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    Ci siamo riusciti… Agorà e dintorni!

    By Redazione Lettere | giugno 28, 2010

    “Ci siamo riusciti!”
    la fragile bellezza del cinema

    Nel corso di questo breve intervento desidero procedere sotto il segno dell’emozione e non ho esitato a delegare a titolo dell’elaborato la frase che ho pronunciato il 20 aprile a Milano all’uscita del Cinema Apollo, dopo l’anteprima di Agorà di Alejandro Amenàbar: in Apri gli occhi (1997) lo Spettatore poteva osare di stendere la mano per conoscere cosa si nascondesse “dall’altra parte dello specchio”, The Others (2001) lo respinse, ricacciandolo nel Buio da dove era venuto; in Agorà, a prescindere dalle argomentazioni sostenute prevalentemente dalla critica, trionfa la Luce.

    Mi rendo conto che possa sembrare contraddittorio e, in un certo senso, rischioso parlare di Luce in una pellicola che descrive le peggiori azioni che un essere umano possa compiere in nome di un’Idea (Ipazia, matematica ed astronoma, viene scorticata viva all’interno di una chiesa – il film sorvola, giustamente, sui dettagli truculenti) e, in effetti, non escluderei che gli spettatori credenti, “disarmati”, potrebbero essere colti, giunti alla didascalia “FINE”, dal dubbio che il vero incontro con la Divinità (qualunque essa sia) non si realizza (tutt’ora, forse) nel salmodiare nei templi o durante clamorosi quanto infantili “miracoli pubblici” ma soltanto nel cuore di ogni singolo uomo, in silenzio; eppure alla rabbia e all’indignazione si riesce a rispondere con la consapevolezza di avere assistito ad un’opera di chiara (malinconica) bellezza cinematografica e, appunto, piena di Luce. Persino nelle tese scene di massa l’occhio cade altrove, quasi fosse preoccupato che, da un momento all’altro, ciascun oggetto scenico, dalle colonne ai monili di forme serpentine nella biblioteca del Serapeo,  possa disfarsi, poiché “sottratto” a un Altro Tempo, e, di conseguenza, coglierlo nella sua imminenza. Ad esempio, nella sequenza notturna in cui i monaci Parabolani rispondono a una richiesta d’aiuto (che si rivelerà una trappola), la piazza che percorrono viene ripresa in campo lungo e, oltre gli edifici, si può scorgere la luna e il mare che ne riflette l’immagine: ci si sente così lontani dal mondo moderno, dai suoi colori e dai suoi materiali sintetici, al punto da ignorare che di lì a poco avrà luogo una mattanza. Ho avuto davvero l’impressione che il pubblico presente tornasse a casa come avvolto da un particolare calore, bruciando proprio come quegli astri sui quali indugia, “stranita”, la macchina da presa, a miliardi di chilometri di distanza. Non solo. Ogni volta che una carrellata esplorava le strade di Alessandria d’Egitto – battuta dal sole e brulicante di abitanti di etnie diverse – o un dolly si stagliava su di esse, “le porte” dello schermo si spalancavano su panorami talmente belli da  piangere.

    Da sinistra: Umberto Eco, Giancarlo Bosetti, Alejandro Amenàbar

    Di solito cerco di non prendere posizione ma in questa occasione mi assumo la responsabilità di affermare che la produzione cinematografica degli ultimi tre anni (nazionale ed internazionale) non ha raggiunto la forza necessaria a far viaggiare lo Spettatore, alimentando le sue emozioni. Piuttosto, parafrasando il György Lukács della Theorie des Romans (1920), tende a chiamare alla commozione, presumendo, però, di comprendere e far comprendere la vita del Nostro presente attraverso un variegato quanto monotono sistema di categorie sociologiche. Se non si possiede l’abilità – sempre più rara, vedi eccezioni quali Das Weiße Band di Michael Haneke o Los Abrazos Rotos di Pedro Almodóvar – di liberare gli episodi narrativi dalle scorie della realtà vicina, l’esito è demagogico e più falso che mai proprio perché aspirante alla puntuale verisimiglianza. Agorà offre di fatto un viaggio nel tempo e nello spazio ma, nonostante ciò, resta tenacemente ancorato al presente.

    Concludo invitando rispettosamente i lettori a vedere la pellicola recensita appena si presenta loro un’occasione ed esclamo nuovamente “Ci siamo riusciti!”: ha vinto Amenàbar che ha reso finalmente noto al grande pubblico, in particolare gli adolescenti, il personaggio storico di Ipazia (un’inedita e misurata Rachel Weisz); hanno vinto quei distributori che, per amore del cinema e incuriositi dalle tematiche dell’opera, hanno contribuito affinché uscisse nelle sale italiane e – perché no? – ha vinto anche la Chiesa: accogliendo positivamente Agorà e riconoscendone la compattezza formale e concettuale ha dimostrato, secondo la mia maldestra opinione, che la Croce trasmette un messaggio e dà un contributo al nostro percorso conoscitivo se siamo onestamente complici della coerenza e del coraggio della Parola di Gesù Cristo. Se superbamente ostentata e travisata nel significato resta ciò che è stata prima del Suo sacrificio. Uno strumento di annientamento.

    Giordano Giannini

    Topics: Cinema's Nook | No Comments »

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