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    Ralph Vaughan Williams…/3 (1/12)

    By Redazione Musica | novembre 6, 2008

    (…Continua)

    III

    Il 1907 segna un altro passo importante di Vaughan Williams verso il raggiungimento del suo stile: tre mesi a Parigi, a perfezionare i suoi studi di orchestrazione con Ravel.
    E’ proprio il periodo 1904-1907 che segna il passaggio graduale dalla fase giovanile a quella “media”, della vita artistica di Vaughan Williams. Un passaggio che vede il formarsi del suo linguaggio musicale, attraverso anche il recupero dei modi della musica liturgica e delle di quella folkloristica, e dell’acquisizione di una sua propria tecnica di orchestrazione, con cui l’orchestra di Vaughan Williams si colloca a metà strada tra l’opulenza massiccia di Richard Strauss, e le timbrica sfumata, liquida e sgargiante di Debussy. Tutte i grandi lavori di Vaughan Williams cominciano a vedere la luce proprio in questo periodo: la Fantasia on a Theme by Thomas Tallis è del 1910, così come la prima sinfonia; il ciclo di Songs On Wenlock Edge è del 1909, il Phantasy Quintett del 1912, la Messa è del 1922, il primo concerto per strumento solista ed orchestra risale al 1924-25, così come la prima opera teatrale, Hugh the Drover è del 1910-20.
    Solo una cosa mancava a Vaughan Williams per raggiungere la piena maturità artistica: una sua poetica, frutto di una riflessione e di un’esperienza personale che potesse poi essere trasfusa nella sua musica.
    Questa esperienza fu la grande guerra, un’esperienza non proprio facile per una persona che “odiava la mentalità militare. [...] il suo socialismo cristiano rifiutava di accettare le gerarchie” (7) . Eppure, nonostante questo, durante questi anni è il primo a sollecitarsi per il prossimo: prima è volontario nel servizio medico dell’esercito, in Francia, poi in Grecia. Da questo periodo maturerà la poetica di Vaughan Williams: nessuna religione o morale imposta dall’alto, ma l’uomo come pellegrino, naturalmente predisposto al male, ma anche capace di redimersi, con l’esperienza, al bene. Questa visione sarà alla base di quattro delle sue nove sinfonie: la terza, la quarta, la quinta e la sesta, tutte composte in un arco di tempo (1916-1947) che comprende la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, e che raggiungerà la massima espressione nella sua ultima opera teatrale, The Pilgrim Progress, che germinerà nell’arco del trentennio 1921-1951. Quindi, sebbene spesso l’argomento religioso ritorni nelle sue opere, questo non sarà mai da vedersi con l’ottica di un credente, ma risulterà una religione laicizzata, forse frutto di un certo positivismo che l’inizio del XXesimo secolo portava con se: “Non conosco nessun altro Vangelo che la libertà del corpo e l’intelletto per praticare le Arti Divine dell’Immaginazione” (8) . Questa è la “religione” di Vaughan Williams, una visione del mondo che va ad esplorare l’ “essere” umano, che tanto può consapevolmente innalzare sé stesso, quanto può consapevolmente abbrutire e degradare sé stesso, influenzata anche dall’orizzonte storico-politico che si delineava in Europa, e nel mondo, in quel periodo. E’ “la realtà di vivere, piuttosto che di esistere” (9) che si esplora, e questo spiega anche l’interesse che Vaughan Williams ha avuto per un poeta come Walt Whitman (1819-1862), tanto da utilizzare suoi testi in alcune opere, su tutte la Prima sinfonia.
    Ciò fa di Ralph Vaughan Williams un “agnostico pellegrino” (10) , un’eminenza del 900 musicale che è riuscita a coniugare un linguaggio musicale peculiare, di cui è il patriarca, con una poetica universalmente sentita, che pone l’uomo, con tutte le sue possibilità di cambiamento, come momento centrale.
    Ma d’altronde, da un pronipote di Charles Darwin (11) , che cosa ci si poteva aspettare ?

    Stefano Naimoli

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    **Note**

    7 – JOHN STEWART ALLITT: Op. cit., pag. 270

    8 – WILLIAM BLAKE in La musica classica inglese (da Bishop a Britten), di John Stewart Allitt, Edizioni Villadiseriane, Bergamo 2006, pag. 273

    9- JOHN STEWART ALLITT: Op. cit. pag. 273

    10 – JOHN STEWART ALLITT: Op. cit. pag. 294

    11 – Sua madre, Margaret Susan Wedgwood (1843-1937), era nipote di Josiah Wedgwood e Caroline Darwin, sorella maggiore di Charles Darwin. Per maggiori dettagli si rimanda al sito della RALPH VAUGHAN WILLIAMS SOCIETY: http://www.rvwsociety.com/aboutsociety.html

    Topics: 20th Century, Great Composers, History of Music, MUSIC, Ralph Vaughan Williams, Research Monograph | 4 Comments »

    4 Responses to “Ralph Vaughan Williams…/3 (1/12)”

    1. Roberto Illiano Says:
      novembre 8th, 2008 at 10:12

      Ciao Stefano,
      volevo farti i complimenti per questo speciale su Vaugham Williams, un personaggio sicuramente particolare ma ancora negletto ai più.
      Io stesso, lo confesso, conosco molto poco della sua produzione e mi incurioscisce leggere questo profilo biografico.
      Intanto ti stimolerei a dare una tua opinione sul motivo per cui la sua produzione (che non è per nulla povera) non ha fatto breccia nel Novecento. La cosa che mi ha incuriosito è per esempio vedere che dal punto di vista editoriale non esiste un’opera completa (almeno credo) e molte sue cose sono ancora manoscritte. E dal punto di vista musicologico, a parte qualche studio degli anni ‘50 e ‘60, sono veramente recenti.
      Il centenario del prossimo anno, poi, cade sfortunatamente in un anno in cui gli anniversari si sprecano (Purecell, Handel, Haydn, Mendelssohn, ecc.)… Per questo motivo questo speciale è ancora più meritevole :)

    2. Stefano Naimoli Says:
      novembre 8th, 2008 at 16:03

      Dire che non ha fatto breccia nel ‘900 non è del tutto esatto: al di fuori del territorio Inglese, è conosciutissimo anche in America e molto apprezzato anche in Germania; inutile dire quanto pesino queste due nazioni dal punto di vista musicologico.
      Qui in italia non riusciamo a sdoganare un Respighi nelle sale da concerto, che è roba nostra e sicuramente è un nome più conosciuto alle orecchie dei melomani, figurarsi un Vaughan Williams che è inglese.
      La considerazione che fai forse è più corretta messa in ambito geografico, che non cronologico. Qui in Italia siamo ancora troppo ancorati al belcantismo e alla musica austro-germanica dal classicismo fino al limitare del tardo romanticismo: dopo di che anche il 900 tedesco diventa un “hic sunt leones” anche in Italia . Bisognerebbe modificare un po’ le nostre abitudini di ascolto e evolvere gli interessi dei nostri studi musicologici. C’è stata una sorta di “feticizzazione”: importante perchè ha contribuito ad approfondire e a far apprezzere certe cose, ma invetiabilmente così si è rimasti indietro.
      Vaughan Williams è una figura che, quindi, non riesce ad interessare solo qui. Ma anche Britten, che sicuramente è un nome molto più conosciuto, non è che goda di molta più fortuna.
      Molto c’è ancora da dire su Ralph Vaughan Williams anche in patria: la Oxford University Press sta curando lo studio e la pubblicazione delle sue opere, oltre che aver pubblicato la più autorevole biografia disponibile a cura del musicologo Michael Kennedy. Da una parte una grossissima mano alla sua conoscenza la stanno dando le case discografiche: Vaughan Willaims stesso aveva capito l’importanza del disco come veicolo di conoscenza: pensa che è stato grandissimo amico di Adrian Boult e John Barbirolli, che spesso tennero a battesimo le sue opere: Boult ha inciso per la decca il primo ciclo integrale delle 9 sinfonie con Vaughan Williams ancora in vita (tranne per la nona, il compositore era morto da poco quando si iniziò a registrarla); a Barbirolli venne dedicata addirittura l’ottava sinfonia (che venne diretta per la prima volta proprio da quest’ultimo alla testa della Hallè Orchestra di manchester), e dopo la morte del compositore più volte per la Emi incise sue opere. Molte incisioni di sue opere, eseguite da questi direttor,i restano di assoluto riferimento.
      Però anche qui: come le sale da concerto devono ubbidire comunque al mercato per potersi riempire, e quindi i programmi sono stilati con un occhio più all’introito che non al proporre qualcosa di nuovo, anche la discografia deve chinarsi a queste leggi: basta vedere da Ricordi quanto sono grossi gli scaffali di un Brahms e quanto piccoli possono essere quelli Vaughan Williams (ma, come sopra, basta anche solo fermarsi a Britten).
      E’ una catena viziosa che francamente non so come poter spezzare (tranne quel poco che posso fare nel mio piccolo): forse se anche qui in Italia la musicologia alzasse poco poco la testa e iniziasse a studiare e a discutere di più di argomenti diversi da Metastasio o Verdi, le cose potrebbero iniziare a cambiare.
      Se Philipp Gossett è ritenuto uno dei massimi esperti in Rossini, non vedo perchè un Italiano non può diventare uno dei massimi esperti di vaughan Williams (o comunque di musica Inglese).
      Grazie comunque per i tuoi attestati di stima, in questo momento sono davvero manna preziosa per l’animo.

      P.S. Spero sia inutile specificare che non c’è nessun intento polemico nel mio intervento, ma solo una considerazione di chi vorrebbe smuovere un po’ le acque

    3. Roberto Illiano Says:
      novembre 8th, 2008 at 18:57

      Caro Stefano,
      non ti preoccupare, non vedo polemica bensì molto entusiasmo e questo mi fa assolutamente piacere, perché è l’unica cosa che stimola a portare avanti ricerche serie.
      Sono d’accordo con te sul discorso discografico e editoriale, ma non credo che la questione sia la ricezione in Italia.
      Io dicevo che in generale mi sembra che subisca la stessa sorte della musica inglese dell’Ottocento… riagganciandomi al post che avevi pubblicato tempo fa sulla ‘British’ music. Io non ero convinto sul cercare un’estetica condivisa, ma sono assolutamente d’accordo quando si parla di un diffuso ’snobbismo’ nei confronti della musica inglese. È come se le motivazioni che nell’Ottocento hanno portato molti a parlare dell’Inghilterra come di una nazione ’senza musica’ non fossero più state colmate e avessero condizionato molto l’attenzione anche sui compositori successivi. .
      Una domanda: quale era il rapporto di V.W. con la musica d’avanguardia europea?

    4. Stefano Naimoli Says:
      novembre 8th, 2008 at 20:42

      Vaughan Williams sicuramente subisce una forte influenza da parte dell’impressionismo d’oltre manica nell’uso della tavolozza orchestrale. Non di rado si trovano delle analogie molto forti con Ravel (con cui aveva studiato) ma anche con Debussy: la terza e la quinta sono esempi clamorosi a riguardo tanto che se non ci fossero tratti peculiari suoi come l’uso di folksong o della modalità sembrebbe veramente, al primo ascolto, musica che sa di Francia.
      A partire dal 1930 circa il suo linguaggio muta, o meglio: aggiunge un’altro elemento: se il colore resta sempre impressionista, il costrutto diventa espessionista. Elementi se ne percepiscono fuvggevolmente già nella seconda sinfonia (1911), ma a partire dal 1930 comincia ad essere una caratteristica organica della sua musica (che tutta via mantiene le sue caratteristiche peculiari). E non parlo di un espressionismo qualunque: parlo di un espressionismo alla Bartok. Non mi risulta ci siano mai stati contatti diretti tra i due, eppure la musica di Vaughan Willams, dal 1930 fino alla fine (quindi tutta la sua fase matura) mostrerà dei tratti ritmici e percussivi che sembrano venire proprio dalla musica del maestro ungherese. E’ quel senso di selvaggio, quel senso della terra primordiale e brutale che ritroviamo: e non è un caso che caratterizzerà opere comprese tra la fine della prima e la fine della seconda guerra mondiale: esperienze che lo segnarono profondamente.
      In ogni caso tutte queste influenze sono calate nel suo credo estetico: per cui non abbiamo delle copie sbiadite, dei cloni musicali, ma qualcosa di assolutamente unico e nuovo. Vaughan Williams non diventa un epigono di…Lui ri-crea quegli elementi.
      Per quanto riguarda lo “snobbismo” verso la musica inglese: si mi fa sorridere questa considerazione di una nemesi di un secolo scontata anche dall’altro, però non hai tutti i torti. Gli inglesi sono molto orgogliosi della loro musica del ‘900 e ti ripeto: in America e Germania è molto apprezzata. Certo nel ‘900 qui in Europa abbiamo avanguardie e scuole: in Inghilterra no. Abbiamo una corrente estetica che è quella del “pastoralismo” ma non una scuola nè una avanguardia. Il compositore era freelance: nel senso che non doveva patteggiare con nessun altro il suo credo estetico, ma lo faceva basta.
      Chissà, forse se fosse esistita una Scuola di Londra, così come c’è stata una Scuola di Vienna, il giudizio nel resto d’Europa sarebbe stato diverso.

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