Categories

Coming soon…

    No scheduled posts

    Archive

    Tag Cloud

    Meta

    Immagini, testi e contenuti audio/video su MusicalWords.it

    Il sito web www.musicalwords.it ("Sito"), e tutti i contenuti (testi, audio, video, immagini, prodotti e servizi, collettivamente nelle pagine relative) accessibili su od attraverso di esso, sono messi a disposizione degli utenti senza in alcun modo avallare gli usi che gli utenti stessi ne possano fare. I diritti riguardanti l'uso delle immagini di opere d'arte esposte in ogni pagina del Sito appartengono ai rispettivi proprietari. Chi scarica, usa o trasmette Contenuti reperiti su o attraverso il Sito non può ritenere in nessun modo assolte le competenze spettanti ai detentori dei rispettivi diritti di tali Contenuti. Il Sito web www.musicalwords.it può contenere o linkare a Contenuti creati o caricati da terze parti. I Contenuti di terze parti non rappresentano necessariamente le opinioni del responsabile del Sito nè della redazione generale direttiva né delle altre redazioni nè dei suoi collaboratori. Il responsabile del Sito non controlla, monitora, avalla o garantisce in alcun modo i Contenuti di terze parti. In nessun caso responsabile del Sito potrà essere ritenuto responsabile, direttamente o indirettamente, per danni o perdite causate o che si pensa possano essere state causate dall’uso o dal riferimento a Contenuti reperiti su o attraverso il nostro Sito. Il responsabile del Sito non si ritiene responsabile per attività dolose risultate dallo scaricamento o dall’utilizzo di Contenuti presenti sul proprio Sito web o accessibili attraverso di esso. I Contenuti presenti sul Sito www.musicalwords.it possono essere cambiati o rimossi senza notizia preventiva.


    « | Main | »

    Radio e fascismo…

    By Redazione Musica | aprile 26, 2010

    La censura radiofonica
    e la propaganda fascista*

    La storia delle trasmissioni radio(1) in quanto fenomeno perfettamente inserito e imprescindibile della quotidianità della popolazione italiana ha inizio relativamente tardi, rispetto al medesimo panorama europeo. Se le prime leggi che regolamentano l’utilizzo della radio e che ne specificano il principio del controllo pubblico risalgono al 1810, laddove si parla dello stabilimento e l’esercizio di tutti gli impianti radio a terra e sulle navi riservati al governo, bisogna attendere il 1923 per avere nuove norme in materia di regolamentazione giuridica delle comunicazioni radio e il 1924 per la nascita delle prime trasmissioni radio per il pubblico in Italia.
    Una delle ragioni fondamentali di tale ritardo è da ricercarsi nel complessivo arretrato livello di vita della società italiana; se infatti non mancavano né un adeguato livello di studi o tecnologico né un supporto forte nel campo dell’energia idroelettrica, il fenomeno radiofonico stentò a decollare, complice una certa ristrettezza e sfiducia del dibattito politico che non attribuiva molta credibilità alla funzione della diffusione delle idee e della propaganda. Tale evidente sfiducia dello Stato pesò notevolmente sui cittadini o enti che erano muniti di apparecchi riceventi e la conseguente scarsità di possibili ascoltatori impedì per molto tempo una qualsiasi attività radiofonica di rilievo.
    Il suddetto principio sarà destinato ad avere conseguenze assai rilevanti nei decenni seguenti e sarà, in un certo modo, legato alla nascita delle prime trasmissioni pubbliche radiofoniche. Infatti, sebbene il governo avesse la facoltà di accordare a qualsiasi persona, ente o amministrazione pubblica o privata, a scopo scientifico, didattico, pubblico e privato, l’autorizzazione di stabilire ed esercitare impianti di tal natura previa regolare concessione, le prime trasmissioni pubbliche rilevanti saranno date in concessione a una società legata strettamente a potenti gruppi finanziario-industriali. Il 6 ottobre 1924, infatti, l’Unione Radiofonica Italiana (URI) riesce ad avere in concessione dallo Stato la facoltà di adoperare le comunicazioni radio. Tale società rappresentava vasti interessi dei produttori dei materiali per gli impianti e per la ricezione della radiofonia: non era un’impresa sorta dall’iniziativa di un pioniere, ma si mostrava come l’emanazione di un vasto interesse commerciale delle industrie del settore e dello Stato. È da sottolineare, infatti, la vicinanza temporale tra l’emanazione del regolamento dei decreti sulle comunicazioni senza filo (13 agosto 1923) e la nascita dell’URI due settimane più tardi. Vi erano, dunque, tutte le premesse perché la concessione dei servizi radio avvenisse sulla base di un’intesa fra il potere politico e un ben determinato gruppo disposto ad assecondare le direttive governative in cambio di buone prospettive di guadagno. Lo Stato accordava all’URI la concessione esclusiva dei servizi privati di radioaudizioni circolari in Italia, giungendo alla creazione di un monopolio privato, strettamente subordinato al concetto di controllabilità da parte del governo. I contenuti delle trasmissioni avrebbero dovuto riguardare esclusivamente concerti musicali, audizioni teatrali, conferenze, prediche, discorsi, lezioni e simili. Il settore delle notizie era appositamente regolato dall’articolo 13 “Sorveglianza dello Stato”, mentre la paura di interferenze estere nella società veniva regolato dal fatto che due terzi degli amministratori e tre quarti del personale direttivo, nonché il presidente dovevano essere di nazionalità italiana.
    Osservando anche i costi che il radioascoltatore doveva sostenere per l’abbonamento, si profila un carattere selettivo da parte dell’URI, tale da incidere in maniera non indifferente sul proprio tipo di pubblico. I programmi messi in onda confermano ampiamente e coerentemente questo carattere: all’inizio prevalse il genere musicale, il più adatto a un pubblico non ancora ben definito e comunque di un certo livello sociale e culturale; in seguito, accanto alla musica trovò posto la trasmissione di notizie che, essendo un’espressione tipicamente giornalistica, comportò l’intervento diretto dello Stato. Così l’URI si servì immediatamente dei bollettini dell’Agenzia Stefani, ritenuta dal ministero delle comunicazioni e dai suoi dirigenti l’unica agenzia autorizzata a fornire alla radio notizie senza il preventivo controllo politico, essendo garantita la fedeltà agli orientamenti governativi dalla sua stessa struttura. Nel settembre 1926 l’URI estese il proprio servizio informativo anche alle notizie tratte dalla stampa e il governo, che aveva il totale controllo dei giornali, non si preoccupò di darne l’autorizzazione.
    Fino al 1928, però, il governo non si preoccupò più di tanto della funzione di propagazione delle idee che la radio portava in sé e l’URI, dunque le trasmissioni radio in Italia, fu nei limiti delle direttive statali libera di svolgere una notevole funzione culturale ed educatrice. La musica è la grande protagonista dei programmi, insieme a servizi di indole genericamente culturale che andava dal varietà letterario, alla conferenza erudita, dalla divulgazione medica al racconto di viaggi, a programmi per bambini. Nonostante la segnalazione del ministero delle comunicazioni di dedicare due ore al giorno a eventuali comunicazioni governative, di fatto lo Stato non si servì ulteriormente della radio in questo periodo. Per il governo essa è, tra il 1924 e il 1928 (dunque fino alla scomparsa dell’URI), un mezzo da controllare, non da sfruttare razionalmente. La vita dell’URI, infatti, appare così parallela a quella fase di transizione politica conclusasi con la fine delle libertà di stampa, le leggi di regime e lo scioglimento dei partiti. A differenza, tuttavia, di quanto accadde nel mondo giornalistico, la radio non subì in tale passaggio politico profondi traumi e mutamenti, in quanto i nuovi consegnatari erano in gran parte gli stessi che avevano gestito precedentemente la società radiofonica, la cui struttura era stata ampiamente controllata dal governo fin dai suoi inizi.
    Il 15 gennaio 1928 nacque l’Ente Italiano Audizioni Radiofoniche (EIAR), la nuova società radiofonica nazionale, con il deliberato proposito di compiere un’opera consona alle direttive del governo. L’assemblea di costituzione era infatti stata preceduta da un pubblico annuncio sul “Radiorario” dal titolo “Il fascismo per la radiofonia”, nel quale si sottolineava l’intervento del partito nel riordinamento della radio. Il prezzo politico di ciò fu l’introduzione di un nuovo organo, il comitato superiore di vigilanza, che doveva esprimere pareri su tutta la programmazione dell’ente. Esse venne quasi subito allargato con un provvedimento che lasciava il governo libero di scegliere sia le persone che il numero dei membri. Tale comitato fece subito indossare all’EIAR la ‘divisa fascista’, facendosi portavoce di alcuni dei caratteri essenziali del fascismo, quali la difesa dei sentimenti nazionali, l’esaltazione della patria e della romanità, la tutela dei valori del cristianesimo. Se fino a questo momento la musica alla radio non aveva subito censure evidenti, è altresì manifesto, anche prima della trasformazione da URI a EIAR, che la cultura tutta dovesse conformarsi all’ideologia fascista. In un discorso radiofonico nel 1926 Mascagni accusò il Jazz di essere un fenomeno di “barbarie”, “oppio” e “cocaina”: questo discorso mostrava già quali fossero le direttive ideologiche di un regime poco tollerante nei confronti di tradizioni musicali distanti dagli stereotipi fascisti.
    Un passo importante nelle strategie politiche dell’ente è rappresentato dal suo riordinamento nel 1930, con la presenza ai suoi vertici di Arnaldo Mussolini, fratello di Benito. Egli cercò di compiere una trasformazione più sostanziale della radio in senso fascista e immediatamente i microfoni delle stazioni italiane accolsero con sempre maggiore frequenza oratori religiosi e programmi culturali impregnati di nazionalismo letterario, artistico e musicale. La trasmissione delle notizie, attraverso il “Giornale Radio”, nato tra il 1929 e il 1930, diviene ben presto l’ossatura politica delle trasmissioni quotidiane: attraverso esso il regime si pronuncia, per cui fra le notizie emergono i discorsi di Mussolini e dei massimi gerarchi del partito. A livello organizzativo Benito Mussolini aveva adottato una vera e propria politica della radio, unendo quella vena populistica che il regime vantava con una pianificazione propagandistica sconosciuta in precedenza.
    Nel 1934 venne disciolto l’antico comitato di vigilanza e creata una commissione ristretta a quattro persone, due esperti d’arte, un tecnico e un rappresentante del sottosegretariato per la stampa. Tale provvedimento era certamente mirato all’accrescimento dei dettami del governo fascista in radio, ampliamento che non ebbe sosta fino al termine della guerra. Il regime, infatti, era impegnato militarmente in Etiopia e sentiva sempre più l’esigenza di affrontare l’opinione pubblica in virtù del mezzo radiofonico e di interferire nei contenuti della sua programmazione. Nel 1935 fu sancito che la sorveglianza sui programmi radio doveva essere demandata al nuovo ministero per la stampa e propaganda, accrescendo l’accentramento delle direttive di sorveglianza. La commissione di vigilanza fu portata da quattro a sette componenti, includendo due rappresentanti del ministero sopra citato e uno del ministero delle comunicazioni. Il partito fascista assumeva così ufficialmente un preciso ruolo di garante della propria linea politica dei programmi e nel 1937 istituì un ispettorato per la radiodiffusione e la televisione presso il MiniCulPop con precisi compiti di vigilanza e di programmazione.
    Tra i primi provvedimenti che il nuovo organismo si trova a varare vi furono le misure adottate nel 1935 contro i paesi aderenti alla Società delle Nazioni, in occasione del conflitto Italo-etiopico. Nel campo dei concerti e dei teatri lirici furono soppresse tutte le opere di autori provenienti da quelle nazioni che avevano approvato le sanzioni contro l’Italia. L’ente radiofonico sospese in quell’anno la messa in onda di “Goyescas” di Granados, adottando la censura nei confronti della Spagna.
    Il testimone passava, quindi, dalle strutture dell’EIAR agli uffici ministeriali, in quanto il regime aveva preso chiara coscienza che la radio rappresentava il più importante mezzo di propaganda delle idee. Informato solo da notizie ufficiose e di parte, il pubblico dell’EIAR non aveva la possibilità di comprendere quanto accadeva nel mondo e si trovava inconsapevolmente di fronte a una radio che puntava alla mobilitazione dell’opinione pubblica: i discorsi del Duce, quelli sempre più frequenti dei gerarchi e delle organizzazioni del regime erano al primo posto nelle radiocronache.
    Nel 1937, per la prima volta nella storia della radio italiana, le trasmissioni parlate superarono quelle musicali: l’EIAR era ormai piena voce della patria fascista, il più potente strumento di propaganda del regime, la cui ossatura era rappresentata dalle radiocronache, i discorsi e i commenti ai fatti del giorno. Il regime parlava come e quando voleva attraverso i servizi radiofonici, ignorando gran parte di quanto accadeva al di là delle frontiere; il giornale radio veniva compilato sotto il diretto controllo del MiniCulPop. Il regime ormai non faceva più solo propaganda ma vera e propria politica attraverso la radio. Lo sviluppo dell’ente radiofonico, a più di dieci anni dai suoi esordi, si presentava come un efficace strumento per indirizzare l’opinione pubblica, facilitando la progettazione di un programma pedagogico di regime finalizzato a una precisa costruzione delle coscienze.
    Tuttavia alcuni tipi di trasmissione del regime e una larga parte delle trasmissioni culturali tra 1937 e 1940 erano di ottimo livello: l’EIAR, infatti, offrì in questi tre anni un ricco panorama di scienza, letteratura, musica e arte, riuscendo a portare al microfono esponenti qualificati della cultura, mescolati a personaggi di scarso valore che venivano identificati come intellettuali di regime. Nel settore musicale, ad esempio, la radio detenne per lunghi anni il monopolio della musica riprodotta, anche quando comparvero le incisioni fonografiche elettriche, non soltanto facendo giungere ovunque un messaggio prima inaccessibile, ma moltiplicando la geografia dei centri di produzione e del consumo di musica a fianco di quelli già esistenti, come teatri d’opera e società filarmoniche. Il carattere di laboratorio, legato alla novità del mezzo, concesse alla radio aperture impensabili per organismi come quelli appena citati, profondamente condizionati dalla tradizione e dalle politiche culturali del regime.
    Quello che la radio stava passando era un periodo ricco di espressioni e produzioni musicali, significativo di un’epoca sulla quale non mancò però di pesare il macigno di cinque anni di guerra, aggravato da una politica culturale in cui il regime manifestò la propria pesante censura: in campo musicale, soprattutto, tale politica generò da un lato il sorgere e il prolificarsi di canzonette patriottiche, dall’altro severi controlli sulla programmazione di musica colta e non. In un appunto al direttore generale dell’EIAR Raul Chiodelli, Il Duce scrisse: “Avevo detto di sopprimere la musica ebraica alla radio, invece ieri sera ho ascoltato un brano di Mendelssohn”.
    La radio fu un potente mezzo di propaganda fascista anche per quanto riguarda la programmazione musicale contemporanea, negando ad autori come Gian Francesco Malipiero la possibilità di essere trasmessi, perché accusati di essere compositori ‘internazionali’. Nel 1974, Luigi Dallapiccola scrisse che la “[...] famigerata sigla EIAR [...] ammetteva o escludeva le musiche da programmarsi non dico a seconda della cultura o del gusto dei suoi dirigenti, dato che costoro di cultura e di gusto erano totalmente sprovvisti, bensì a seconda degli appoggi che uno poteva vantare nella politica. (Si sa che la citata sigla veniva tradotta in È Indispensabile Avere Raccomandazioni). E la politica, sola e sovrana, era quella dettata dal Partito Nazionale Fascista”(2).

    Massimiliano Sala
    (Pistoia)

    **Note**

    (*). Il presente scritto è stata presentato sotto forma di relazione a un Convegno internazionale dal titolo “Western Music and Racial Discourses, 1883-1933″, organizzato dalla Dr.ssa Julie Brown al Dipartimento di Musica della Royal Holloway (University of London) nei giorni 11-12 Ottobre 2002.

    (1). Per una bibliografia di massima su questo argomento si consiglia: CANNISTRARO, Philip V. “La Fabbrica del consenso. Fascismo e mass media”, Rome-Bari, Laterza, 1975; MONTELEONE, Franco. “La radio italiana nel periodo fascista. Studio e documenti: 1922-1945″, Venezia, Marsilio, 1976 (Saggi); MONTICONE, Alberto. “Il fascismo al microfono: radio e politica in Italia, 1924-1945″, Roma, Studium, 1978 (La cultura); ISOLA, Gianni. “Abbassa la tua radio, per favore…: storia dell’ascolto radiofonico nell’Italia fascista”, Scandicci, La nuova Italia, 1990 (Biblioteca di storia); MAZZOLETTI, Adriano. “Il jazz in Italia. Dalle origini alle grandi orchestre”, Torino, EDT, 2004 (Biblioteca di cultura musicale. Jazz); ISOLA, Gianni. “L’ha scritto la radio. Storia e testi della radio durante il fascismo (1924-1944)”, Milano, B. Mondadori, 1998 (Testi e pretesti); CANOSA, Romano. “La voce del Duce. L’agenzia Stefani: l’arma segreta di Mussolini”, Milano, Mondadori, 2002 (Le scie); CERCHIARI, Luca. “Jazz e fascismo, 1922-1945. Dalla nascita della radio a Gorni Kramer”, Palermo, L’Epos, 2003 (I suoni del mondo, 4).

    (2). DALLAPICCOLA, Luigi. ‘Qualche nota in memoria di Gian Francesco Malipiero (18 marzo 1882 – 1° agosto 1973)’, in: ID. “Parole e musica”, a cura di Fiamma Nicolodi, Milano, Il Saggiatore, 1980 (La cultura. Saggi di arte e di letteratura, 53), p. 365.

    Topics: 20th Century, 20th Century, History of Music, History of Music Theory, MUSIC, Music and Dictatorship | No Comments »

    Comments