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    Il Pianoforte negli Stati Uniti /1

    By Redazione Musica | febbraio 28, 2009

    Il pianoforte negli Stati Uniti:
    la tecnica estesa da Henry Cowell a George Crumb *

    1. Non solo tasti. Lo “string piano” di Henry Cowell.

    Quando, nel 1916, il compositore australiano Percy Grainger scrisse la suite “In a Nutshell”, richiedendo l’esecuzione direttamente sulle corde del pianoforte attraverso l’azione di una bacchetta, il pianismo si stava ormai da tempo liberando dalle suggestioni poetiche e sentimentali proprie dell’epoca romantica. Nel 1912, l’americano Henry Cowell sperimentò per primo l’uso dei “clusters” (o “tone clusters”), cioè di quegli agglomerati armonici composti da più suoni contigui, ovvero da seconde maggiori o minori, che vennero immediatamente sfruttati, per esempio, da Charles Ives, e che suscitarono l’immediato entusiasmo di Béla Bartók. Il “cluster” proponeva un approccio alla tastiera radicalmente innovativo, di una fisicità sconosciuta agli interpreti di scuola romantica, che mai avrebbero immaginato di dover usare il palmo della mano, il pugno o addirittura tutto l’avambraccio per poter eseguire questi “grappoli” sonori; del resto, proprio in quegli anni, autori come i già citati Ives e Bartók, nonché Prokofiev, Stravinsky, Hindemith, sperimentavano sul pianoforte nuove possibilità, arrivando a trattare lo strumento come una percussione e dando molta importanza all’elemento ritmico. L’uso di questo strumento solista anche in composizioni atonali o seriali (in Schönberg e Webern) contribuiva a proiettare il pianoforte nel clima delle avanguardie più radicali del ‘900.
    L’azione sulle corde dello strumento, quindi, può considerarsi una diretta conseguenza del clima di sperimentazione che attraversava il globo musicale ai primi del secolo XX. Henry Cowell fu di certo il compositore che contribuì maggiormente alla diffusione di questa tecnica, che in inglese prende il nome di “string piano”. Mentre le sue prime composizioni prevedono la combinazione della tecnica tradizionale con quella estesa (1), “The Aeolian harp”, del 1923, è scritto esclusivamente per le corde del pianoforte: con una mano l’esecutore abbassa i tasti in maniera silenziosa, con l’altra esegue dei glissando sulle corde, lasciando emergere i suoni corrispondenti ai tasti abbassati e producendo un timbro molto simile a quello dell’arpa. Ovviamente, il glissando sulle corde non è l’unica possibilità offerta dalla tecnica estesa: le corde possono essere pizzicate, percosse con i polpastrelli, con le unghie, con il palmo della mano. Anche i glissando possono essere realizzati con le unghie o con i polpastrelli; inoltre, si possono lasciar vibrare le corde per risonanza con altri strumenti o con la voce.
    Nella produzione pianistica di Cowell, la tecnica estesa ha una valenza prevalentemente timbrica, contribuisce a creare un’atmosfera di indeterminazione e mistero, evocando immediatamente tempi remoti e luoghi lontani dalla civiltà occidentale; non è un caso che Cowell abbia rivolto i sui interessi anche al folklore americano, alla musica antica e perfino ai musicisti asiatici – indiani e giapponesi in particolare -, utilizzandone le scale, i ritmi e l’andamento melodico (e del resto molti dei suoi brani prendono spunto da luoghi esotici o personaggi mitologici, come “The Tides of Manaunaun”, “The Snows of Fuji-Yama”, “The Trumpet of Angus Og”, “Tiger” ecc.). E non è un caso che questo interesse per le tradizioni musicali non occidentali caratterizzi anche uno dei maggiori allievi di Cowell, John Cage.

    2. John Cage e la preparazione del pianoforte.

    Con John Cage la tecnica estesa sul pianoforte compie un ulteriore balzo in avanti: lo strumento subisce una violenta trasfigurazione sonora, in virtù di oggetti di vario materiale e dimensione che vengono appoggiati sulle corde o incastrati tra di esse; gomme, tappi, viti, lime, stracci, fil di ferro, danno vita a timbri assai diversi da quello tradizionale del pianoforte, il quale risuona ora come una grande orchestra di percussioni, una sorta di affascinante ed evocativo gamelan di Bali.
    La nascita del “pianoforte preparato” si deve a una circostanza ben precisa: nel 1938, Cage ricevette la commissione per comporre le musiche del balletto “Bacchanale”, che egli era intenzionato a realizzare per orchestra di percussioni; tuttavia, non essendoci in buca lo spazio necessario a ospitarla, il compositore ebbe l’idea di “preparare” un pianoforte trasformandone parzialmente le sonorità per ottenere timbri vicini alle percussioni. Circa dieci anni dopo, nacquero le “Sonatas and Interludes” per pianoforte preparato, raccolta formata da sedici sonate in un movimento (che adottano quasi tutte il modello scarlattiano AA-BB) e quattro interludi. Il programma del compositore era di esprimere le nove emozioni presenti nella tradizione estetica dell’India: l’eroico, l’erotico, il meraviglioso, la gioia, il dolore, la paura, la collera, l’odio e la loro comune tendenza alla tranquillità.
    Come si può intuire, uno degli aspetti più interessanti di queste composizioni è l’elemento timbrico: la scrittura pianistica di Cage risulta assai spesso rarefatta, quasi monodica, con insistenti interruzioni che lasciano risuonare a lungo le corde preparate; la dolcezza e poesia di questa musica si accompagnano a un lavoro molto complesso e raffinato sul ritmo, che in più occasioni la avvicina alle sonorità, ossessive ed allo stesso tempo evanescenti, dei rituali della tradizione orientale.
    La tecnica estesa sul pianoforte (string piano e prepared piano) è stata sfruttata ampiamente dopo Cage da compositori di estrazione classica: ricordiamo in particolare Toru Takemitsu (“Corona for Pianists”, 1962), Mauricio Kagel (“Trio in Drei Satzen”, 1984-85), Sofia Gubaidulina (“Dancer on a Tightrope”, 1993) e Arvo Pärt (“Tabula rasa”, 1977); ma non dobbiamo dimenticare che questa particolare tecnica ha stimolato anche molti musicisti pop, rock e jazz, come John Cale, Brian Eno, Elton John, Brad Mehldau e molti altri.

    Jacopo Simoncini

    ** Note **

    * Articolo tratto da “Musicaround.net” n. 22/08
    1. L’espressione “tecnica estesa” è la traduzione letterale dall’inglese “extended technique”.

    Topics: 20th Century, Aesthetic of Music, Contemporary, Great Musicians, History of Compositional Technique, History of Music Theory, History of Performance, MUSIC | No Comments »

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