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    Ernst Bloch… il Divenire in Musica / 9

    By Redazione Musica | gennaio 30, 2011

    (…Continua)

    Non è compito di questo lavoro delineare una storia dell’utopia o selezionare i saggi, i romanzi, le opere filosofiche che da Platone sino ai nostri giorni, passando per Agostino, Gioacchino da Fiore, Moro, Bruno, Campanella, Swift e Merciér hanno infoltito le fila della letteratura utopica di ogni luogo e ogni tempo. In questa sede a noi interessa soltanto constatare che nel Principio speranza, opera universalmente riconosciuta come un’enciclopedia degli umani desideri, Bloch dedica un intero capitolo alle utopie del passato[1]. Ora, se al cammino del pensiero utopico blochiano risulta proprio necessario tracciare una linea riassuntiva della letteratura utopica di ogni tempo, tanto vale riportare in esteso l’esauriente e fluido tenore discorsivo di un’intervista rilasciata dal filosofo:

    “le utopie sociali, come quelle ad esempio di Tommaso Moro e di Campanella, con il loro in-nessun-luogo, con la loro terra della felicità, costituiscono la casa madre del pensiero utopico. Le loro utopie sociali erano però dislocate su isole lontane, su isole felici, situate a grandissime distanze. E lì, anche se inarrivabile per i più, è raggiunta ogni cosa desiderabile; tutt’al più potrebbe approdarvi un navigatore che si fosse smarrito per l’oceano. Una simile dislocazione è strettamente collegata al semplice fatto che, a quel tempo, mancavano in occidente le condizioni per dare avvio alla fondazione di terre della felicità. Mentre, all’inizio del XIX secolo, ovvero in un tempo in cui l’accumulazione del capitale era già relativamente progredita ed il feudalesimo ridotto a semplici resti, Fourier, Saint Simon e Owen dislocarono le loro felici società nel futuro. Si tratta ora dello Stato del futuro e non di lontane isole felici. E tale decisiva trasformazione, che opera il passaggio dal modo spaziale a quello temporale e fa di quelle più tarde utopie le ben più evidenti precorritrici del socialismo è ovviamente condizionata dalla tabella di marcia della storia. L’ultima, per l’intanto, delle forme assunta dall’utopia è il marxismo stesso, sebbene sembri a tutta prima combattere l’utopia; ma la sua dichiarazione di guerra vale solo per l’utopia astratta[2].

    Infatti nel Manifesto del partito comunista del 1848 Marx ed Engels, pur riconoscendo in Owen, Fourier e Saint-Simon gli inventori di sistemi socialisti precursori del successivo comunismo, tuttavia ne riconobbero i limiti storici; le loro costruzioni utopiche non potevano elevarsi a scienza per un motivo preciso: infatti secondo la loro critica potevano definirsi utopie (cioè progetti irrealizzabili) tutti quei modelli alternativi di realtà che non fossero il risultato di un’analisi della vita sociale capace di accedere ad una rappresentazione delle condizioni reali della società dell’uomo. Dunque, nel primo Ottocento, Owen, Fourier e Saint-Simon, secondo la severa critica marxista, non ebbero la possibilità di intravedere alcuna attività storica e autonoma del proletariato, né di scorgere le condizioni concrete per una sua liberazione che invece si sarebbero sviluppate in nuce allo stesso sviluppo industriale e al relativo conflitto dialettico delle classi. A questa “miopia” essi sopperirono sostituendo le condizioni storiche dell’emancipazione del proletariato e quelle della sua organizzazione come classe,  con quelle della loro immaginazione: in questi scritti l’oggettività del sapere viene cioè sostituita dalla soggettività dell’immaginazione ed è per tal motivo che non possono dirsi “scienza”. Esse sono costruzioni che non si attengono ad un attenta analisi della realtà in quanto non indagano sulle condizioni materiali di realizzabilità di una vittoria del proletariato.

    Pertanto, a proposito degli utopisti del passato, Bloch dice:

    “Essi, dunque non sono almanaccanti sognatori, bensì primariamente utopisti ancora astratti, che non hanno considerato le condizioni di un’epoca, a causa delle quali, quando cioè i tempi non sono ancora maturi , ogni utopia è destinata a fallire e, fallendo a sfociare nel suo contrario”[3].

    Più avanti vedremo invece come Bloch indicherà il marxismo come una svolta concreta nel difficile terreno delle utopie sociali.

    Possiamo intanto concludere questo breve capitolo citando ancora le parole del filosofo tratte anche questa volta da un’altra preziosa intervista: “Io ho voluto dimostrare che la parola  utopia lungi dall’essere un termine maledetto, era la categoria filosofica del nostro secolo”[4]; e ancora: “Io sono, ieri come oggi, convinto che l’utopia costituisca la fondamentale categoria, anche politica, della nostra epoca”[5]. Sono affermazioni ricche  di implicazioni e sviluppi che starà a noi ora cercare di spiegare: a tali conclusioni bisognerà arrivare dimostrando come Bloch non solo sia stato un grande pensatore dell’utopia, ma come ad essa, forse meglio di chiunque altro, abbia tentato di dare basi certe e ragioni nuove, e la musica, considerata sempre alla stregua di arte privilegiata e profetica in ogni parte del suo sistema sui generis, ne rappresenta una delle più importanti testimonianze.

    Francesco De Santis

    (Continua…)
    (Leggi qui tutto lo speciale Ernst Bloch… il Divenire in Musica)


    [1] Nel Principio speranza Bloch suddivide queste utopie in utopie “mediche”(§35), sociali (§36), “tecniche” (§37), “architettoniche” e geografiche(§39). “Questo ampio libro, – sostiene il filosofo – che conta all’incirca 1650 pagine, termina con nuovi contenuti, dopo aver tentato di offrire un’enciclopedia degli umani sogni, un’enciclopedia delle vie anticamente sognate o anche organicamente elaborate verso un compimento ancora tanto parziale”. E. Bloch, “Mutare il mondo…”, cit., p. 100.

    [2]E. Bloch, “Sogni diurni, sogni ad occhi aperti e la musica come ‘utopico per eccellenza’ ” intervista rilasciata a Michel Gibson, Pierre Furlan e Peter Stein per la televisione canadese trasmessa nel 1976, ora raccolta in E. Bloch, Marxismo e utopia, cit.,  pp. 159-160.

    [3]E. Bloch, “Mutare il mondo…” cit., p. 98. Le parole del Nostro richiamano la maggiore efficacia e concretezza del marxismo rispetto alle proposte rivoluzionarie del passato quale si evincono dalle stesse parole di Marx ed Engels: “le proposizioni teoriche dei comunisti non poggi[a]no affatto su idee, su principi inventati o scoperti da questo o quel riformatore del mondo. Esse sono semplicemente espressioni generali di rapporti di fatto di un’esistente  lotta di classi, cioè di un movimento storico che si svolge sotto i nostri occhi”. K. Marx – F. Engels, Manifest der Kommunistischen Partei (1848); trad. it. Manifesto del partito comunista, Einaudi, Torino 1962, pp.147-148.

    [4] Cfr. Jean-Michel Palmier, Entretien avec le penseur marxiste Ernst Bloch, intervista apparsa su “Le Monde” del 30 ottobre 1970, cit. in L. Hurbon, Ernst Bloch. Utopie et espérance, (1974); trad. it, Bloch, Cittadella editrice, Assisi 1974, p. 14.

    [5] E. Bloch, “Un marxista non ha diritto al pessimismo”, intervista rilasciata a Jean-Michel Palmier nel 1976 ora raccolta in E. Bloch, Marxismo e Utopia, cit., p. 137.

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