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Il legame con il futurismo nasce dalla poetica stessa dell’autore, che si situa lungo un misticismo machinico che getta nuova luce sulle tendenze meccanometafisiche dei futuristi. Due robot percussionisti. Due bidoni d’acciaio. Un performer umano interfacciato con le macchine. La meccatronica e la musica. La ripetitività della produzione industriale che diventa gesto musicale. Un progetto che dal passato delle avanguardie italiane ritorna in tutta la sua contemporaneità per suggellare un nuovo rapporto tra l’uomo e la macchina. Il movimento e il lavoro delle fabbriche si mostrano attraverso i linguaggi digitali intera5vi della contemporaneità. Il sotto testo si muove lungo le linee del Nag Hammad, testo gnostico del terzo secolo dopo Cristo, ma attraversa poi le mitologie contemporanee, attraverso brani tratti da Ballard e Burroughs, sul tema della relazione e della fusione fra umano e macchinico. Qui, il suono delle macchine si unisce ai cori digitali, in un continuo d’interazione tra i movimenti del performer, dei processori di segnale e dei robot percussionisti. Il suono è a tratto orchestrale, quasi medioevale nella purezza delle voci digitali, ma può all’improvviso mutare verso direzioni astratte, numeriche … per poi tornare su melodie minimali. Macchine che sognano la musica?