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    Glavx, a Companion…/3

    By Redazione Lettere | novembre 8, 2008

    (…Continua) IV. La filosofia come sapienza quotidiana

    Da tutto quanto detto dovrebbe risultare ormai chiaro come la rivista che abbiamo in mente non debba limitarsi a raccogliere contributi occasionali provenienti da ambiti di ricerche già avviate, ma impegnarsi, senza alcuna pregiudiziale di orientamento filosofico, e anzi valorizzando al massimo ogni ricchezza di impostazione (orientamenti diversi ci sono ovviamente nello stesso gruppo redazionale), lungo una linea di ricerca che si mantenga costante nel tempo. L’idea di fondo è quella di andare raccogliendo materiali per una sorta di archivio mirato allo sviluppo di una definita problematica : quella dell’originario significato sapienziale della filosofia.
    Proveremo a illustrare questo termine dicendo che la filosofia è stata, e bisognerebbe vedere fino a che punto può continuare ad essere, una scienza universale, concreta, popolare. Ma anche questi termini, per l’estrema variabilità delle loro accezioni, richiedono a loro volta una spiegazione.
    E’ stata una scienza universale nel senso che, assumendo quale proprio oggetto statutario l’esperienza nella sua totale apertura fenomenologica e virtualità logica, si è occupata per principio di qualunque cosa, e non soltanto, come sempre più è andato accadendo, di un gruppo selezionato di problemi specialistici, oltre a tutto sempre più lontani dal pensiero e dal linguaggio comune.
    E’ stata una scienza concreta, legandosi intimamente alla “saggezza” come guida alla vita, ossia non limitandosi a descrivere il mondo con percorsi concettuali sempre più sofisticati, ma indicando, in quel mondo così costituito, la prassi quotidiana orientata alla “felicità”, ossia allo stato soggettivo corrispondente alla realizzazione dell’intima finalità dell’essere umano.
    E’ stata una scienza popolare, sia pure questo termine da intendersi in un’accezione molto particolare. Non si vuol dire infatti che in un qualche tempo passato tutti padroneggiassero le sue costruzioni, fin dall’inizio notevolmente complesse e difficili, e nemmeno che essa fosse granché diffusa tra la gente comune. Vuol dire però che c’è stato un tempo, ed anche molto lungo, nel quale, all’affiorare dei massimi problemi (in una difficile situazione di vita o semplicemente al termine di una cena, bevendo o passeggiando insieme, scontrandosi in una discussione politica), il pensiero correva subito al “che cosa ne dicono i filosofi”. E quelle massime e sentenze, ancorché accozzo scombinato e sincretico di temi platonici, peripatetici, stoici o scettici soltanto orecchiati, era ancora quanto di meglio la coscienza popolare riteneva che la cultura offrisse all’esistenza umana. La filosofia aveva allora ancora integra la sua valenza di quotidianità, di sapere autonomo argomentativo volto alla ricerca della verità condivisa nel seno di una comunità etica.
    Una scienza di questo genere ha ben poco da un lato dei percorsi rarefatti, formalizzati e iperspecialistici delle più recenti epistemologie, dall’altro delle raffinate e talora cifrate ricognizioni nelle contrade dell’ermeneutica. E’ una scienza il cui oggetto è sbalzato a tutto tondo, fatto di plastica sostanzialità, costruito con la scrupolosità artigianale di un muratore che adopera il filo a piombo, la bolla d’aria e la squadra per costruire case solide ed abitabili, di un calzolaio che sceglie cuoi e pelli, quindi taglia e cuce, incolla e inchioda e ribatte perché con quelle scarpe ci si possa davvero camminare. Una scienza così fatta è per la vita ciò che la grammatica è per lo scrivere correttamente o l’aritmetica per il far di conto, ossia qualcosa di solidamente e quasi rudemente primario, e non una suggestione che spira da giardini incantati.
    Questo non significa, naturalmente, che una tale valenza della filosofia debba essere invocata contro questi più raffinati e complessi itinerari che oggi occupano largamente il campo, e certo non significa neanche che i creatori di questi itinerari non lavorino con quello stesso scrupolo da buoni artigiani che qui viene rivendicato in positivo. Significa invece che, se l’effetto di queste modalità filosofiche è, per il lettore comune, quello dei giardini incantati, ciò accade perché di questi itinerari sembra smarrito o almeno lasciato in ombra il luogo di partenza, ossia la scienza filosofica, nella sua peculiare fisionomia e nella sua intrinseca normatività. E poiché in interstizi sempre più ampi di questo variegato procedere si va da molto tempo mettendo in questione che una tale scienza alla fin fine esista, o quanto meno che abbia ancora una qualche attualità, si va anche profilando la situazione paradossale in cui l’imponente ricchezza del pensiero filosofico contemporaneo non riesca più nemmeno ad essere concepita come tale, ossia come ricchezza, perché viene meno l’unità per cui questa molteplicità è appunto una molteplicità, ossia una ricchezza. Il luogo desolato e sottilmente inquietante che sembra schiudersi è quello della dissipazione.
    Parlando della valenza sapienziale e quotidiana della filosofia intendiamo dunque parlare prima di tutto e semplicemente della filosofia, della filosofia come tale, nella sua semplice e potente fisionomia di scienza che ha come metodo la necessità razionale e come fine la verità. E’ l’esistenza e l’attualità di una tale scienza che qui si va affermando senza ambiguità, contro – questa voltà sì – le molte illazioni sulla sua fine, sul suo tramonto storico, sulla sua risoluzione in altro.

    (Per leggere la Prima parte, Clicca Qui!
    Per leggere la Seconda parte, Clicca Qui!
    Per leggere la Quarta parte, Clicca Qui!)

    Per il Comitato Scientifico, Antonino Postorino

    *

    Topics: Editorial Collaboration, Glavx, Journals, LITERATURE, Philosophy | 1 Comment »

    One Response to “Glavx, a Companion…/3”

    1. Glavx, a Companion…/2 | Musical Words Says:
      novembre 8th, 2008 at 09:01

      [...] Glavx, a Companion…/3 [...]

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