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    Voces… Yesterday and Today!

    By Redazione Musica | novembre 20, 2008

    La Redazione è felice di pubblicare la presentazione dell’ultimo libro dell’illustre studioso Maurizio Bettini. Il post è a cura di Paolo Bertini.

    **

    Voci. Antropologia sonora del mondo antico
    Bettini Maurizio

    € 24,00
    2008, XII-309 p., ill., brossura
    Einaudi (collana Saggi)
    ***

    E l’uomo diede voce agli animali…
    Nell’ultimo libro di Maurizio Bettini un’analisi tanto meticolosa quanto piacevole dell’antropologia sonora nel mondo antico

    …Quello degli animali è un linguaggio dimenticato, smarrito, che si manifesta solo in certi momenti, solo a certe persone. Come quello di profeti o estatici. E’ un linguaggio oscuro, addirittura vincolato dal segreto, ma esiste e si manifesta per brandelli sonori… Sono parole poste al termine dell’ultimo libro di Maurizio Bettini, docente di filologia classica all’Università di Siena, spesso docente ospite negli atenei statunitensi, autore di racconti di successo e collaboratore culturale di quotidiani nazionali; si tratta di: Voci: antropologia sonora del mondo antico (Torino 2008, Einaudi, 309 pp.= 221 + appendici, quattro tavole fuori testo e quattordici figure bn, € 24,00).
    Come nel precedente, interessantissimo Nascere: storie di donne, donnole, madri ed eroi (1998), l’autore riprende uno dei temi preferiti all’interno dei suoi vasti interessi: il mondo naturale, in particolare quello degli animali, visto con gli occhi dell’uomo antico – soprattutto latino e greco, ma non solo. Si vuole vedere come l’uomo entrasse in dialogo con le voces degli animali, interpretandole e dotandole di un “senso”: si cerca, insomma, di comprendere l’antropologia del linguaggio animale.
    Onomatopee, uomini che imitano animali, animali che imitano uomini fornendo gli uni agli altri, ripetendo frasi metriche e musicali ben definite, su su fino a cantare ammonizioni, creare storie, narrare miti….
    Il primo aspetto che colpisce è la consumata abilità di organizzazione linguistica (l’inizio della esperienza didattica del giovane Bettini fu la cattedra di grammatica greca e latina all’Università di Pisa): su che basi l’uomo chiama i versi degli animali? Ancora onomatopee, analogie con altri suoni, derivazioni da credenze superstiziose, comportamenti che si fanno “voce” (ad esempio l’orso che saevit), etc.
    Un’altra – a parere di chi scrive importantissima – caratteristica positiva del libro è la presenza, accanto a numerosissime e originali testimonianze del mondo greco/latino, di spunti ebraici, giudaico-cristiani, medioevali e moderni, e ancora di suggerimenti tratti dalla etologia contemporanea e dalla musica del ‘900, contravvenzione felice a quella proibizione di avvicinare mondi la cui estraneità fu imposta da blasoni ormai deboli, ma ancora privilegiati in ambiente universitario e scolastico. Per questo, fa un po’ dispiacere che uno studioso così esperto e originale parli ancora di “radice indoeuropea” (p.101)… ma avviene una sola volta, “di riflesso”, e siamo sicuri che è per brachilogia e per favorire la comprensione di chi legge.
    La ricerca, condotta meticolosamente ma con lo stile piacevole e dialogico tipico di MB, si sviluppa per 221 pagine su dieci capitoli (particolarmente interessante, per i musicisti, il settimo). Molto funzionale la scelta di porre in appendice non solo le note e una ricca bibliografia, ma anche specifici approfondimenti, lasciando così al lettore la scelta per un atteggiamento filologico professionale, o di curiositas suggerita da interessi antropologici e musicali.

    Al termine, si può avere con l’autore un’idea ricca e variegata quanto ben definita di come l’uomo antico interpretava e “viveva” la voce degli animali. A tale proposito Bettini individua quattro scopi principali: veicolare simboli, emettere brevi messaggi “umani”, elaborare discorsi, fornire insegnamenti e profezie. Insomma: un libro indispensabile per chi ama una pratica realmente aggiornata del mondo antico, e certamente utile e piacevole per chiunque si occupi di significato dei “suoni” a tutti i livelli.

    *                                                                             *                                                                          *

    Abbiamo posto all’autore (con cui chi scrive ha avuto la fortuna di laurearsi – purtroppo ormai più di venticinque anni or sono!) alcune brevi domande, alle quali ha cortesemente risposto:

    1. che cosa l’ha spinta maggiormente a dedicare la sua ricerca a questo tema?

    Difficile dirlo. La curiosità linguistica, forse, che nei miei studi ha sempre svolto un ruolo importante. Quelle liste di antiche voces degli animali, tramandateci dai grammatici antichi, con le loro bizzarre sequenze fonetiche e la loro ricchezza metaforica, mi attiravano molto. Ma soprattutto direi che a spingermi è stata la curiosità antropologica. Mi è parso infatti che gli antichi “suoni” potessero costituire una preziosa finestra per penetrare in una cultura ormai irrimediabilmente lontana da noi, come quella antica. Debbo precisare infatti che a me, della cultura antica, hanno sempre interessato i lati meno consueti, e soprattutto meno conosciuti. Quando si parla dei greci e dei romani – e ormai se ne parla sempre meno – gli argomenti sono infatti sempre gli stessi: la loro letteratura, che ancora si studia in alcune delle nostre scuole; poi certi personaggi chiave, come Alessandro e Adriano (quest’ultimo è terribilmente alla moda …); poi la loro organizzazione politica, se quella dei greci era o meno una vera ‘democrazia’ e se hanno davvero fondato la nostra. Temi ormai standardizzati, che forse favoriscono il dialogo o la scrittura, dato che un po’ tutti ne sanno o credono di saperne qualcosa; ma che hanno il demerito di mettere in ombra tanti altri interessantissimi aspetti della cultura antica di cui non si parla mai. Ho pensato che le “voci” degli animali fosse uno di questi: perché attraverso le antiche registrazioni di queste vocalità tornano a noi leggende, miti, credenze, e soprattutto atteggiamenti verso gli animali che presentano ancora un grande interesse. L’animale c’è sempre stato, accanto all’uomo – vedere il rapporto che i nostri antichi hanno tenuto con questi compagni della nostra vita, per tanti aspetti così diverso dal nostro, è stata davvero un’esperienza appassionante.

    2. quali parti del suo libro, e della cultura antica in genere, le sembrano più vicine alla sensibilità musicale contemporanea, e quali più lontane?

    Direi soprattutto il capitolo sugli “uccelli / poeti” e quello dedicato al poeta Alcmane. In essi cerco infatti di mostrare che gli antichi credevano nella convergenza fra il canto degli uccelli e la poesia / musica degli uomini (per i greci non esisteva poesia senza musica). In questo modo essi hanno aperto una strada che conduce fino a Stavinskij, a Messiaen, a tanti altri musicisti che hanno ‘aperto’ le loro composizioni alle sonorità provenienti dal mondo della natura. Lei mi chiede della distanza, invece? Beh, la principale, e la più incolmabile, consiste nel fatto che non possiamo farci la benché minima idea di come i compositori antichi realizzassero i loro propositi musicali. Purtroppo della musica antica non è sopravvissuto praticamente nulla.

    3. la natura e gli animali sono al centro di forti interessi nella nostra epoca: trova questo un atteggiamento positivo e diffuso, o una “moda” per appassionati soltanto?

    E’ sicuramente un atteggiamento positivo. La nostra era, sia pure in mezzo a mille contraddizioni, anche tragiche, è un’era che appare molto sensibile al riconoscimento dei “diritti”. Lo facciamo con i diritti umani, prima di tutto, e man mano – anche sul piano giuridico, ma non solo – lo stiamo facendo anche nel campo dei diritti degli animali, ossia riconoscendo loro un posto diverso all’interno della società umana. Riconosciamo insomma, sia pure a fatica, che il maiale non è solo una massa di carne che ha un’anima solo a mo’ di sale, come diceva Crisippo, per impedire che marcisca; ma qualcosa di molto più vicino a noi di quanto non possa esserlo un salame ambulante. Naturalmente questo non ci impedisce di continuare a mangiarne la carne, sono le contraddizioni tipiche di questa nostra era – sbandieriamo diritti umani a tutto andare, e poi torturiamo ad Abu Ghraib o massacriamo migliaia di civili con bombe intelligenti – ma c’è comunque da sperare che si sia messo in moto qualcosa. Forse i nostri nipoti, o bisnipoti chissà, vedranno effetti concreti di questi cambiamenti culturali.

    4. negli ultimi decenni le possibilità di riscoprire e studiare le caratteristiche, anche tecniche, della musica antica hanno fatto discreti passi avanti, sia fra i musicologi che fra i classicisti: terminata una ricerca come la sua, che predilige l’aspetto antropologico e “poetico” di tale oggetto, pensa che noi oggi siamo in grado almeno di intuire la sensibilità musicale-poetica degli antichi, o è un orizzonte del tutto perduto, che si può descrivere solo in quanto studio e non almeno in parte “rivivere?”

    Come dicevo questa è la vera, grande distanza che ci separa dalle sonorità antiche: la perdita, a mio avviso irreparabile, della possibilità di riprodurre la musica greca e romana. Gli antichi non ci hanno lasciato partiture, solo teorie, purtroppo, e con le teorie si va poco avanti in musica. E’ come se uno studioso del XXX secolo si trovasse a disposizione non le partiture di Schubert o le registrazioni di Giulini, ma solo il Trattato di contrappunto e fuga di Dubois o la Filosofia della Musica di Th. W. Adorno. Che idea potrebbe farsi della musica cosiddetta ‘classica’ del XIX o XX secolo? Molto parziale, come minimo. Il fatto è che, anche nel territorio della musica, la cultura antica ci mette di fronte a una profonda “manque”, a un vuoto, una tenebra: che come tale, però, è anche estremamente attraente. Da secoli cerchiamo di gettarvi almeno qualche scintilla di luce, e questo costituisce per me il significato più profondo dei nostri studi.


    Paolo Bertini

    Topics: Books, MUSIC, Review | No Comments »

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