dei racconti modello antichi alla nostra idea di network e di &#8220;rete&#8221;. Così, i miti dei ritorni, dei &#8220;nostoi&#8221;, diventano come &#8220;una merce di scambio con la funzione di unire e interpretare in una comune struttura le diverse etnìe e culture&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Un libro insomma tanto breve quanto interessante e profondo. Se qualche difetto bisogna trovare, esso sta nel modo iper-tradizionale con cui quasi tutti gli autori affrontano la versione dantesca della figura odissiaca, senza tener conto abbastanza delle recenti riflessioni di un Cacciari o di un Pertile o di un Giglio; nulla di illecito o fuori luogo comunque, così come essenziale ma pertinente e aggiornata è la bibliografia posta in fondo al volume.</p>
<p style="text-align: justify;">Una ricerca di cui far tesoro per capire il &#8220;Nostro Mare&#8221;, e rilanciare l&#8217;amore per esso.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Paolo Bertini</strong></p>
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