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    Music and Dictatorship… Futurismo in Musica!

    By Redazione Musica | aprile 1, 2010

    Siamo lieti di aprire lo speciale “Musica e Dittature” con un articolo del musicologo Roberto Illiano. L’intera raccolta di contributi sarà disponibile in un’apposita categoria. Abbiamo creato anche una Playlist sul nostro canale YouTube.

    *****
    Futurismo in musica, Fascismo e discorsi sulla razza*

    Se dovessimo fare un resoconto del futurismo solo in termini musicali, sulla base delle opere compiute, bisognerebbe ammettere che mancarono musicisti di spicco all’interno di questo movimento e non è possibile tracciare un’estetica musicale coerente. In realtà, come disse perfettamente Fiamma Nicolodi (1) il futurismo in musica vide soprattutto musicisti dilettanti, autodidatti e curiose figure di amateurs, rappresentanti di un costume musicale piuttosto che di un’autentica cultura, artisti repressi dall’accademismo dei Conservatori, attivi soprattutto nella teoria. Idee, progetti, manifesti e volantini si seguivano a getto continuo, molto più numerosi delle opere effettivamente compiute.
    Il movimento futurista italiano esercitò comunque la propria influenza su molte correnti che agivano parallelamente in Europa, prima fra tutti il dadaismo, che associò la declamazione e ogni esternazione vocale alle varie sonorità strumentali e rumoristiche. L’esperienza futurista era anche condivisa da alcuni esponenti del Gruppo dei Sei francese: a partire da Satie, che nel suo “Parade” riproduceva un apparato rumoristico fatto di alfabeto morse, scoppi di pistola, e l’uso di altri giocattoli, per giungere a Milhaud, che con le sue “Machines agricoles” includeva nella musica rumori di trattori e trebbiatrici. Il culto della macchina era vivo anche in Russia, connesso al rumore delle fabbriche (per esempio in “Pas d’acier” di Prokof’ev) e nella Germania di Hindemith, che nella sua “Suite 1922″ raccomandava ritmi molto energici ‘come una macchina’.


    Per i futuristi, invece, la macchina era un simbolo liberatorio, espressione di movimento, di quell’energia che costituisce il divenire del mondo e, contemporaneamente, rifiuto del passato conservatore. La distruzione del vecchio mondo borghese e delle sue ipocrite convenzioni era sublimata attraverso l’uccisione dell’estetica del ‘grazioso’, per cui una musica come quella di Debussy veniva definita da Pratella ‘rosolio per signorine’. Avendo come presupposto e speranza lo sconvolgimento della realtà in cui vivevano, i futuristi finirono per sublimare dal punto di vista estetico l’azione e la lotta. Per questo motivo il futurismo si identificò con l’interventismo.
    La guerra, nella concezione futurista, era un mezzo per liberare il mondo dalla patina di ipocrisia e conformismo proprio della borghesia, che s’identificava ancora nei falsi valori del tardo-romanticismo e del decadentismo. La guerra era proclamata da Majakovskij “igiene del mondo”, in quanto si credeva nella possibilità di ricostruire un mondo nuovo attraverso l’azione e il rovesciamento delle basi della società. Ogni azione bellica fu accolta dai futuristi con una sorta di euforismo – che Benedetto Croce definì “un’orgia di irrazionalità” – animati da un nazionalismo cieco e isterico, nutrito di travisate teorie nietzschiane. Per i futuristi la violenza rappresentava l’unica base sulla quale costruire ogni possibilità di affermazione di uomini di genio, in un contesto esistenziale e artistico reazionario; ma glorificando la violenza gratuita e il nazionalismo a ogni costo, i futuristi allinearono il loro pensiero a quel primitivo eversismo su cui il fascismo fondò buona parte dei propri consensi.
    Quanto fosse forte il sentimento patriottico degenerato coltivato dai futuristi apparve chiaro nel 1911, allo scoppio della guerra di Libia, che vide allineati sulle stesse posizioni interventiste intellettuali di idee assolutamente diverse tra  di loro: Gabriele d’Annunzio, Giovanni Pascoli e Filippo Marinetti. La conquista di Tripoli fu salutata da Marinetti con un nuovo manifesto in cui egli sosteneva che la parola ‘Italia’ doveva dominare sulla parola ‘Libertà’, e incitava il governo italiano a ingigantire tutte le ambizioni nazionali e a disprezzare le stupide accuse di pirateria.
    Era finita da poco la guerra della Libia, definita “grande ora futurista”, ma essa non rappresentò che il preludio ai grandi conflitti mondiali. Il militarismo fu giustificato come patriottismo, in quanto l’orgoglio nazionale era visto come l’unico  valore capace di opporsi alle strutture repressive e immobilistiche degli Asburgo o del Vaticano. La “Sintesi futurista della guerra”, stilata nel 1914,  configurava il conflitto mondiale come l’inevitabile scontro di popoli-poeti, come l’Italia, la Francia e la Russia, contro gli imperi mitteleuropei. Ma in Italia la rivoluzione futurista servì solo a fare la guerra alle strutture repressive e immobilistiche dell’Austria, favorendo l’ascesa del regime fascista. Lo spirito antiborghese del movimento s’infranse durante la prima guerra mondiale e finì per identificarsi con le tesi della borghesia del Nord Italia, ovviamente interventista. Questo atteggiamento provocò il distacco del futurismo russo da quello italiano, accusato di tradimento dei principi del movimento, trasformato in servitore di quel ceto tanto disprezzato che era la borghesia.

    Nei primi anni di ascesa al potere, Mussolini fu visto da Marinetti e dai suoi compagni come l’unico interlocutore  politico in grado di dialogare con i giovani. Fra i punti di contatto con il fascismo c’era l’esaltazione di concetti come eroismo, patriottismo, la glorificazione della guerra e anche l’amore per la violenza e l’avvento dei giovani al potere. I futuristi fecero anche delle richieste precise a Mussolini, prima fra tutte la difesa dei giovani artisti italiani contro la diffusione di opere e artisti stranieri o la ‘difesa dell’italianità’, a salvaguardia della lingua italica dai barbarismi. Ma il primo fascismo non rispose a queste richieste, probabilmente per un certo disinteresse che il  movimento mostrava in campo culturale. Queste richieste facevano già presagire come il futurismo fosse intransigente nei confronti di quello che era ‘altro da sé’, in una stupida difesa di radici nazionaliste, una difesa che tanto male ha fatto alla storia dell’Europa del Novecento e che ancora sta provocando intolleranza, anche in Italia, con l’avvento di preoccupanti movimenti politici che fanno forza su principi non dissimili da questi.

    Tra le due guerre, da corrente di pensiero il fascismo divenne, nella persona di Mussolini, unica fazione di un governo dittatoriale, che quindi non poteva avere alcun vantaggio dalle posizioni anarchiche dei futuristi, dalle loro invettive contro Roma, la Chiesa, il matrimonio e le istituzioni. Marinetti rimase comunque sempre molto vicino al fascismo, tentando insistentemente l’inserimento del futurismo nei canali ufficiali della politica culturale del regime, nella speranza della nascita di un imperialismo che fosse al contempo culturale, politico ed economico. In questo senso accettò anche alcune cariche dal governo fascista e l’onorificenza di Accademico d’Italia nel 1929. Marinetti, che in diverse circostanze dissentirà dalle scelte di Mussolini, come nel caso delle leggi razziali, continuerà ad appoggiarlo anche durante la guerra e dopo la caduta del regime, aderendo alla repubblica di Salò.
    Oltre a un piano ideologico, che identificava la guerra con la rivoluzione, vi era dunque un piano politico, per cui la guerra era espressione di integrazione nazionalistica. Ma proprio questa duplice componente nazionalista e rivoluzionaria rappresentò la contraddizione più forte del movimento futurista e dell’epoca fascista in generale.
    Di questa contraddizione ne fece le spese anche Francesco Balilla Pratella, il maggior musicista del futurismo. In lui il rapporto tra musica popolare e musica d’arte restò irrisolto, in quanto la sua concezione idealista si concretizzava con il ricorso a elementi folcloristici per esaltare la componente nazionalistica (ne è un tipico esempio il ciclo “Romagna” degli anni 1903-1904).

    L’ideologia di Pratella aspirava a un linguaggio semplice, primigenio, che escludeva l’elemento dotto e ricercato per ritornare alle fonti del canto popolare italiano. Ma i compositori della generazione dell’Ottanta emarginarono Pratella, non perdonandogli questa commistione di arditezze avanguardistiche e di tradizione popolare, inconciliabile, quest’ultima, con un atteggiamento rivoluzionario.
    Se il rifiuto del folclore, di cui fece le spese Pratella, aveva una ragion d’essere nei manifesti futuristi che inneggiavano al nuovo, la sconfessione del jazz e della ‘musica negra’ erano parecchio in riga con le ideologie fasciste post-1930.
    In un primo momento, infatti, il jazz era stato visto dai futuristi come espressione del nuovo, espressione di libertà da tutti gli schemi: con i suoi ritmi moderni, ostinati e sincopati e con l’improvvisazione della linea melodica, il jazz era stato considerato l’attuazione più vicina ai principi del futurismo. Franco Casavola – nel suo manifesto “La musica futurista” del 1924 e in un articolo uscito sul giornale “L’Impero” il 14 agosto 1926 – sostenne fortemente la nuova musica afro-americana. In questo modo, però, suscitò una reazione censoria da parte dei redattori del quotidiano “L’Impero”, Mario Carli e Emilio Santarelli, anch’essi ex futuristi, che aggiunsero una nota redazionale al testo di Casavola dove sostenevano che al popolo italiano poco si addiceva un genere così “inferiore” e “volgare”. Lo stesso Marinetti sconfessò l’iniziale simpatia per questo genere, preoccupato delle accuse lanciate contro la propria arte, definita degenerata. Nel suo manifesto del 1938 “Contro il negrismo musicale”, Marinetti si lancia con parole razziste contro quello che egli definisce “l’umorismo funebre a pillole nere” e “l’asma funebre” del “negrismo musicale”.
    Allineandosi alle tesi di un Mascagni, anche Marinetti giudica la ‘musica negra’ come un “lungo lamento pucciniano asmaticamente rotto da cazzotti e sincopati tam-tam di treni rotaie”. Questo giudizio si legge nel “Manifesto futurista dell’aeromusica sintetica geometrica e curativa” che usciva l’8 marzo 1934 a firma di Marinetti e Aldo Giuntini, in cui venivano riciclate le solite formule futuriste cui si aggiungeva il mito dell’aeroplano. Quest’ultimo era il mito dell’industria bellica, volto a infondere l’orgoglio di vivere nella ‘grande Italia mussoliniana’.
    Bisogna ammettere comunque che Marinetti si comportò per tutto il periodo del fascismo in modo piuttosto opportunista e la sua adesione alle idee di Mussolini non fu totale e incondizionata. Le sue parole furono sicuramente strumentalizzate dal regime, perché quando Marinetti parlava di “razza italiana” trascendeva da ogni discorso biologico per intendere una carica tutta spirituale. Queste parole che riecheggiavano un razzismo sostanziale, unite alla difesa incondizionata del nazionalismo e all’esaltazione della violenza furono usate da Mussolini nel 1938, al varo delle leggi razziali.


    Quando comunicava al popolo italiano, Mussolini parlava di Patria e di supremazia dello stato: quando cominciò a parlare di razza gli italiani non riuscirono a capire cosa intendesse. Per giustificare la sua politica, Mussolini si riallacciò proprio ad alcuni concetti esposti dai futuristi, travisandone forzatamente i significati. In questo modo Mussolini sembrò divulgare un modello proposto da Marinetti e portò Benedetto Croce a sostenere che “per chi abbia il senso delle connessioni storiche, l’origine ideale del fascismo si ritrova nel futurismo” (2).

    Roberto Illiano

    **Note**

    *Il presente scritto è stata presentato sotto forma di relazione a un Convegno internazionale dal titolo “Western Music and Racial Discourses, 1883-1933″, organizzato dalla Dr.ssa Julie Brown al Dipartimento di Musica della Royal Holloway (University of London) nei giorni 11-12 Ottobre 2002.

    (1). Cfr. Fiamma NICOLODI, Musica e musicisti nel ventennio fascista, Fiesole, Discanto, 1984 (Contrappunti, 19).

    (2). Per un approfondimento del tema, si consiglia la seguente bibliografia essenziale: PRIEBERG, Fred K. “Musica ex machina”, Torino, Einaudi, 1963; “Musica italiana del primo Novecento: ‘la generazione dell’80′. Atti del Convegno (Firenze 9-11 maggio 1980)”, a cura di Fiamma Nicolodi, Firenze, Olschki, 1981 (Historiae Musicae Cultores. Biblioteca, 35); DE GRAND, Alexander J. “Italian fascism: Its Origins and Development”, Lincoln, University of Nebraska Press, 1982, 32000; BIANCHI, Stefano. “La musica futurista. Ricerche e documenti”, Lucca, LIM, 1995 (Musica ragionata, 8); LOMBARDI, Daniele. “Il Suono veloce. Futurismo e Futurismi in musica”, Lucca, LIM, 1996 (Le Sfere, 27); GENTILE, Emilio. “Le origini dell’ideologia fascista”, Bologna, Il Mulino, 1996; BEN-GHIAT, Ruth. “La cultura fascista”, Bologna, Il Mulino, 2000 (Biblioteca storica); PICCARDI, Carlo. ‘La musica italiana verso il fascismo’, in: “Aspetti musicali, Musikhistorische Dimensionen Italiens 1600 bis 2000 (Festschrift für Dietrich Kämper zum 65. Geburtstag)”, a cura di Norbert Bolin, Christoph von Blumröder e Imke Misch, Colonia, Verlag Dohr, 2001, pp. 111-120.

    Topics: 20th Century, 20th Century, Futuristic, History of Music, History of Music Theory, MUSIC, Music and Dictatorship | 4 Comments »

    4 Responses to “Music and Dictatorship… Futurismo in Musica!”

    1. Federico Preziosi Says:
      aprile 1st, 2010 at 20:12

      Grazie mille. Questo argomento è molto sottovalutato ed è un peccato perchè un bel pezzo di storia del nostro paese. Sono proprio contento che Roberto se ne sia occupato. Aspetto gli altri articoli!

    2. Andrea Barizza Says:
      aprile 1st, 2010 at 21:43

      si, l’articolo è belissimo e l’argomento è interessante.
      io credo che sino a quando noi non faremo i conti con il nostro passato senza passare attraverso buonismi nocivi quanto superficiali, non potremmo essere davvero migliori e pronti al futuro.

    3. Twitter Trackbacks for Music and Dictatorship… Futurismo in Musica! | Musical Words - Blog di Musica * Arte * Lettere [musicalwords.it] on Topsy.com Says:
      aprile 3rd, 2010 at 23:24

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    4. orchestra meccanica marinetti | Musical Words - Blog di Musica * Arte * Lettere Says:
      maggio 19th, 2010 at 10:51

      [...] legame con il futurismo nasce dalla poetica stessa dell’autore, che si situa lungo un misticismo machinico che getta [...]

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