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    Ernst Bloch… il Divenire in Musica / 14

    By Redazione Musica | aprile 15, 2011

    (…Continua)

    4) L’oscurità dell’attimo vissuto: lo stupore come finestra sul non-ancora.

    La prima parte dello Spirito dell’utopia si conclude mettendo a fuoco due concetti piuttosto complessi che nella loro interazione sono collegati dalla categoria del non-ancora: si tratta dell’oscurità dell’attimo vissuto e del sapere non-ancora-conscio (quest’ultimo unito strettamente al concetto del non-ancora-divenuto). L’oscurità dell’attimo vissuto è uno dei punti fondamentali della speculazione blochiana e una delle chiavi di accesso più preziose per la comprensione dell’ontologia del non ancora: con tale espressione il filosofo  (che già aveva esposto il problema parlando dell’autoestraneazione)  vuole spiegare che nell’hic et nunc l’uomo non è mai perfettamente presente a se stesso[1].

    Meglio di qualsiasi commento indiretto  la lettura delle sue stesse parole:

    “Ma non posso sperimentarmi e possedermi interiormente, neanche ora che fumo e scrivo. Anzi, voglio appunto evitare di starmi davanti troppo vicino. Solo l’istante dopo posso tranquillamente avere tutto questo sotto agli occhi e quasi farmelo girare davanti. In questo modo è presente solo il passato, che coincide con quanto si sperimenta come apparentemente esistente” (SU, 216).

    La chiarezza su quanto  ci scorre davanti a noi e dentro di noi  emerge solo col senno di poi, come qualcosa che si è già fatto immediatamente passato: “Abbiamo un presentimento di quest’attimo solo quando è passato, oppure prima quando ancora lo attendiamo”[2]. Delucidanti sono le metafore mediante le quali Bloch cerca di chiarire nei limiti del possibile questa tenebra: la paragona alla macula cieca dell’occhio che non è capace di rilevare i raggi di luce che la colpiscono o ad un faro che paradossalmente non ha luce in prossimità della sua base, descrivendo nella maniera più comprensibile la natura di qualcosa che ci è ignoto pur essendoci molto vicino: “l’oscurità dell’attimo vissuto è una prossimità che ci fa ciechi,  è la situazioni espressa dal proverbio per il quale “nessuno è profeta in patria”[3].

    Così l’Erlebnis, tutta l’esperienza della nostra vita, proprio perché successione ininterrotta di istanti, risulta una totalità di “attimi oscuri” che rendono impossibile un’accettabile oggettivazione del presente a causa dell’assenza di uno scarto temporale tra soggetto e attimo vissuto; ma se questa fitta nebbia da una parte ci sottrae una chiara cognizione del vissuto, dall’altra sembra celare in sé una dimensione non ancora realizzata  del futuro: essa è lo spazio utopico del  “sapere non ancora conscio” e del correlativo “non ancora divenuto” che, pur essendoci ignoti guiderebbero il nostro agire come una mano che regge il guanto che la nasconde [4].

    Le caratteristiche portanti dell’oscurità dell’attimo vissuto sono state precisate in diversi punti da G.L. Brena in un articolo molto interessante, del quale riportiamo per esteso il passo che ci consente quel chiarimento determinante per l’intera trattazione di questo lavoro e soprattutto per la collocazione della musica nel processo di poiesi artistica individuato dalla filosofia utopica:

    “Le dimensioni di senso fondamentali che si intrecciano nell’attimo vissuto e sono di volta in volta messe in luce da Bloch si possono analizzare come segue: l’oscuro dell’attimo è:

    Questi ultimi aspetti dell’oscurità dell’attimo vissuto, danno inizio al filosofare mediante il momento iniziale dello stupore, cioè di quella meraviglia che già Platone e Aristotele indicavano come lo stimolo e il punto di partenza di ogni filosofare: ma lo stupore blochiano non si identifica del tutto con quell’ammirazione aristotelica dell’esistente che contiene in sé la contemplazione di un universo statico e indiveniente, ma “è il domandare [corsivo nostro] ancora indefinito che all’interno della filosofia e della scienza urta con un gran numero di risposte già disponibili e con un modo di rispondere scolastico e stereotipato” [6]; in un suo racconto dal titolo Lo stupore Bloch puntualizza proprio quanto detto nell’intervista succitata:

    “quasi nessun filosofo prolunga lo stupore interrogativo oltre la prima risposta, nessuno ha commisurato costantemente questo stupore a ‘problemi’ che si presentano in concreto, nessuno li ha concepiti come riflessi o modificazioni dello stupore iniziale. Appunto per questo non si è ancora riusciti a percepire nello stupore non solo la domanda ma anche il linguaggio di una risposta, il fondo sonoro di uno ‘stupore spontaneo’, questo ‘stato finale’ che fermenta nelle cose”[7].

    Ora, la domanda originaria che scaturisce dallo stupore mette in moto l’intenzionalità utopica dell’Eingedenken che, come abbiamo appreso, è in grado di “vedere” l’essere del non-ancora. Rifacendosi ad uno scritto giovanile del filosofo L. Boella scrive: “Il corrispondente affettivo del domandare è la Sehnsucht, che costituisce la base di certezza sottostante a ogni interrogare di per sé infinito: ‘la Sehnsucht verso qualcosa di non esistente è … l’essere più certo’ ”[8].

    Lo stupore è strettamente connaturato alla speranza ed è rivelativo di quel non-ancora di cui stiamo ricercando i tasselli: esso  può essere generato da banali e inaspettati episodi come le prime gocce di pioggia di un acquazzone[9], dal sorriso di un bambino, da una parola appena biascicata ma anche da grandi e teatrali avvenimenti come lo squillo di tromba (Trompetesignal) che nelle ultime battute del Fidelio beethoveniano annuncia ‘l’arrivano i nostri!’ e quindi la salvezza di Florestano “inaspettata e immensamente attesa”:  esso “è piuttosto una scossa che toglie  dai binari consueti, l’avvertimento di un massimo celato nel minimo”[10]. L’enigma dal quale lo stupore è avvolto e dal quale allo stesso tempo emerge, non è qualcosa di trascendente, ma al contrario costituisce “immanenza più intima di ciò che è” (SU, 13); esso ci fa intuire che sia proprio l’oscurità da cui  proviene  a farci presentire ciò che sarà: “La stessa origine che solo utopicamente diviene, è presenzializzata nell’oscurità dell’attimo vissuto”[11].

    Lo stupore è quindi la “figura affettiva” della domanda  originaria   relativa   alla

    nostra imperfetta conoscenza di Noi stessi e del mondo, l’embrionale coscienza dell’incompiutezza di un mondo diveniente. Lo stupore non ha il sapore amaro di un’esperienza esoterica bensì la grinta democratica di una forza che permette a tutti gli uomini di scorgere il volto velato delle cose: è proprio nella sua stessa foschia che esso ci fa promessa di luce redimendo il particolare dalla sua apparente non-significanza.

    Quella domanda che da esso sgorga, pur non avendo un passo fermo e deciso verso un punto dell’orizzonte, assume un movimento dato dalla risultante di forze contrastanti ma allo stesso tempo sconfinanti l’una nell’altra: da una parte incontriamo l’attrito prodotto dall’indeterminatezza del non-ancora-conscio, dall’altra la spinta propulsiva dell’Eingedenken che tramite la domanda scaturita dallo stupore, dirada la nebbia del non-ancora-conscio in direzione di un suo parziale svelamento sino alla soglia della coscienza del non-ancora-divenuto[12]. Ma saranno soprattutto le riflessioni disseminate ovunque sull’attività del genio e dell’arte a illuminarci maggiormente, poiché, come egli stesso afferma nello Spirito dell’utopia, “è soprattutto nel lavoro creativo che viene superato chiaramente il limite impressionante del non-ancora-conscio” (SU, 221).

    Francesco De Santis


    (
    Continua…)
    (Leggi qui tutto lo speciale Ernst Bloch… il Divenire in Musica)


    [1] Per un approfondimento su questa tematica e sui problemi da essa aperti si consiglia di fare riferimento al numero della rivista Fenomenologia e società, (cit.) interamente dedicata all’oscurità dell’attimo vissuto blochiano.

    [2]E. Bloch, “Contestuale…”, cit., p. XII.

    [3] Cfr. Ivi, p. XIII.

    [4] Cfr, G. Pirola, “L’oscurità dell’attimo vissuto:  seminario su Bloch” cit., p. 15. Lo studioso continua: “Entro questi termini l’oscurità dell’attimo vissuto è insieme e l’inesistenza nel presente di una trasparenza immediata del Sé e dall’altra l’apertura di possibilità di venire a quella trasparenza nel tempo, di giungere al sé attraverso la ripresa del passato o l’aspettativa del futuro” (ivi).

    [5] G.L. Brena, “La simbolica dell’umano in Ernst Bloch” in Fenomenologia e società, cit.,  pp. 136-137. Queste puntualizzazioni dovranno essere tenute presenti a proposito dell’opera musicale: dalla sua analisi ottenuta seguendo le direttive della filosofia utopica tracciate da Bloch, essa eredita meglio di qualsiasi altra forma d’arte le caratteristiche dell’oscurità dell’attimo vissuto quasi fossero dei tratti genetici che un essere eredita da quello che lo ha generato. Sono indicazioni che per quanto nella loro stringatezza possano sembrare riduttive saranno molto utili per riassumere il percorso della coscienza anticipante che proprio a partire dalla fitta nebbia del vissuto e dal sapere non-ancora-conscio, giunge, attraverso l’opera d’arte, alla coscienza dell’essere non-ancora-divenuto.

    [6]E Bloch, “Contestuale”, cit., p. X.

    [7] E. Bloch, Spuren (1959) trad. it. e cura di Laura Boella, Tracce, Garzanti, Milano, 1994, pp. 233-234.

    [8] L. Boella, cit. , p. 102. La studiosa si riferisce allo scritto di Bloch Sehnsucht als das gewisseste Sein (1903) ora contenuto in Tendenz-Latenz-Utopie (1978) lo stesso al quale V. Bertolino e F. Coppellotti si rifanno per chiarire il senso della verità artistica intesa da Bloch: “ma la verità filosofica come quella artistica esistono al di là dell’empirico esistente e la loro meta è l’adeguazione della Sehnsucht in sé, che ‘nonostante ogni insicurezza sui suoi contenuti è comunque ciò che vi è di più certo e quindi l’unica qualità buona dell’uomo” Nota n. 4 a pagina 7 di SU .

    [9] In Tracce troviamo un breve racconto (Lo stupore) completamente costruito sull’espressione “piove”. La chiusa del racconto ci sembra determinante per la comprensione di quanto stiamo tentando di spiegare: riferendosi a quei particolari banali, come per es. un ramo, che possono casualmente aprire la riflessione sul mistero del mondo Bloch scrive: “ecco perché si vorrebbero meditare a fondo, ogni tanto, le poche parole dette di sfuggita, da quell’uomo o da quella donna, in una sorta di esercizio mattutino dell’istinto. Allora i grandi enigmi del mondo non gli nasconderanno interamente il suo unico segreto invisibile”. E. Bloch, Tracce , cit., pp. 232-234.

    [10] G. Pirola, “L’oscurità dell’attimo vissuto:  seminario su Bloch”, cit., p. 15.

    [11] Ivi. Scrive R. Bodei nell’introduzione al Principio speranza: “Nei grandi ‘attimi’ in cui si squarcia la cortina della temporalità cogliamo la pienezza del senso della meta a cui la speranza tende per lo più invano”(PS, p. XIX).

    [12] Scrive G. Cunico: “La ‘domanda’ è quindi una designazione dinamica e non dogmatica per l’origine  e l’essenza del processo del divenire di ogni essente come sperimentazione orientata nel costante trascendimento di quanto viene di volta in volta raggiunto”, G. Cunico, Critica e ragione utopica, cit., p. 259. Aggiunge poi in nota a p. 281 “è anche in questo senso che Bloch afferma che l’ontologia del non-essere-ancora va continuamente rifondata in forma nuova”.

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