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    Identità..

    By Redazione Lettere | febbraio 21, 2010

    I volti diversi dell’identità:

    “L’identità italiana ed europea tra sette e ottocento” (AA.VV. – a cura di A.Ascenzi ed L. Melosi,Leo S. Olschki editore, XIV + 184 pagine con cinque immagini BN in testo, Perugia 2008)


    Ci siamo appena ripresi (e non del tutto) dalle scioccaggini dei preamboli su “carta”, che violentavano a proprio uso e consumo idee nate 2500-2000 anni fa, senza riconoscere ciò che – filtrato appunto da quel numero di anni fatti di uomini in carne ed ossa – re vera di tali culture in Europa rimane: ci consoliamo con buone ricerche come queste, le quali non scacciano o tirano a sé niente per forza, ma vanno su ciò che conta per la gente, agiata e non: scuola, teatro, musica, comunicazione visiva come sedi di identità italiana ed europea.
    Il libro in oggetto offre l’introduzione di Amedeo Quondam, che pone il problema con acume e chiarezza: una serie di scontri e situazioni irrisolte (la questione cattolica, la “Controriforma”, il giudizio manzoniano sui secoli spagnoli, etc.) colloca l’idea di unità italiana, e la sua posizione rispetto all’identità europea, in modo atipico in confronto agli altri paesi: tutto ciò che dal ‘500 in poi fu “corte” e “forma” e religiosità e folklore è stato sottovalutato nella ricerca di apporti al tema identitario. Per questo i saggi del libro – tutti in qualche modo professionalmente storici – sono dedicati con esclusione del primo ad aspetti culturali, artistici o antropologici.
    Nel primo caso, dicevamo, si fa storia non solo seriamente, ma anche in senso “stretto”: si tratta però del ricordo – ricco di preziose informazioni e tutt’altro che aggiuntivo – del grande storico Cesare Mozzarelli, ad opera di Roberto Sani. L’ intervento viene a costituire come una seconda fruttuosa introduzione ai saggi, poiché Mozzarelli – laureato e poi docente alla Cattolica di Milano, oltre che in vari prestigiosi atenei d’Italia – dedicò la sua feconda produzione principalmente all’Antico Regime, al XVII secolo, alle corti italiane, in una visione complessa e innovativa di tali interessanti fenomeni, superando “parole d’ordine” lecite ma certo abusate e sclerotizzate.
    Nel terzo intervento (“La riforma della tragedia nel ‘700″), Giovanna Zanlonghi mostra con dovizia di prove la forte influenza e prepotenza del comico in Italia alle soglie del ‘700, prima di affrontare il nodo della riforma teatrale. Da qui in poi si agì sull’intento di procurarsi un teatro “alto”, educativo nei contenuti, ma anche sull’esplicita consapevolezza da parte dei settecenteschi che la recita ha tale impatto, sia sui colti che sui popolani, da non poter più seguire la pagina o il pensiero o le regole come fosse una loro pura appendice. Ai teorici e agli scrittori si affiancano gli attori, i capicomico impresari, riscoprendo finalmente anche in Italia ciò che era nella Roma di Plauto e nella Londra di Shakespeare.

    …vive l’esperienza del teatro quale momento qualificante della riforma intellettuale, morale, culturale del costume avviata in Italia già alla fine del ‘600 (p. 31)

    Si individua il periodo 1710 – 1732 come il più attivo per la mediazione fra gli autori / attori (Goldoni!) e gli scrittori e i teorici; si riferisce delle critiche, degli allestimenti, dei successi di varie prove teatrali su testi tragici (“Rodoguna”, “Merope”, “Telefonte”, “Sofonisba”) arretrando – come si vede dai titoli – fino al ‘500; si fonda così un’attività identitaria del teatro “serio” italiano per il pubblico, aspetto che è il fine della ricerca in questa pubblicazione.
    E’ su tale linea che lo studio si chiude in tre paragrafi sul teatro dell’Alfieri a contatto con la recitazione, sul fenomeno delle traduzioni teatrali, e sul progetto della “Biblioteca Teatrale Italiana” curato dal Diodati fra il 1762 e il 1765, prima di cinque belle immagini d’epoca nel testo, di una “Appendice Documentaria” e di una ordinata bibliografia.
    Sobrio e schietto appare lo studio “La costruzione dell’identità nazionale attraverso i manuali di storia dell’ ottocento”, di Anna Ascenzi, che è anche insieme a Laura Melosi curatrice di tutto il volume. I manuali post-unitari italiani furono, nei primi anni, o traduzioni di manuali francesi, o presentazione di biografie di personaggi famosi corredate da un compendio storico. In quest’ultimo caso ebbero impostazione fortemente moderata, volta a criticare la Rivoluzione Francese in parallelo ai moti carbonari pre-unitari, e a ridimensionare le figure di Garibaldi e Mazzini a favore della monarchia sabauda. Voce “fuori dal coro” fu quella di don Giovanni Bosco, autore di una “Storia d’Italia raccontata alla gioventù dai suoi primi abitatori ai giorni nostri”, opera ritoccata tre volte per otto edizioni dal 1855 al 1873, la cui impostazione fu decisamente neoguelfa, e ovviamente religiosa, atta ad individuare nel papato la vera forza identitaria dell’Italia Unita, sorvolando sui fatti seguenti al “48 e tacendo su quelli successivi all’Unità stessa.
    Il vento cambia con la Sinistra depretisiana (1865-1880): si assiste innanzitutto a una maggiore produzione di manuali e atlanti, molti composti dai docenti, e alcuni pensati apposta per la realtà meridionale. Dal punto di vista dell’interpretazione storica, ovviamente si inverte la tendenza sopra descritta, nella ricerca di un’identità laica nazionale che paga però il suo scotto tramite la nascita della ben nota “mitologia risorgimentale”; è in questo ambito che assistiamo all’estensione, in misura sovrabbondante, di espressioni religiose quali “martiri, testimonianza, redenzione della patria, principi santi, martirologio”, dedicate a personaggi del Risorgimento.
    Notevole anche l’apparire, tutt’altro che raro, di opere educative per fanciulle, basate su esempi concreti al fine di incentivare lo spirito di sacrificio e la dedizione alla famiglia.
    Lo studio si chiude con un capitoletto dedicato alla morte di Vittorio Emanuele II (1878): tale evento infatti produsse un proliferare di biografie per le giovani generazioni, il cui fine era quello di rinsaldare l’identità nazionale, individuando nel re savoiardo il testimone di essa; intelligentemente l’Ascenzi fa notare come lo stile di tali scritti fu tratto quasi direttamente dalla agiografia cattolica; fenomeno parallelo – aggiunge chi scrive – a quanto accadde nel medioevo, quando le vite dei santi offrirono tracce e spunti alle gesta dei cavalieri delle chanson.
    Anche al termine di tale saggio la bibliografia appare ricca e porta in modo efficace.
    Un capolavoro di equilibrio e ricerca meticolosa da un lato, provocazione fruttuosa dall’altro, è lo studio di M.Dardano “Sulla linguistica di Manzoni: i rapporti con i gramairiens philosophes”, che usufruisce dell’edizione critica del trattato manzoniano, purtroppo incompiuto, “Della lingua italiana”, finalmente disponibile dal 1974 (con un approfondimento del 2000) grazie ad Angelo Stella in collaborazione con L.Poma prima e M.Vitale poi.
    Lo studio di Dardano si propone di mostrare la natura per un verso religiosa (una religiosità dettata dalla logica, però) e per un altro illuminista, delle posizioni teoriche manzoniane sulla lingua in genere, che lo scrittore non approfondì fino in fondo a causa del suo impegno in letteratura e nella cosiddetta “questione della lingua”.
    Nella prima parte Dardano, bypassando motivatamente ed esplicitamente l’ asfittica polemica Manzoni/Ascoli, fa piazza pulita di frettolosi paralleli fra le posizioni manzoniane e il rinnovamento strutturale saussuriano (arbitrarietà del segno, influsso del linguaggio sul pensiero, etc.), rivelando come unica vera forte vicinanza tra l’ ‘800 manzoniano e il ‘900 strutturalista la consapevolezza che una cosa è la linguistica, soprattutto storica, un’altra sono l’uso e il parlante concreto in “presa diretta”.
    Nella seconda parte, su tali presupposti Dardano fonda la sua analisi del concetto di “analogico” nelle somiglianze e nelle differenze fra gli illuministi “grammairiens” e Manzoni, soprattutto fra quest’ultimo e Condillac. Il discrimine sta nel credere a un parallelo assoluto fra uso analogico di parole e di idee (Condillac) oppure no (Manzoni); ma tale tema offre lo spunto per rilevare come l’argomentazione e soprattutto l’uso dei termini linguistici di Manzoni (“circostanza”, “analisi”, “complesso”, etc., e più di tutti “idee principali” ~ “idee accessorie”) siano fortemente debitori della terminologia e dell’impostazione illuminista francese.
    Insomma un Manzoni paladino a tutti i costi dell’uso e del “parlante storico”hic et nunc”"; in questo, a parere di chi scrive, Dardano ha pienamente ragione e le sue argomentazioni sono probanti, non ultima il ricordo del Manzoni che si fa beffe della storiella sui due ragazzi sopravvissuti al Diluvio Universale che riprendono a parlare a gesti; storiellina sostenuta dal Condillac e da altri, di cui Dardano difende le intenzioni semiotiche, gnoseologiche e psicologiche, tutt’altro che infantilmente storiche. Al di là di tale polemica, comunque, lo studio del Dardano(dotato di una bibliografia tanto nobile quanto sobria) pone inequivocabilmente in contatto le idee di un devoto convertito cattolico innamorato del linguaggio in azione con i presupposti illuministi più laici e strutturali che si possano immaginare: meditate, gente, meditate…
    Se nei primi due terzi della pubblicazione si privilegiano la storiografia, la scuola, il teatro operante e la linguistica, nella parte rimanente ci si sposta su pittura, religiosità, musica. In “La ritrattistica lombarda da fine seicento a primo ottocento”, Andrea Spiriti, con una prosa fin troppo serrata e contenuti rapidi, ma aggiornati, si sofferma sulle ipotesi critiche più interessanti dedicate al ritratto lombardo del ‘600 e ‘700, soprattutto quello dei benefattori dei grandi ospedali, e sull’autoritratto degli artisti, scoprendo con sagacia ipotesi di rimandi biografici, biblici, metapittorici e di autocritica sociale. Il tema centrale è quello dell’ individuazione dell’ io (Kant!) che sfocia da un lato nell’ io-dio Napoleone, guerriero e pacificatore al tempo stesso, dall’altro nelle figure ove gli scheletri sostituiscono l’ io realistico, rivelando il grado zero della rappresentazione della realtà.
    E’ lavoro estremamente interessante, ma appare anche il meno direttamente legato all’assunto dell’opera, forse per una tendenza eccessiva degli storici dell’arte al linguaggio auto-referenziale. E’ pur vero, d’altro canto e in sostanza, che l’idea critica e plurima dell’ io e dei suoi riflessi è tema prodotto “in primis” dalla identità europea, sia essa illuminista o barocca, classicista o romantica.
    Estremamente interessante, sostenuta con passione e scientificità al tempo stesso, anche se un po’ riduttiva nell’importanza che le si attribuisce sul piano globale, è la tesi di Erminia Irace in “La costruzione di un’identità regionale: l’Umbria da “pittoresca” a “santa”", che prende la regione di San Francesco come campione originale per la ricerca di un’identità propria nel passaggio all’ ‘800, sul piano di quello che oggi chiameremmo “turismo”, cioè del rapporto tra l’identità del territorio e la sua interpretazione da parte di visitatori esterni. Si citano acuti giudizi, quale quello di Mazzini, e testimonianze di blasonati viaggiatori o romanzieri che parlano dell’Italia (Anna Radcliffe, Alexandre Dumas, Goethe, Byron, Gregorovius, Trollope, etc.).
    Dopo avere stabilito due poli: quello delle élites locali in cerca di miti di fondazione, magari a favore della neo-unità nazionale – e quello del “pittoresco” straniero, al quale una nuova identità italica era quasi di fastidio per ciò che a uso e consumo di ospiti artisti e filosofi si andava cercando, si individua la soluzione sul piano della devozione francescana, soprattutto nelle pubblicazioni di Hyppolite Taine, Henry Thode e Paul Salatier: Francesco è visto come artefice di un cristianesimo “rivoluzionario”, che per certi aspetti supera in anticipo Lutero, con stile meridionale “caldo” contrapposto al “freddo” nordico; sulla scia di tale successo, a vincerla fu poi però l’immagine del poverello buono, e ciò portò turismo e devozione, a volte anche inadeguate e contraddittorie.
    L’articolo si chiude con la commovente lettera di Domenico Giuliotti a Giovanni Papini, scritta nel 1926: nonostante tutto, la figura del Santo manteneva la sua reale forza…”così, il mio viaggio non fu fatto, spero, del tutto invano.”

    Un libro bello e utile dunque,come detto qui all’inizio; intelligente e sobria la collocazione delle bibliografie pertinenti al termine di ogni saggio, coadiuvate però dall’indice globale degli autori citati posto in fondo; pochissimi, nella sostanza inesistenti, i refusi.
    Chi vuole occuparsi di identità culturali, e non di attribuire gratuitamente patenti identitarie, è invitato alla lettura.

    Paolo Bertini

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