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    British Rule… /2

    By Redazione Musica | maggio 25, 2008

    (…continua) Da questo ceppo iniziale prenderà il via una schiera di autori che farà la fortuna del ‘900 inglese, ritagliandosi una buona fetta della storia musicale dell’intero secolo con la sua capacità finalmente ritrovata di sintetizzare un linguaggio autonomo e riconoscibile, che rielabora alcune delle più importanti tendenze
    europee da una parte, mentre dall’altra presenta certe peculiarità caratterizzanti che lo rendono assolutamente originale e stimolante: passando attraverso l’eleganza quasi neoclassica di Eugene Goossens (1893-1962) e Herbert Howells (1892- 1983) e al brillante sinfonismo di Arthur Bliss (1891-1975) si giunge al granitico e limpido stile di Sir William Walton (1902-1983), capace di creare uno stile orchestrale insuperato, all’eclettismo poliglotta di Benjamin Britten (1913-1976) o all’efficace sperimentalismo di Sir Michael Tippett (1905-1998). ( ENGLISH VERSION )

    Questo è l’asse principale, l’asse portante della musica inglese del nostro secolo: a sua volta però, da questo tronco si dipartono molti altri rami, tanti sotto-filoni, con i loro propri esponenti e le loro opere peculiari: produzioni forse ritenute minori perchè non sempre felici, c’è da dire, ma che comunque hanno contribuito a rendere il ‘900 Inglese un periodo ricco, fervente e pulsante, quasi la natura avesse voluto colmare in questo preciso lasso di tempo quel silenzio musicale durato 150 anni.
    Ma ad oggi, e per il futuro, cosa c’è da aspettarsi dalla musica di Albione?
    Una cosa sorprende, scorrendo le date di morti di alcuni dei musicisti che ho riportato sopra: Britten è morto nel 1976, Walton e Howells nel 1983, Tippett addirittura nel 1998. La musica british è musica giovane, e ciò mi fa ben sperare che in futuro abbia ancora molto da dire, e da dare, nella storia della musica del XX secolo. Il problema sarà aspettare e vedere il tempo e la storia cosa ci consegneranno. Se noi, ora, possiamo ascoltare la musica di Vaughan Williams o Walton con un minimo di sedimentazione storico-temporale ,che ci permette di percepirla come grande, per le nuove generazioni di compositori inglesi (due su tutti, Edward Gregson, nato nel 1945, e Richard Steptoe, nato nel 1953) questo tempo di sedimentazione è praticamente annullato. I tempi sono ancora acerbi per poter dire se la british music stia continuando, sia morta o non sia diventata addirittura qualcos’altro. Posso dire con certa convinzione, però, che la british music, per quanto possa venir meno negli esponenti, ha ormai coniato un linguaggio proprio talmente forte, che è andato a contaminare e influenzare altri tipi di musica. Mi riferisco special modo alla musica per film, a cui, tra l’altro, molti compositori inglesi, Vaughan Williams e Walton in testa, non hanno disdegnato dedicarsi. Quindi, in un certo senso, il linguaggio della musica british ha iniziato a “trasferirsi” altrove: certi procedimenti armonici, certe atmosfere tipiche di questa musica, si ritrovano così calate in un contesto diverso dalla musica d’arte.
    Inoltre c’è da considerare, secondo me, la promiscuità e la sovrapposizione della musica inglese colta con la nascita della musica inglese “popolare”, ossia pop e il rock. La considerazione attuale per l’Inghilterra e la sua musica viene più per gruppi come i Beatles e i Rolling Stones (rispettosamente parlando ovviamente) che non per i suoi storici compositori. Questa compresenza di generi musicali più facilmente fruibili, accanto alla musica colta, può aver in qualche modo provocato un’”emorragia” di interesse verso i compositori inglesi da parte del pubblico e della critica, e forse anche uno svilimento dal punto di visto artistico-musicale dei compositori stessi.
    Per questo, la messe di nomi ed opere che abbiamo avuto fino alla morte di Tippet (prendo questa data come limes cronologico) può darsi adesso sia irripetibile, per quantità e qualità.
    Non ci resta che tenere la mente aperta e le orecchie tese, e aspettare quale responso il tempo e la storia ci daranno.

    Stefano Naimoli

    * * *

    From this initial group of authors will develop some generations of musicians who will characterize twentieth century British music, which definitely recovers the strength to react to European instances, managing to propose a new and autonomous language: passing through the quite neoclassic elegance of Eugene Goossens (1893-1962) e Herbert Howells (1892- 1983) and through the brilliant symphonic music by Arthur Bliss (1891-1975), we arrive to the brightness of Sir William Walton (1902-1983) with his unconquerable orchestral style, to the eclectic Benjamin Britten (1913-1976) or to the experimental Sir Michael Tippett (1905-1998).
    This is the principal board of English contemporary music: of course there are lots of different groups and individuals who derive from it: authors who, even if considered less important, contributed to the great amount of the twentieth century production; it seems that Nature wanted to fill up the silence lasted 150 years.
    But from now on, what shall we expect from Albion music?
    I really got surprised noticing that all the musicians I have mentioned before died quite a few time ago: Britten in 1976, Walton and Howells in 1983, Tippett in 1998. British music is young and this makes me hope it has lots of things to say during our century. The matter is in waiting. We can now define as great Vaughan Williams’ or Walton’s music, for example, because time has passed, but what about the composers of the new generations (just like Edward Gregson, born in 1945, and Richard Steptoe, born in 1953)? They are too close to us to be deeply appreciated.
    It is still too early to predict British music destiny.
    But we can surely say that this music has influenced, especially in the last years, lots of other forms of expression, just like film music, to which many English musicians as Vaughan Williams and Walton gave their support; so maybe British music language is slowly moving from art music to other fields. Then we have to consider, in my opinion, the overlap between popular (pop and rock) and art music: we are used to consider Beatles and Rolling Stones as the main source of English prestige (respectfully talking) instead of its great composers. So this contemporary presence of genres could have negatively influenced people, critics and perhaps even composers themselves. For this reason the great amount (in number and quality) of works we have had since Tippet’s death will probably remain an isolated event in the history of British music.
    We just have to keep our mind and ears wide opened, waiting for time response.

    Stefano Naimoli

    (Translated by Luigi di Nuzzo)

    Topics: General, History of Music, MUSIC | 28 Comments »

    28 Responses to “British Rule… /2”

    1. Claudia Scroccaro Says:
      maggio 25th, 2008 at 12:22

      Sicuramente Britten rimane uno dei miei compositori preferiti… sia perchè è uno dedi pochi che ha continuato a scrivere sia musica vocale che strumentale ad altissimo livello nel secondo ‘900, sia perchè il suo eclettismo e la sua freschezza dimostrano una grande genialità.
      Passatemi quest’affermazione e non prendetela come bestemmia…In qualche modo mi piace pensare che Britten sia il Mozart del ‘900.

      claudiascroccaro@musicalwords.it

    2. Andrea Barizza Says:
      maggio 25th, 2008 at 15:16

      In effetti Britten è assolutamente appassionante..
      potremmo aprire una seire di articoli slla musica ingelse..oppure su un compositore in particolare!
      di britten si parla pochissimo….
      lanciate le ide..poi organizziamo…

    3. luigi di nuzzo Says:
      maggio 25th, 2008 at 15:24

      aaaah ma allora ‘bestemmia’ si può dire!..mmh no, forse no, solo nei commenti ma non negli articoli… beh però guardate che gesù non è mica una persona superficiale, lui legge tutto eh…vorremmo forse dire che c’è più religione in un articolo che in un commento? cos’è questa discriminazione a priori? anzi questa discriminazione preliminare? tutto ciò mina lo spirito democratico di questo sito, è inaccettabile: siamo tutti uguali e abbiamo tutti gli stessi diritti, perchè non dovrebbe essere così anche per la stampa? vogliamo forse relegare gli articoli in un’ELITE privilegiata??? no, giammai. da buoni democratici, pari diritti per tutti: si censurino articoli e commenti, rispettando così la libertà di ciascuno.
      __

      ciodetto, Britten magari non è Mozart ma è sicuramente uno dei migliori del ‘900, purtroppo spesso sottovalutato. non ho però ben capito cosa c’entrino i Beatles con i compositori inglesi. in che modo avrebbero potuto offuscarne la fama? non mi sembra che De André abbia influenzato in alcun modo la popolarità di Berio, eppure ci sono molti più spunti musicali interessanti in un singolo brano di De André piuttosto che nell’intera discografia dei Beatles.

    4. Andrea Barizza Says:
      maggio 25th, 2008 at 15:30

      d’accordo con te. Credo che Stefano intendesse dire che una della cuase per cui la musica classica è in deficit di “pubblico” è la semplificazione popolare di certa altra musica che in quanto tale ha sostituito la “vecchia” musica.
      credo..

      andrea

    5. Alessandro Giammei Says:
      maggio 25th, 2008 at 15:54

      Sarebbe come dire che Defoe ha perso pubblico dopo l’uscita di Lost in prima serata, o che – per giove! – non si mangia più il buon vecchio branzino all’acqua pazza perchè quei capitalisti della findus hanno inventato gli stramaledetti bastoncini. Un po’ingenuo, mi sembra. No?
      E comunque, citando Prevert, una bestemmia vale mille libri di teologia.

      P.S.
      Eh Claudia, per questa storia del Mozart non lo so…forse ci vedrei più, non so, un MORGAN DEI BLUVERTIGO come anima della musica del 900. Britten non ha un look altrettanto accattivante, a lui accosterei qualcuno di più bruttino. Tipo…boh…frescobaldi! Che ne pensi? :P

    6. Claudia Scroccaro Says:
      maggio 25th, 2008 at 20:55

      Interessante Alessandro… forse forse apoggio la tua mozione! :-) Ovviamente era abbastanza provocatorio il mio paragone, ma forse non tutti sanno che Britten ha composto molte delle sue celebri opere già da bambino. Forse considerando la distanza storiace che li separa ed la situazione globale ai tempi di Britten però credo che non sia poi un paragone così azzardato… soprattutto per la sua vasta produzione che conta rarissimi casi già nel primo ‘900.
      Per quanto riguarda il look, certo che Morgan è il maestro…ma lui a differenza di Britten c’è arrivato al XXi secolo! ;-)

    7. Roberto Illiano Says:
      maggio 26th, 2008 at 14:25

      Il discorso sulla musica britannica nei secoli xviii e xix è oggetto di molte discussioni e molte pubblicazioni in ambito musicologico. Esistono oggi vere e proprie serie dedicate a questo argomento (per esempio la serie Music in Nineteenth-Century Britain edita da Ashgate).

      Nicolas Temperley, in un articolo del 1999, mise l’accento sul fatto che l’Inghilterra è sempre stata considerata una terra senza musica. Giudizi di questo tipo si radicarono a metà Ottocento — Robert Schumann denunciò questa situazione nel 1837 sulla Neue Zeitschrift für Musik, sostenendo che era stato sminuito il valore di autori come Field, Onslow, Potter, Bishop, e, soprattutto, Sterndale Bennett — e divennero un dogma nel XX secolo. Solo da pochi anni la musicologia internazionale ha posto le basi per una rivalutazione del fenomeno musicale in Gran Bretagna.

      Questi pregiudizi non derivavano solo da formulazioni di critici musicali, ma anche dalla bassa valutazione che gli inglesi, vittime di un certo gusto esterofilo, avevano dei loro stessi compositori. Nella seconda metà del Settecento, infatti, a Londra arrivarono moltissimi musicisti dal continente e l’attività concertistica ricevette un forte impulso da questo incremento demografico diventando, in breve tempo, la più ricca del mondo. Le associazioni e le accademie musicali private furono rilevanti per la diffusione della musica all’interno dei salotti borghesi e delle case aristocratiche; la vivacità con la quale i grandi compositori venivano in contatto con strumentisti, intellettuali e imprenditori è indice di come esse giocassero un ruolo di primo piano nella coeva società alla moda. Il gusto dell’aristocrazia inglese si modellava sulle mode e si identificava, in gran parte, con l’opera italiana o il balletto francese. E nella musica strumentale valevano le stesse regole: avevano particolare successo i virtuosi cui erano offerte maggiori possibilità in virtù dei loro cognomi.

      La musica, tuttavia, manteneva il carattere di arte decorativa: la reputazione dei musicisti e dei cantanti era molto bassa, così come la loro posizione sociale. Il mestiere di compositore si scontrava in Inghilterra con la possibilità di avere uno status sociale soddisfacente e gli interpreti erano costretti ad accontentare i gusti di una piccola nobiltà, assai poco raffinata culturalmente, che li faceva sopravvivere. Non esistevano associazioni professionali che regolavano l’iscrizione alla categoria o i pagamenti. Per la maggior parte dei strumentisti, e certamente per tutti gli orchestrali, l’affermazione professionale era puramente meritocratica. I contatti personali potevano giocare un ruolo secondario, ma la cosa principale era come gli esecutori svolgevano il loro lavoro: nelle parole di Samuel Johnson, i musicisti a Londra nel Settecento erano quelli che vivevano ‘per favore’ e, di conseguenza, erano obbligati a piacere per vivere («live to please… please to live»).

      Deborah Rohr ha analizzato il background familiare dei musicisti londinesi del periodo in questione e ha mostrato come derivassero regolarmente dal ceto medio; nell’80% dei casi anche i loro padri erano musicisti, e i rimanenti 20% erano in maggior parte artigiani o negozianti. Solo un gruppo molto piccolo di cantanti d’opera guadagnava più di £1,000 l’anno; uno strumentista, invece, fra le 300 e le 1,000 sterline. Non tutti gli artisti godevano però delle stesse opportunità e anche chi era fortunato spesso contraeva debiti per aver speso esageratamente. Il destino di tutti questi musicisti fu dunque diverso. Soltanto pochi riportarono un considerevole successo finanziario; la maggior parte, nonostante i risultati artistici e la fortunata accoglienza riscossa nel pubblico, dovette impegnarsi in altre attività rispetto al concertismo o alla composizione: alcuni si profusero nell’organizzazione della vita musicale (come Salomon, Cramer e Corri), altri si dedicarono all’editoria musicale (come Clementi, Dussek o Janiewicz) o all’insegnamento, e Giovanni Battista Viotti persino al commercio di vino…

      Tutto questo discorso per dire che il fenomeno ha motivazioni sociali complesse. Spero che questo discorso possa aprire nuove riflessioni sul fenomeno dipinto da Stefano…

    8. Claudia Scroccaro Says:
      maggio 26th, 2008 at 18:17

      Grazie mille Roberto per la chiarificazione e per il contributo! Per quel che mi riguarda hai risposto a molti degli interrogativi lasciati aperti… e risolto problemi che mi ero posta.
      Certo è molto ironico il fatto che oggigiorno l’Inghilterra è divetata la “monaco” fiscale per molti cantanti e musicisti di altissima fama internazionale!

    9. Roberto Illiano Says:
      maggio 26th, 2008 at 19:22

      Sì, è vero Claudia… oggi si è ribaltato tutto in Inghilterra…
      Ma per rispondere anche alla domanda sul perché non è conosciuta oggi la musica inglese del ‘700 e ‘800 vorrei dare ancora una considerazione.
      Fra i compositori d’origine inglese, Gorge Frederick Pinto si distingue per il grande interesse delle sue sonate. Nella sua pur breve vita (morì a 21 anni!), Pinto produsse lavori di una maturità e un’originalità sorprendenti, considerando anche il fatto che non si hanno notizie d’insegnamenti di composizione a lui impartiti. Le sonate di Pinto mostrano una profonda conoscenza della tessitura pianistica, tale da ricordare spesso l’ultimo Dussek, Schubert o Mendelssohn. Salomon affermò che se Pinto fosse vissuto più a lungo, l’Inghilterra avrebbe avuto l’onore di produrre un secondo Mozart. Eppure, a dispetto di tali giudizi, le sue musiche sono oggigiorno quasi dimenticate; e lo stesso si può dire degli altri compositori inglesi del periodo. Sicuramente deve essere compiuto un grande sforzo editoriale. Ancora oggi, per suonare o studiare la musica di Pinto, Crotch o Bennett si deve rovistare in biblioteche specializzate, in quanto mancano edizioni che possano avvicinare studiosi e musicisti a questo repertorio. E non è molto differente, tranne che per alcune opere, la situazione di compositori più famosi come Field, Dussek o Hummel….

    10. Stefano Naimoli Says:
      maggio 26th, 2008 at 20:25

      Roberto le tue informazioni sono preziosissima manna.
      E’ confortante, mi si permetta lo humor nero, vedere come il musicista “serio” che deve fare i salti mortali per vivere, sia una costante storica :D
      Battutacce a parte, il fatto che i compositori dovessero fare musica di consumo non mi convince del tutto.
      La stessa situazione si aveva in fondo anche nel resto d’Europa, eppure un Haydn c’è riuscito ad affermarsi, nonostante fosse pure sempre un servo di Esterhazy.
      Ma da queste informazioni che mi dai, un’altra iptoesi personalmente mi stuzzica di più.
      IMPIGRIMENTO.
      Impigrimento del gusto.
      Se mi arriva musica “à la page” dal vecchio continente, che bisogno ho io di crearmi un mio stile?
      E vivo di musica “altrui”, passivamente, ma
      l’importante era segnalarsi socialmente attraverso la musica.
      Mancavano, oltre che i talenti, proprio le condizioni mentali e sociali, per creare la british music. Non c’era, in soldoni, voglia di farla.
      Però, e questo lo si vedrà a posteriori con la ricerca e l’opera di Hols e Vaughan Williams, a livello popolare, c’era una messe di musiche e di canti incredibili. E difatti il 900 inglese li riprenderà.
      Chioso con un grido di dolore: qui in italia di pubblicazioni sulla musica inglese si contano sulle dita di una mano, monca, con l’artrite.
      E anche far arrivare i libri dall’estero è estenuante.
      Non voglio fare il polemico, ma se dobbiamo continuare a campare di Metastasio e il Melodramma dell’800, la musicologia italiana ben presto sarà una landa desolata.

    11. Stefano Naimoli Says:
      maggio 26th, 2008 at 20:38

      Andrea ha centrato il punto quando ho tirato in ballo i Beatles e i Rolling Stones.
      Alessandro, posso capire che è troppo semplicisitico, ma proa a chiedere in giro quanto conoscono Lost, e quanti conoscono Dafoe ;)
      Il fatto che sia troppo semplice non vuol dire che sia sbagliato
      “Entia non sunt moltiplicanda praeter necessitatem” ;)
      Prima della riproducibilità dell’opera d’arte (aka disco), prima dell’avvento dei generi di easy listnenig, o conoscevi (in tutti i sensi) quella musica, oppure semplicemente eri tagliato fuori.
      C’è poco da fare ;)

    12. Roberto Illiano Says:
      maggio 26th, 2008 at 22:09

      Caro Stefano,
      credo che a Londra nessuno avesse il tempo per ‘impigrirsi’. Nel corso del XVIII secolo Londra ebbe un grande sviluppo commerciale: la maggiore disponibilità economica favorì il moltiplicarsi delle possibilità di svago e anche l’attività concertistica ricevette un forte impulso. Ogni sera, in città, vi era la possibilità di scegliere fra un concerto o un’opera. La musica era il giusto complemento a cene e feste. Il ruolo di Londra, riconosciuta come uno dei più importanti centri musicali d’Europa, cresceva in rilevanza di anno in anno e la fama della città si espandeva progressivamente sul continente, anche in virtù del grande numero di case editrici e stamperie, cui i molti artisti presenti in città potevano rivolgersi.
      La fitta rete di rapporti internazionali tra mecenati e musicisti al loro servizio, tra editori e compositori, tra impresari e interpreti era molto complessa.
      È ingiusto dire che non c’erano talenti… ce n’erano eccome. Fra pochi giorni uscirà il prossimo numero di Ad Parnassum dove c’è un bellissimo articolo di Rohan H. Stewart-MacDonald che parla per esempio del sinfonismo di Clementi in parallelo con i coevi compositori inglesi Samuel Wesley (1766-1837), William Crotch (1775-1847), Cipriani Potter (1792-1871), George Macfarren (1813-1887) e William Sterndale Bennett (1816-1875)… tutti compositori di grande classe.
      Il discorso va forse contestualizzato nel periodo storico. Nel 1799 George August Kollmann scrisse di non aver trovato un particolare stile nazionale in Inghilterra, dove risiedevano alcuni dei più grandi musicisti provenienti da tutte le nazioni e dove, di conseguenza, le espressioni artistiche erano così assortite da lasciare difficilmente spazio allo sviluppo di un linguaggio peculiare inglese. Ma tale immigrazione a cosa era dovuta? Hai ragione quando parli di Haydn… ma in Inghilterra non si trovavano più mecenati come gli Esterhazy. Nell’arco temporale che intercorre tra l’ancien régime e la Restaurazione, le monarchie assolutistiche cedono il passo alle contese liberali borghesi, le città aprono le proprie mura agli orizzonti sempre più ampi del commercio e dell’industria, si attua una progressiva conversione di comunità rurali in comunità urbane e si assiste alla nascita di nuove classi sociali legate alle categorie del lavoro. La corte, quale sistema socio-economico stabile, inizia a essere sostituita da processi di apertura e liberalizzazione delle professioni e dei relativi sistemi ‘produttivi’. Così, nello scenario musicale, lo sviluppo di spazi pubblici di fruizione alternativi alla corte influisce drasticamente sul sistema di produzione, modificando i limiti sensibili tra la sfera pubblica e quella privata, e i rapporti tra produzione-fruizione…

    13. Stefano Naimoli Says:
      maggio 26th, 2008 at 22:59

      L’immagine è sicuramente quella di una città attiva. Ma ho la sensazione che sia sempre una luce riflessa di quello che avveniva in Europa. Molta produzione, va bene, ma quale peculiarità rispetto alla musica che circolava nel continente?
      Per quanto possa essere ricca, il concetto di musica inglese come musica peculiare tra Purcell e i primi del 900, praticamente sparisce.
      Lo stesso Thomas Arne (1710-1778), che compose “Rule Britannia”, se andiamo a stringere altro non era che un epigono di Handel.
      Credo la chiave del cambiamento musicale in Inghilterra, il punto dove nasce il germe del cambiamento, sia da ricercarsi altrove.
      Forse, ma è una mia sensazione, dopo la caduta di Napoleone. Se consideriamo che Napoleone è morto nel 1821, e l’Età Vittoriana comincia nel 1837, credo che le condizione adatte per la nascita della british music, vadano a crearsi in questo lasso di tempo.

    14. Roberto Illiano Says:
      maggio 26th, 2008 at 23:33

      Caro Stefano, non dobbiamo per forza cercare una peculiarità ‘nazionale’… Quale peculiarità ha la musica di Haydn rispetto a quella di Boccherini? La stessa di Clementi rispetto a quella di Pinto o Bennett… Spesso si offre come unica forma possibile e legittima di identità culturale quella basata sulla nazione. In un articolo del 2004 su Clementi e Haydn, Federico Celestini scriveva “Come ogni storiografia, anche quella musicale è una ricostruzione del passato volta alla costruzione di un’indentità culturale. Un’identità culturale che, nel XIX e nel XX sec. è stata pensata in Europa prevalentemente, spesso violentemente, nella forma della ‘nazio-ne’. Come affermava giustamente Dahlhaus […] è difficile dire se Clementi sia divenuto un inglese o meno, con certezza si può però ritenere che egli fu un ‘londinese’ […] Diviene così evidente che, all’interno di questa prospettiva storiografica, non si tratterebbe di stabilire se Clementi sia più o meno ‘classico’ di Haydn, ma, piuttosto, di analizzare a fondo la cultura musicale di cui egli è portatore, di coglierne i tratti fondamentali, di capire e, magari, rispettare, per così dire, la sua alterità musicale.”
      Ecco… questa mi sembra essere la giusta prospettiva storica…:)

    15. Stefano Naimoli Says:
      maggio 26th, 2008 at 23:58

      Ma non è solo un tratto geografico quello che intendo.
      E’ proprio un sentire estetico, non so se riesco a spiegarmi.
      E ho qualche dubbio che un Clementi o un Bishop potessero avere un sentire estetico simile.

    16. Claudia Scroccaro Says:
      maggio 27th, 2008 at 09:30

      Vedo che la discussione ha preso dei toni per i quali purtroppo non sono preparata…per cui probabilmente non farei altro che incorrere in incresciose gaffe. Però avrei una domanda-osservazione da porre sia a Stefano che a Roberto:
      per quel che mi riguarda, ho sempre saputo che l’Inghilterra ( e Londra in particolare) è stata da metà ‘700 in poi la capitale mondiale dell’industria musicale…. Roberto ha descritto bene le motivazioni socio-culturali per cui la musica British di quel periodo non è mai stata considerata finora…e Stefano, per motivi estetici, tende a non identificare (o non accettare) determinati autori perchè troppo “globalizzati”.
      Quello che mi chiedo è questo: quanto può aver influito il mercato dell’industria musicale sulla storia della musica Inglese?
      Perchè da quello che mi è parso entrambi non negate che per un certo periodo i compositori nativi inglesi non hanno prodotto musica di stampo ‘nazionalista’. Stefano lo identifica come ‘carenza’, mentre Roberto come fenomeno storicamente determinato.
      Però volevo far presente a Stefano che in quel periodo storico forse in nessun angolo d’Europa la musica ha mantenuto uno stampo “nazionale”… In questo la spiegazione di Roberto è assai dettagliata e argomentata.
      Capisco ( e conosco) la passione di Stefano per un determinato tipo di musica…per cui non mi stupisco del suo ardore nell’affermare un dispiacere nel constatare che anche nell’isoltata ed isolazionista Inghilterra il classicismo viennese abbia preso il sopravvento!
      Ma fa parte della storia del mondo…

    17. Federico Preziosi Says:
      maggio 27th, 2008 at 11:23

      Finalmente sono riuscito a leggere l’articolo! Per me è un punto di partenza, nel senso che non capisco nulla di musica inglese (ad eccezione dei Beatles, dei Rolling Stones e tutta quella roba lì… fantastica!), però trovo che sia davvero paradossale che i compositori inglesi abbiano trovato poco spazio nella loro madrepatria, uno dei centri musicali più importanti al mondo.
      Vorrei rivolgervi però una domanda. Io sono un appassionato di musica rock in generale: mi chiedo se il gusto inglese sia percepibile in alcuni brani, soprattutto quelli progressive dei primi anni ‘70. Mi riferisco ad Atom Heart Mother dei Pink Floyd, oppure In the court of the Crimson King dei King Crimson, Fragile dei Yes, Selling England by The Pound dei Genesis. Ve lo chiedo per tracciare una linea di continuità tra musica colta e quella maggiormente fruibile (anche se oggi un brano come Atom Heart Mother è tutt’altro che fruibile!).

    18. Roberto Illiano Says:
      maggio 27th, 2008 at 11:28

      Sono d’accordo con Claudia quando dice che parlare di estetica musicale inglese in quel periodo è azzardato tanto quanto parlare di estetica musicale ‘italiana’…
      Per quanto riguarda la domanda di Claudia su quanto può aver influito il mercato dell’industria musicale sulla storia della musica inglese, beh direi moltissimo. Siamo in un periodo di cambiamenti drastici in cui si inventa quello che è il concerto moderno di lavoro.
      Negli ultimi decenni del ’700 Londra divenne il maggior centro per la fabbricazione di pianoforti e anche il luogo nel quale emergevano le maggiori innovazioni tecniche. Questi fattori, uniti a una vasta rete editoriale, attraevano in città molti musicisti in cerca di fortuna. Anche lo scoppio della Rivoluzione francese spinse molti musicisti a emigrare dalla Francia verso l’Inghilterra.
      John Fielding, nel 1776, descriveva Londra come un immenso magazzino di uomini, soldi, cavalli e ogni tipo di generi necessari e superflui all’uomo. Certamente vi è un po’ di esagerazione nelle sue parole, ma indubbiamente l’Inghilterra del tempo possedeva un settore manifatturiero sviluppato, una vasta rete di relazioni commerciali, soprattutto con le sue colonie, e un fiorente mercato nazionale. Londra era il quartier generale di un importante commercio, sia costiero che interno, e in città trovavano posto cantieri per la costruzione di navi e barche, essicatoi, distillerie e raffinerie di zucchero, nonché industrie tessili.
      Un altro elemento di attrazione era costituito dagli elevati compensi percepiti da diversi artisti. I più pagati erano certamente i cantanti ingaggiati, con contratto stagionale, dalla direzione del King’s Theatre in Haymarket; essi, inoltre, avevano la facoltà di tenere una serata in proprio onore e concerti nelle varie sale della città. Noti musicisti venivano spesso assunti per suonare in concerti privati, per cui ricevevano un compenso di quaranta e più ghinee, e avevano la possibilità di tenere benefit concerts, grazie ai quali guadagnavano un centinaio o più di ghinee.
      Ma come ho detto precedentemente, la musica manteneva sempre il carattere di arte decorativa e i musicisti avevano una reputazione e una posizione sociale molto bassa (differentemente da quello che aveniva invece alle corti austriache, per esempio)…

    19. Claudia Scroccaro Says:
      maggio 27th, 2008 at 13:54

      Grazie Roberto per la tua risposta….esauriente come sempre!
      Poveri musicisti! A questo punto mi viene da pensare che venissero sfruttati dagli imprendiori….il che non è molto diverso da oggi.

      federico per quanto riguarda la tua domanda… so dove vuoi parare! ;-)
      Però come dicevo prima io non sono esperta di musica inglese, per cui esorto Stefano a rispoderti (visto che conosco il suo passato!)…

    20. Andrea Barizza Says:
      maggio 27th, 2008 at 14:13

      che scheletri hai stefano?

    21. Stefano Naimoli Says:
      maggio 27th, 2008 at 14:21

      Eh?

    22. Andrea Barizza Says:
      maggio 27th, 2008 at 14:23

      Quoted:
      “federico per quanto riguarda la tua domanda… so dove vuoi parare! ;-)
      Però come dicevo prima io non sono esperta di musica inglese, per cui esorto Stefano a rispoderti (visto che conosco il suo passato!)…”

      …che scheletri hai…!?? ahahhah

    23. Stefano Naimoli Says:
      maggio 27th, 2008 at 14:35

      in realtà sono figlio illegittimo della regina d’inghilterra, qui in incognito per fare un’opera di proselitismo sulla musica classica inglese. :)
      cercando di riprendere le fila del discorso: è vero che nel settecento e prima metà dell’ottocento non era possibile parlare di estetiche peculiari o nazionali, ma basta vedere qual’era la la situazione politico-geografica di allora.
      L’Inghilterra, anche per quell’isolamento geografico a cui mi riferivo, non ha mai dovuto render conto ad un occupante straniero, ed è per questo che trovo singolare come un sentire nazionalistico da parte degli Inglesi sia stato così tardivo, musicalmente parlando.
      E penso che storicamente, la sconfitta del nemico di sempre Napoleone, può aver dato il via a questo sentire.
      Comunque mi fa piacere non sentirmi più solo a parlare di questa musica.

    24. Federico Preziosi Says:
      maggio 27th, 2008 at 16:21

      eh Caludia, mi sa che vi pizzicherò ancora su questa questione! :)

    25. Claudia Scroccaro Says:
      maggio 27th, 2008 at 17:07

      Si! Devi!
      Ma stefano no ha risposto al mio appello … forse non mi sono spiegata bene!!! Stefano, ti esorto di nuovo: rispondi alla domanda di Federico, per favore?!?!?

    26. Stefano Naimoli Says:
      maggio 27th, 2008 at 17:30

      Per rispondere a Federico: è una domanda che personalmente non mi son mai posto, quindi vedo di poter rispondere adesso.
      Secondo me non possiamo mettere a confronto due musiche di livello diverso, pur essendo della stessa aria geografica. Sono fenomeni sociali diversi, con motivazioni diverse. La vedo un po’ come sommare le mele con le pere.
      Ma forse possiamo metterle a confronto con musiche dello stesso livello, ma di altri paesi.
      Quindi, se tu mi chiedi se all’interno di fenomeni musicali “popolari” degli anni ‘70, comunque il gusto inglese si segnali rispetto a fenomeni musicali nati in altre latitudini, allora la risposta è SI, senza ombra di dubbio.
      Secondo me nella “popular” music Inglese anni ‘70 si faceva sperimentalismo notevole per quell’ambito musicale. E tutti gli altri gruppi di altre aree geografiche non facevano che rifarsi a questa sorta di “capiscuola”.
      Ovviamente posso aver detto una serie di fesserie indicibili, visto tra la’altro che dei dischi da te citati, conosco solo quello dei Pink Floyd.

    27. Sound Review » British rule: analisi della musica inglese tra ‘800 e ‘900, su Musical Words Says:
      maggio 30th, 2008 at 18:14

      [...] British rule… | prima parte – British rule… | seconda parte Archiviato in: Classica, Compositori, Novecento, Ottocento, Saggi, WWW da Sound Review @ [...]

    28. British rule: analisi della musica inglese tra ‘800 e ‘900, su Musical Words | Idranet Says:
      ottobre 19th, 2008 at 23:54

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