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    Ernst Bloch… il Divenire in Musica / 8

    By Redazione Musica | gennaio 15, 2011

    (…Continua)

    Parte prima: verso l’ontologia del non-ancora.


    “Tutto ciò che vive ha dentro di sé l’avvenire, tutto ciò che
    è presente tende al futuro”.

    A. Schönberg,  Manuale di Armonia

    Capitolo I: dal sogno irrealizzabile all’utopia concreta.

    Nel dire comune il termine utopia indica solitamente “quanto costituisce l’oggetto di un’aspirazione ideale non suscettibile di realizzazione pratica”[1]. Esso fu introdotto per la prima volta da Thomas More in un’opera edita in latino a Lovanio nel novembre del 1516: si tratta del libretto De optimo rei publicae statu deque nova insula Utopia[2]. Sin dalla sua prima apparizione, il termine fu oggetto di una vivace polemica relativa alla sua etimologia: alcuni filologi e umanisti ritenevano che la u iniziale fosse nient’altro che la contrazione del greco ou e che quindi “utopia” stesse a significare “non-luogo”, luogo non esistente o completamente immaginato, inventato [3]. Altri, avvalendosi paradossalmente delle stesse considerazioni, ma anche del fatto che nel greco le forme negative si costruiscono premettendo ou alle forme verbali e l’alfa privativo per i sostantivi, sostenevano più precisamente che la precedente interpretazione etimologica fosse erronea e che al massimo sarebbe stato più corretto dire “a-topia”. Essi erano quindi più propensi ad interpretare la derivazione del termine ipotizzando che la u di utopia non fosse contrazione di ou bensì di eu, e che quindi utopia non dovesse più intendersi come “non-luogo” ma come “eutopia”, cioè “luogo felice”[4].

    Soprattutto ai nostri tempi il termine ha assunto frequentemente differenti auree semantiche: non sono pochi, infatti, i romanzi, gli scritti filosofici, i poemi o anche i racconti di viaggi che spesso sono stati indicati come utopistici; nel parlare comune, “utopico” è usato nell’accezione di “irrealizzabile”, “illusorio”, “irreale”, “astratto” e l’utopia spesso e volentieri è stata volutamente o involontariamente banalizzata e ritenuta come semplice e vacuo vagheggiamento. “L’espressione ‘È una cosa utopica’- sostiene Ernst Bloch – è diventata quasi un insulto. Come a dire: ‘Va bene non c’è bisogno di parlarne’, o se se ne parla lo si fa solo in tono polemico”[5]. Quando i più parlano di qualcosa di utopico, ritengono che ciò sia un sogno vuoto, un disperdersi evanescente tra cose che non avrebbero neanche la dignità di essere prese in considerazione. Questo ha condotto ad etichettare col nome di utopia non solo teorie politiche e forme ideali di governo, ma persino romanzi fantapolitici e fantascientifici, insomma qualsiasi tipo di società immaginaria delineata in tutti quegli scritti che si siano sforzati di descrivere un mondo perfetto e cioè intenzionalmente libero da tutti quei problemi che l’analisi ha riscontrato nelle società reali e concrete.

    Nelle loro Lezioni di Sociologia Adorno e Horkheimer asseriscono che ogni autore che si sia sforzato di delineare una società utopica lo ha fatto sempre (consciamente o inconsciamente aggiungiamo noi) partendo dalla constatazione e dall’analisi delle condizioni reali della società in cui essi vivevano[6]. Infatti – almeno nelle intenzioni dell’utopista – l’utopia ha pressoché sempre caratterizzato la storia del pensiero dell’uomo inserendosi in esso come  il progetto di una società giusta e fraterna: la letteratura utopica ne è semmai l’espressione, lo sforzo di fare chiarezza, di tracciare delle linee più precise di demarcazione del progetto[7]. È sempre M. Horkheimer a chiarire ulteriormente lo spettro semantico della parola indagata: “l’utopia ha due aspetti: è la critica di ciò che è e la rappresentazione di ciò che dovrebbe essere . La sua importanza è raccolta essenzialmente nel primo momento” [8].

    Francesco De Santis

    (Continua…)
    (Leggi qui tutto lo speciale Ernst Bloch… il Divenire in Musica)


    [1] Devoto-Oli, Dizionario della lingua italiana, Le Monnier, Firenze 1996, edizione multimediale.

    [2] Pur avendo inaugurato un nuovo genere letterario, More riconobbe la Repubblica di Platone come modello ante-litteram della sua opera: questo filone divenne ben presto tradizione, arricchendosi di altre opere scritte che tennero conto del senso col quale il filosofo si era riferito alla sua isola (che Erasmo da Rotterdam aveva ribattezzato con il nome di nusquama).Ricordiamo tra le tante La città felice di Francesco Patrizi del 1553, La città del sole di Tommaso Campanella del 1602 o La Nuova Atlantide pubblicata postuma nel 1627 di Francis Bacon. Per un maggiore approfondimento sulla storia dell’utopia cfr. M. Baldini, Il pensiero utopico, Città Nuova, Roma 1974.

    [3] Topos, cioè luogo, può essere anche inteso come “topos ouranios, luogo celeste nel quale vive l’idea, dunque una categoria spaziale di ordine superiore”, E. Bloch, Abschied von Utopie, Vorträge herausgegeben und mit Nachwort versehen von Hanna Gekle, Suhrkamp, Frankfurt 1980; trad. it. parziale, Addio all’utopia?, Acquaviva, Palermo 1995, p. 5. A questo breve saggio del filosofo si rimanda per una generale quanto riassuntiva visione blochiana dell’utopia.

    [4] Cfr. AA.VV, Utopia e distopia, a cura di A. Colombo, F. Angeli, Milano 1987, p. 12.

    [5] E. Bloch, “Mutare il mondo  fino a renderlo riconoscibile”, intervista del 1974 concessa a J. Marchand per la televisione francese, ora raccolta in E. Bloch, Marxismo e utopia, a cura di Virginio Marzocchi, Editori Riuniti, Roma 1984, p. 69. Il testo è una fondamentale raccolta di interviste che si rivelerà preziosa lungo tutto il cammino del nostro lavoro.

    [6] Cfr. M. Horkheimer – Th. W. Adorno, Soziologische Exkurse (in collaborazione con M. Horkheimer), (1956); trad. it. di A. Mazzone, Lezioni di sociologia, Einaudi, Torino 1966, p. 15. Si pensi a Platone ai tempi della guerra tra Atene e Sparta o a Th. More durante il regno di Enrico VIII; come avremo modo di vedere, anche lo stesso Bloch scrive lo Spirito dell’utopia denunciando, insieme a tante altre manifestazioni culturali del tempo, la crisi dei valori che colpì gli inizi del ’900 (cfr. capitolo  successivo).

    [7] Dopo le motivazioni di fondo che possono spingere gli individui a formulare dei progetti utopici, per completezza ci sembra interessante soffermarci brevemente anche sulle differenti “forme” in cui l’utopia può manifestarsi. Queste possono essenzialmente essere riassunte a partire dalla più classica delle suddivisioni: quella secondo lo spazio e quella secondo il tempo. Ciò è quanto ci viene suggerito da un saggio di R. Trousson (“La distopia e la sua storia”, in AA.VV, Utopia e distopia, cit., pp. 19-34), per il quale l’utopia, sin dalle origini, fu  sostanzialmente un parto della coscienza dell’infelicità storica, un modo per fuggire l’imperfezione del reale; questa fuga attinse poi da due miti di genere diverso, il mito temporale e il mito geografico. Al primo appartengono quelle utopie come l’età dell’oro o l’eden perduto che non sono semplici costruzioni, ma la dolce rimembranza di un passato perfetto immune da tutti i mali, persino da quello della morte; al secondo quelle che descrivono luoghi remoti e perfetti senza una precisa collocazione temporale: ciò che accomuna questi due diversi tipi di utopia è il desiderio di un universo non soggetto a decadenza e imperfezione. La caratteristica delle utopie che si rifanno al mito temporale è che i luoghi metastorici a cui esse si riferiscono, anteriori al tempo stesso, soggiacciono ad una legge esterna che non dipende dall’uomo: ora, quando la legge che ne è alla base subisce violazione da parte dell’essere razionale (dotato di libero arbitrio), quella perfezione che esse incarnano, si incrina attraverso la comparsa del male e della caducità di tutte le cose. Differentemente, l’aspetto saliente delle utopie spaziali è che non facendo più riferimento ad un tempo lontano, collocano il mondo perfetto in un luogo distante e sconosciuto. In questo modo la realtà temporale risulta però, per così dire, asintotica e parallela a quella quotidiana. Queste due direzioni verranno ampiamente rinnovate e riprese lungo il cammino moderno  del pensiero utopico: l’utopia relativa ad una terra sconosciuta fu soggetto ad una nuova ripresa agli albori delle scoperte geografiche e costituì le fondamenta del succitato scritto di More. Diversamente,  il  mito  temporale  venne   ripreso  soprattutto nel ‘700 soprattutto nella accurata laicizzazione attuata Louis Sébastien Merciér: infatti nell’ambito della letteratura utopica settecentesca la stimmung razionale e ottimistica dell’illuminismo  trova il suo culmine nell’invenzione dell’ucronia, la quale prende forma  tra le righe de L’An 2440 scritto nel 1771. L’ucronia è una specie di utopia dove invece di immaginare semplicemente un mondo perfetto, si cerca di delinearlo precorrendo gli eventi futuri. In essa il pensiero si propone di prolungare l’esperienza storica: difatti nell’ An 2440 è il mondo stesso ad essersi “utopizzato” avendo attuato tutto ciò che nel passato era stato promesso.

    [8] M. Horkheimer, Änfange der bürgerlichen Geshichtsphilosopie (1930);  trad. it. di G. Backaus, Gli inizi della filosofia borghese della storia, Einaudi, Torino 1978, p. 63. Tutto ciò viene ribadito anche dallo studioso polacco Bronislaw Baczko che allo scopo di annoverare tutta la vastissima produzione della letteratura utopica del Settecento, non discostandosi troppo dalle parole di Horkeimer suggerisce due concetti differenti di utopia. Nella sua accezione più ampia, l’utopia avrebbe il significato di “una visione globale della vita sociale radicalmente opposta alla realtà esistente” che nelle dicotomia classica essere/dover essere e in tutti i suoi corollari (reale/ideale, riformismo/radicalismo)  si collocherebbe sempre dalla parte del secondo termine; l’accezione più ristretta rimanderebbe, per lo studioso, agli scritti di Moro e Campanella quali mezzo di scoperta ed esibizione della città ideale. Cfr. B. Baczko, Lumières et Utopie. Problèmes de recherche,” Annales E.S.C., 1971, (2), pp. 355-386.

    Topics: Aesthetic of Music, Ernst Bloch... il Divenire in Musica, LITERATURE, MUSIC, Music and Philosophy, Philosophy, Philosophy of Music | 1 Comment »

    One Response to “Ernst Bloch… il Divenire in Musica / 8”

    1. ernst bloch musica e filosofia | Musical Words - Blog di Musica * Arte * Lettere Says:
      giugno 16th, 2010 at 12:51

      [...] (…Continua) [...]

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