Categories

Coming soon…

    No scheduled posts

    Archive

    Tag Cloud

    Meta

    Immagini, testi e contenuti audio/video su MusicalWords.it

    Il sito web www.musicalwords.it ("Sito"), e tutti i contenuti (testi, audio, video, immagini, prodotti e servizi, collettivamente nelle pagine relative) accessibili su od attraverso di esso, sono messi a disposizione degli utenti senza in alcun modo avallare gli usi che gli utenti stessi ne possano fare. I diritti riguardanti l'uso delle immagini di opere d'arte esposte in ogni pagina del Sito appartengono ai rispettivi proprietari. Chi scarica, usa o trasmette Contenuti reperiti su o attraverso il Sito non può ritenere in nessun modo assolte le competenze spettanti ai detentori dei rispettivi diritti di tali Contenuti. Il Sito web www.musicalwords.it può contenere o linkare a Contenuti creati o caricati da terze parti. I Contenuti di terze parti non rappresentano necessariamente le opinioni del responsabile del Sito nè della redazione generale direttiva né delle altre redazioni nè dei suoi collaboratori. Il responsabile del Sito non controlla, monitora, avalla o garantisce in alcun modo i Contenuti di terze parti. In nessun caso responsabile del Sito potrà essere ritenuto responsabile, direttamente o indirettamente, per danni o perdite causate o che si pensa possano essere state causate dall’uso o dal riferimento a Contenuti reperiti su o attraverso il nostro Sito. Il responsabile del Sito non si ritiene responsabile per attività dolose risultate dallo scaricamento o dall’utilizzo di Contenuti presenti sul proprio Sito web o accessibili attraverso di esso. I Contenuti presenti sul Sito www.musicalwords.it possono essere cambiati o rimossi senza notizia preventiva.


    « | Main | »

    Giacinto Scelsi e John Cage: Esercizio e Disciplina /1

    By Redazione Musica | febbraio 3, 2009

    Giacinto Scelsi: L’uomo di una Sola Nota

    Il Distacco
    (o la seconda nascita)

    Sono nato nel 2637 a.C. – fate i calcoli e sapete quanti anni ho – in Mesopotamia.
    Sposai una ragazza assai carina e quando avevo ventisette anni (lei ne aveva qualcuno in meno) fummo uccisi in un palazzo assiro sulla riva dell’Eufrate – un luogo bellissimo, caldo e con una vista meravigliosa. Laggiù è rimasta nascosta nella sabbia, l’effigie del mio viso, scolpita su una pietra alta più di due metri. È vicina alla riva, penso che saprei ritrovarla. Un giorno o l’altro verrà alla luce. Oltre a quella di me rimane solo una foto, ma prima di morire la distruggerò: non voglio che resti nulla (resterà la statua sotto la sabbia, ma quella non la posso distruggere; non so in che condizioni sia, ma c’è).
    Resteranno anche le partiture (purtroppo) che saranno eseguite, la maggior parte delle volte male – d’altronde non avrei mai dovuto scriverle, ma sarebbe difficile bruciare il palazzo di Salabert. A ciascuno la sua verità.
    “(1)

    La scelta e la pratica del distacco in Giacinto Scelsi è maturata gradualmente negli anni della sua vita ma soprattutto è un parametro – quello dell’allontanamento – che permette di ‘misurare’ l’intero suo percorso umano e artistico.
    Nato, di passaggio, l’8 gennaio nel 1905 a La Spezia, poiché figlio del capitano di vascello Guido Scelsi in forza presso la nascente flotta aeronautica allora in seno alla Regia Marina Italiana (suo padre si occupava di tutto il programma di sperimentazione degli idrovolanti) il quale aveva sposato la marchesa Giovanna d’Ayala Valva, passò la sua infanzia principalmente nel castello di famiglia di Valva in Irpinia studiando latino e scherma. Per gran parte della sua gioventù, fino alla fine degli anni Trenta, fece piacevole vita di aristocratico in giro per le principali città europee studiando musica prima a Roma con Giacinto Sallustio e poi a Vienna con Walter Klein. Parigi fu sempre la città di maggior richiamo. Alla fine degli anni venti effettuò un viaggio che da Alessandria d’Egitto lo condusse in Terra Santa e nel medio oriente da cui riportò significative impressioni visitando conventi copti nel deserto e conoscendo direttamente comunità sufi e assistendo alle danze dei Dervisci. Qualche anno dopo farà uno storico viaggio in India e in Nepal restandovi per più di tre mesi. Dopo un grande e sofferto amore sposò la duchessa di York che lo abbandonò nei primi anni Quaranta. Intanto un malessere profondo stava pervadendo il giovane uomo Scelsi; la sua storia di vita e anche quella musicale (aveva già composto e pubblicato numerose composizioni prevalentemente per pianoforte e il “Quartetto n. 1″ con esecuzioni di grande e prestigiosa risonanza a Parigi e in altre città europee) sembravano chiudersi in una sorta di vicolo cieco. Preso dal malessere di vivere si ritirò per alcuni mesi in una clinica a Losanna nella quale gli stessi medici non riuscirono a formulare una diagnosi precisa.

    “…Era una clinica notissima, lussuosa… Si trova comunque in Svizzera. Del resto sono là le cliniche migliori, ma sono anche quelle in cui si muore di più, i pazienti non hanno altra possibilità che quella di morire….
    Blanche Jouve la psicanalista, mi disse un giorno: ‘lei non è curabile; la sua cura è di guarire gli altri’.
    Forse aveva ragione: in effetti talvolta ho potuto aiutare delle persone (potete crederlo o no, ma è così). Tra i centoventisei medici con cui ho avuto a che fare molti erano psichiatri, il che mi ha reso mezzo pazzo, ma non più di prima. Uno di loro mi disse: ‘Come faccio a curarla, lei è nato a metà! Lei è ancora nel pancione da cui proviene!’. In un certo senso penso avesse ragione: ecco perché suonavo il pianoforte dall’età di quattro anni, senza pensare. Ho avuto tutto: non ho mai lavorato, non ho mai pensato, c’era già un contatto inserito quando sono nato – non vorrei apparire scortese dicendo questo. Ci sono a metà, ma questa metà è sufficiente”.(2)

    La malattia

    Questo stato d’indefinito malessere diverrà una sorta di punto ultimo di distacco e al tempo stesso, nella sofferenza, una presa di coscienza di nuova nascita. La manifestazione di questo disagio fu che la sua vista e il suo udito si fecero sempre più ipersensibili fino al punto di renderlo fortemente vulnerabile ma anche sempre più permeabile e trasparente (a Parigi, in occasione dell’esecuzione dei “Quatto pezzi per orchestra”, all’hotel Ritz fu costretto a dormire negli armadi, con curioso scandalo sui giornali dell’epoca). Quando molti anni dopo, quasi a fine della sua vita, gli fu chiesto da dove venisse la sua musica rispose: “dalla malattia”.
    Fu questa condizione di malessere, difficilmente catalogabile, che lo ‘guidò’ alla ripresa di un gioco infantile di cui portava ancora i ricordi, a entrare (o ri-entrare) dentro al suono per schiudere a se stesso e poi con le sue opere al mondo intero, mondi e dimensioni percettive e mentali fino ad allora inaudite.
    Narrando, negli ultimi anni della sua vita, la celebre storiella zen del pidocchio di cui il giovane allievo dovrà vedere pulsare il cuore per raggiungere l’illuminazione, Scelsi racconta:

    “Ecco come si deve ascoltare un suono. Ho fatto questa esperienza da solo, senza conoscere la storia, quando ero in clinica, malato. Nelle cliniche ci sono sempre dei piccoli pianoforti nascosti, che quasi nessuno suona. Un giorno mi misi a suonare: do, do, re, re, re… Mentre suonavo qualcuno disse: ‘Quello è più pazzo di noi!’. Ribattendo a lungo una nota essa diventa grande, così grande che si sente sempre più armonia ed essa vi si ingrandisce all’interno, il suono vi avvolge. Vi assicuro che è tutta un’altra cosa: il suono contiene un intero universo, con armonici che non si sentono mai. Il suono riempie il luogo in cui vi trovate, vi accerchia, potete nuotarci dentro. Ma il suono è creatore tanto quanto distruttore; è terapeutico: può guarire come distruggere. La cultura tibetana ci insegna che con un solo grido si può uccidere un uccello e non so se il suono lo possa far rivivere. Nell’epoca dell’elettronica e dei laser, i Tibetani possono essere il semplice grido che uccide.
    Per finire, quando si entra in un suono ne si è avvolti, si diventa parte del suono, poco a poco si è inghiottiti da esso e non si ha bisogno di un altro suono. Oggi la musica è diventata un piacere intellettuale – combinare un suono con un altro ecc. – inutile. Tutto è là dentro, l’intero universo riempie lo spazio, tutti i suoni possibili sono contenuti in esso. La concezione odierna della musica è futile – rapporti fra i suoni, lavoro contrappuntistico: così la musica diventa un gioco.
    [...] Mi sento più vicino ai filosofi orientali, che sono contro la violenza, contro le manifestazioni pratiche della vita terrestre; preferisco vivere su altri piani, altrimenti rischio di distruggere il mio sistema nervoso. È un rischio che bisogna correre” (3)

    Riuscì in tal modo a ridurre il sé in termini così minimi e infiniti, da poter entrare dentro ai suoni e a scoprirne le loro inimmaginabili qualità sonore e cromatiche esplorandone le dimensioni più segrete e profonde: i suoni diventano dei suoni-bolla.


    I messaggi di un postino

    Gradualmente non si fece più fotografare (“perquisiva” accuratamente i frequenti ospiti della sua casa in via S. Teodoro a Roma), e si rappresenterà solo con un simbolo zen con il cerchio e la linea. Non definendosi compositore amava autodefinirsi “postino” in quanto portatore di messaggi dal mondo dei Deva, sviluppando e praticando con rigore la disciplina della non azione oltre che nella vita anche nei confronti dei suoni e della ‘sua’ musica, nulla facendo per farla eseguire e ascoltare.
    Postino di suoni, ma anche poeta – amava scrivere in francese – con diversi volumi pubblicati (dallo storico editore parigino GLM e in italiano per conto de Le parole gelate di Luciano Martinis), autore di testi di carattere ermetico e ‘musicologico’ illuminanti pubblicati e molti, per sua volontà, ancora da pubblicare (“Sens de la Musique”, “Art et Connaissance”, “Évolution de l’harmonie”, “Évolution du rytme”, “Il sogno 101″…), Giacinto Scelsi ‘rinasce’ in musica agli inizi degli anni Cinquanta con la ‘consegna’ di numerosi ‘messaggi’ o opere musicali prevalentemente destinate a un solo strumento; ancora il pianoforte ma sempre più distaccato o ‘depurato’ da referenze formali di tipo più o meno accademico (le “Suites n. 8-11″ realizzate il 1952 e il 1956) ma anche diversi altri strumenti ‘solitari’ con i quali Scelsi sviluppa sempre più quel viaggio dentro al suono con l’adozione del suono microtonale o a quarti di toni. Dai fiati – come il flauto, con i brani “Pwyl”l e “Quays”, il clarinetto, con “Tre Studi”, “Preghiera per un’ombra” e “Ixor”, varie pagine, sempre solistiche, per sax, corno, tromba, trombone – agli archi, soprattutto il violino con i “Divertimenti 2-5″, la viola di “Coelocanth”, “Three studies” e “Manto”, ma ancor più le prime due parti di una Trilogia per violoncello (“Triphon” e “Dithome”) realizzata tra il 1956 e 1957, che sarà completata con la terza parte, “Igghur”, nel 1965.
    Significativi i titoli ma ancor più i sottotitoli, vere e proprie matrici di riconoscibilità del pensiero scelsiano, che recitano, per le opere pianistiche: “Bot-ba Una evocazione del Tibet con i suoi monasteri sulle alte montagne” – “Rituali tibetani” – “Preghiere e danze” della “Suite n. 8″ per pianoforte, alle “Quattro illustrazioni sulla metamorfosi di Visnù” o alla “Suite n. 9 Thai”, nella quale è riportata la seguente indicazione: “Una successione di episodi che esprime alternativamente il Tempo, più precisamente, il Tempo in movimento e l’Uomo come simbolizzato da cattedrali o da monasteri, con il suono dell’Om sacro. Questa suite deve essere ascoltata e suonata con la più grande calma interiore. Gli agitati se ne astengano!”
    Altrettanto rivelanti i sottotitoli della Trilogia violoncellistica definita come “I tre stadi dell’uomo”: “Giovinezza-Energia-Dramma” (Triphon), “Maturità-Energia-Pensiero” (Dithome), “Vecchiaia-Ricordi-Catarsi-Liberazione” (Igghur).
    Questa ri-nata vita nel suono di Scelsi negli anni Cinquanta culmina nella stesura della sua opera maggiormente rappresentativa, “I Quattro pezzi” (su una sola nota) per orchestra del 1958-1959, un vero e proprio ‘manifesto’ di altre vie per il suono del tutto a latere della contemporanea vitalità dell’avanguardia a Darmstatdt (proprio in quell’anno vi sbarcherà nei celebri corsi estivi lo stesso John Cage, con la storica e radicale ‘reazione’ di Luigi Nono con il testo “La Presenza storica nella musica d’oggi”), o del celebre “Poème Electonique” di Varèse-Xenakis-Le Corbusier del Padiglione Philips di Bruxelles.
    “I Quattro Pezzi (su una sola nota)” rappresentano l’affermazione di un processo di distacco dalle forme descrittive del suono (le cosiddette note) attraverso la piena concentrazione verso un centro, il cuore del suono.

    “La mia musica non è né questa né quella, non è dodecafonica, non è puntilista, non è minimalista… Cos’è allora? Non si sa.
    Le note, le note, non sono che dei rivestimenti, degli abiti. Ma ciò che c’è dentro è generalmente più interessante, no?
    Il suono è sferico, è rotondo. Invece lo si ascolta sempre come durata e altezza. Non va bene. Ogni cosa sferica ha un centro: lo si può dimostrare scientificamente. Bisogna arrivare al cuore del suono: solo allora si è musicisti, altrimenti si è solo artigiani. Un artigiano della musica è degno di rispetto, ma non è né un vero musicista né un vero artista.” (4)

    Grazie al postino Scelsi, verranno recapitati, fino agli anni Ottanta, con ritmo incalzante, una nutrita quantità di preziosi ‘messaggi’, tutti abilmente occultati dall’autore e raramente eseguiti fino alla metà degli anni Ottanta, qualche anno prima della sua morte; da altri quattro quartetti per archi (l’ultimo dei quali, il n. 5 dedicato alla scomparsa del suo fraterno amico Henry Michaux nel 1985), numerose composizioni per grandi organici orchestrali e corali (“Hurqualia”, “Aiôn”, “Hymnos”, “Uaxuctum”, “Pfha”t e fra gli ultimi “Konx-Om-Pax” sottotitolato “Tre aspetti del suono: in quanto primo movimento dell’Immutabile; in quanto Forza Creatrice; in quanto la sillaba Om”) oltre a numerose altre per orchestra da camera (“Anahit”, “Natura Renovatur”, per citarne alcune), corali (“Tre canti sacri”, “Antifona sul nome di Gesù”) pianistiche e per diversi altri strumenti per un catalogo complessivo di circa 150 opere attualmente pubblicate e numerose altre ancora da pubblicare, anche a diversi anni dal suo allontanamento.
    Di queste ultime, i ‘messaggi-partiture’ da pubblicare, se ne attende ancora la trascrizione da un gran numero di nastri (diverse centinaia) registrati con rara perizia tecnica e maestria direttamente dal postino Scelsi. Soprattutto per la pratica compositiva occidentale di quest’ultimo secolo, è infatti insolita – pur essendo diffusa largamente la pratica di aiutanti e trascrittori, normalmente giovani allievi, che aiutano i maestri nella stesura e strumentazione delle opere -, la metodologia dell’arrivo e della lettura-manifestazione dei messaggi scelsiani; registrate al pianoforte o su altri particolari strumenti a tastiera d’uso già negli anni Cinquanta sui quali è possibile realizzare suoni microtonali e movimenti del suono enarmonici, Scelsi affidava poi questi ‘messaggi’ a vari trascrittori che a vario modo riuscivano a scrivere in forme più o meno fedeli e precise le partiture. Una pratica artigianale – sul modello della bottega d’arte rinascimentale – comunemente adottata da grandi autori soprattutto per motivi editoriali (oggi del tutto annullabile, in questa forma, con qualsiasi personal computer grazie a software con i quali è possibile trascrivere automaticamente in note in forme assolutamente iperfedeli su una partitura qualsiasi esecuzione su strumento o voci con sistema midi) che invece, nel singolare caso scelsiano, coniuga in un quadro di altra conoscenza – o sapienziale – le diverse manifestazioni del suono (quella della mobilità orale e del mistero del mondo devacanico da cui la musica giunge al mondo fenomenico, con la fissità dello scritto) anche se da Scelsi motivata quale forma autoterapica e di vitale sopravvivenza.

    “Si, lui aveva un’idea musicale di fondo, ma non era esattamente realizzata sulla carta. Era difficile realizzarla anche perché aveva difficoltà a controllare sulla partitura. Era un problema visivo, di impossibilità a concentrarsi, non glielo so dire con esattezza. Ad ogni modo da quando l’ho rivisto [al rientro da Parigi nel 1952-53, n.d.a], dopo la guerra, ha avuto dei gravi problemi, direi quasi una difficoltà organica. Ad esempio non poteva sopportare la luce ed aveva necessità di essere aiutato. Era proprio una questione di salute: per anni non ebbe possibilità di applicarsi, di concentrarsi a lungo. Quindi ci sono stati dei giovani che lo hanno aiutato a stendere la musica, dietro i suoi suggerimenti, naturalmente. E, d’altra parte, anche se Scelsi non scriveva lui la sua musica, dava il suo ‘soffio’ e questa è la cosa importante.” (5)

    È facilmente intuibile e forse anche comprensibile, il totale silenzio – dall’assoluta indifferenza fino alla gratuita denigrazione – che il mondo musicale accademico italiano, troppo spesso caratterizzato da un bigotto senso di chiusura e auto celebrazione, abbia decretato nei confronti di così alte creazioni difficilmente classificabili o ascrivibili a qualche scuola. Ne è testimonianza, ancor oggi, a distanza di oltre sedici anni dalla scomparsa di Scelsi che la sua musica non sia ascoltabile – se non per qualche raro incidente di percorso – nelle programmazioni radiofoniche italiane mentre cominciano a esserlo un po’ più nelle programmazioni concertistiche, pur essendo in gran parte del mondo uno fra gli autori più riconosciuti ed eseguiti.

    “…Sono buddhista.
    Se nessuno vuol suonare la mia musica nessuna la suoni, continui a non suonarla – mi è indifferente. Qui in Italia la Rai non fa niente, non ha mai registrato nulla di mio. Sono andato in Francia. Gli italiani hanno uno spirito del tutto diverso dal mio: sono in generale materialisti, la trascendenza non gli interessa – mentre io non vivo che per quella.
    Non sono un compositore, perché essere compositore vuol dire unire una cosa ad un’altra: io non faccio questo. Si arriva ovunque con la negazione, è tutta una tecnica: non sei questo, non sei neppure questo. Sei il tuo corpo? No, non sono il mio corpo. Sei i tuoi affetti, i tuoi sentimenti? No, essi sono completamente cambiati da molto tempo. Sei il tuo intelletto? No, pensavo una volta, ma ora penso in modo completamente diverso. Allora cosa sei? Ebbene, ciò che resta…” (6)

    Giacinto Scelsi, autore dell’”Octologo” (otto pensieri pubblicati dall’editore Le Parole gelate in otto lingue diverse nel 1987) muore a Roma la notte tra l’8 e il 9 agosto del 1988 dopo aver preannunciato con una sua boutade alcuni mesi prima ai suoi amici più fedeli che l’incrocio degli otto di quello stesso anno lo avrebbe visto allontanarsi da questa vita.

    1
    Non opacizzarsi
    né lasciarsi opacizzare

    2
    Non pensare
    Lascia pensare
    coloro che hanno bisogno di pensare

    3
    Non la rinuncia
    ma il distacco

    4
    Aspirare a tutto
    e non volere niente

    5
    Tra l’uomo e la donna
    l’unione
    non la congiunzione

    6
    Fare arte
    senza arte

    7
    Siete i figli
    e i genitori
    di voi stessi
    non dimenticatelo

    8
    Non sminuite
    il senso di ciò
    che non comprendete

    Nicola Cisternino

    ** Note **

    1-4) Franck Mallet, ‘Il suono lontano Conversazione con Gacinto Scelsi’, in: Giacinto Scelsi Viaggio al centro del suono”, a cura di Pierre Albert Castanete e Nicola Cisternino, La Spezia, Luna Ed., 2001.

    5) Intervista di Stefania Gianni a Goffredo Petrassi, in: “I suoni, le onde…”, Rivista della Fondazione Isabella Scelsi, n. 2, Roma 1991 p. 9.

    6) Franck Mallet, ibidem.

    Topics: 20th Century, 20th Century, Giacinto Scelsi, Great Composers, History of Compositional Technique, History of Music, History of Music Theory, MUSIC, Music Analysis, Research Monograph | 1 Comment »

    One Response to “Giacinto Scelsi e John Cage: Esercizio e Disciplina /1”

    1. Giacinto Says:
      febbraio 15th, 2010 at 16:13

      Bellissimo articolo, grazie.

    Comments