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    Follia and Philosophy…

    By Redazione Lettere | ottobre 7, 2009

    Il seguente intervento è da considerarsi in relazione all’articolo di Paolo Barizza incentrato sulla Follia in Musica.

    *

    Musica e follia: un equivoco fonte di infiniti equivoci*

    Il tema musica e follia si presenta, sullo scenario di una cultura diciamo alla moda, come talmente determinato in maniera unidirezionale da essere anche subito lievemente sospetto. Legioni di nietzscheani, già coronati di rose e attrezzati con flauti e tamburelli, sembrerebbero non aspettare altro che questo segnale di inizio per buttare la croce addosso alla ragione e alla sua mortale coerenza col già dato, passando a celebrare il trionfo bacchico della follia creatrice, naturalmente con una celebrazione musicale. Ecco, il sospetto sta in quel naturalmente: sembra infatti che – in tutti quei circoli nei quali l’esser demodé della ragione è scontato tanto quanto l’essere à la page della follia – l’alleanza tra musica e follia sia una cosa altrettanto scontata, e addirittura che il sigillo di particolare trascendenza creativa di cui gode la musica dipenda dal suo rapporto privilegiato con la follia. Rispetto a questa tesi, così naturale da fare l’effetto di quegli sciroppi dolci destinati a nauseare in fretta, viene, quasi per puro spirito di contraddizione, da passare all’opposizione e sostenere la tesi contraria.

    Per affrontare un tale tema, d’altronde, va subito osservato che la follia come momento vitale è una determinazione talmente importante da costringere a un riconoscimento preliminare. L’idea di Erasmo da Rotterdam di dedicare il suo Elogio della Pazzia all’amico umanista Thomas More giocando sul suo cognome che richiama il greco morìa, cioè appunto pazzia, era straordinariamente profetica: Thomas More, o Tommaso Moro, ossia l’inventore dell’insula Utopia, il luogo della migliore respublica possibile, avrebbe verificato personalmente, e molto presto, quanto la respublica reale, vale a dire il regno di Enrico VIII, fosse lontano dalla tolleranza della sua Isola-che-non-c’è, e avrebbe pagato con la testa la sua radicale coerenza di cattolico nell’opporsi alle mene politico-matrimoniali del suo ombroso sovrano. Se Erasmo, nel suo libretto, sparava ad alzo zero sulla teologia saccente e paludata e invitava, come in altri suoi scritti, alla follia della croce che è scandalo per la ragione ed eterno principio di destabilizzazione delle certezze premature e arroganti, il suo amico, a cui il libretto era dedicato, se ne costituiva come testimone di incomparabile livello, ben all’altezza di quel cognome che gli aveva fruttato la dedica: opporsi ostinatamente a un re prepotente che è in cerca dell’approvazione del proprio operato, diciamolo, è notevolmente folle. Purtroppo in quel caso, anche a voler tenere fuori la questione specificamente religiosa, era anche quanto si chiede a un uomo per essere qualcosa di più dello zerbino di un altro uomo, così che talora la follia risulta essere l’unica possibile testimonianza di umanità non corrotta.

    Ciò detto ad apologia della follia, la questione è invece se essa possa accampare una giurisdizione sulla musica, come dopo Nietzsche sembra buona norma di galateo riconoscere. Tale questione però è subito complicata dal significato che intendiamo assegnare alla follia. Quella di Tommaso Moro decantata anzitempo da Erasmo, per esempio, è della stessa marca di quella con cui Socrate trangugiava volontariamente la cicuta per non fuggire la sentenza che, benché palesemente ingiusta, era pur sempre pronunciata del legittimo tribunale cittadino. Ed è lo stesso Nietzsche a contrapporre il Socrate nichilista che sceglie la morte all’irrealizzato Socrate musico che forse sarebbe potuto essere, ma che la sua mortale sapienza concettuale gli ha impedito di essere. In questo giudizio, musica e sapienza concettuale stanno da parti opposte, così che la musica si trova ovviamente dalla parte della follia vitale. Il nostro giudizio, invece, è che mai Socrate è stato così musico come in quella decisione, poiché il suo demone negatore gli proibisce di sostenere la parte di chi, incontrando faccia a faccia le leggi della città, è costretto a confessare, come leggiamo nel Critone, che sta di fatto tagliando la corda. Una tale figuraccia sarebbe, letteralmente, una stonatura, mentre l’armonia complessiva della sua vita intrecciata con la sapienza gli impone di accettare una morte ingiusta e scandalosa. La controprova della musicalità di questa scelta, che è a suo modo del genere della follia della croce, sta nella bellezza di questa follia – bellezza che, anche quando un pensatore come von Balthazar non ne avesse fatto oggetto di un’intera Summa teologica, ha come folgorato una tradizione figurativa che da Cimabue, Giotto e Masaccio arriva fino alle stravaganze di Salvador Dalì (sembra quasi sleale ricordare, in campo specificamente musicale, la Passione secondo Matteo di Bach).

    Cerchiamo allora di distinguere. C’è una follia che è potenza creatrice e che sta prima di ogni ordine, ma questa follia si estrinseca istituendo un ordine, al quale certo resta sovraordinata come il fondamento lo è rispetto al fondato, ma al quale, anche, resta legata come sua fonte trascendente, che lo supera senza negarlo, ma piuttosto realizzandolo nella sua vera essenza al di là di ogni sua cristallizzazione particolare e finita (da questo punto di vista è positivamente folle persino la giurisprudenza rispetto alla legge, l’equità rispetto alla giustizia). Poi c’è una follia che è assenza di ordine ovvero distruzione di ogni ordine dato, e questa viene dopo l’ordine e prende il suo senso a partire da esso, appunto come sua assenza ovvero come sua negazione. Se la prima follia, assoluta, è quella vitale, non sembra dubbio che la seconda, soltanto relativa, sia mortale: dove non c’è ordine, infatti, non c’è vita né possibilità di vita. Ecco: l’equivoco oggi più diffuso sulla follia sembra stare nella confusione della prima con la seconda, e più specificamente nella surrogazione della prima con la seconda.

    Che ne è dunque della musica? Non sembra dubbio che sia folle della prima follia, ma sempre solo apparentemente della seconda. Senza ingolfarci in analisi complicate, consideriamo una sola figura, quella della dissonanza. La dissonanza è solo apparentemente una negazione dell’ordine, poiché essa non solo prende senso a partire dall’ordine – ciò che fa anche la stonatura, in quanto follia relativa e distruttiva – ma, in quanto risolta, è anche vero che, su un piano assoluto, dà senso all’ordine, ossia fa apprezzare l’armonia come beatitudine raggiunta dopo il calvario della negazione. Sta qui l’astrattezza della teoria che vuole imporre, quasi fosse un atto di individualismo democratico contro ogni ordine gerarchico, la dissonanza come valore in sé. La dissonanza senza l’armonia non potrebbe neanche essere percepita come tale, e, se resta vero che essa è un concreto momento dell’armonia, è altrettanto vero che, proprio per questa concretezza, non può mai significare nulla al di fuori del suo quadro di riferimento. Da questo punto di vista, ogni rivendicazione di follia creatrice che non tenesse conto del vero significato della creazione in relazione all’ordine creato cadrebbe poi, al momento di giudicare della relazione fra elementi di quest’ordine, nella semplice stupidità di chi, riconosciuto che due unità prese insieme hanno la capacità di costituire un numero pari, rivendicasse poi democraticamente la medesima capacità per ciascuna delle due.

    Antonino Postorino

    * Il Rigo Musicale, Anno IV, marzo 2007

    Topics: LITERATURE, MUSIC, Music and Philosophy, Philosophy | No Comments »

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