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    Ernst Bloch… il Divenire in Musica / 21

    By Redazione Musica | luglio 30, 2011

    (…Continua)

    a) Incessante canticchiare, danza e musica da camera.

    Il I° tappeto “è l’incessante canticchiare, la danza ed infine la musica da camera, questa musica caduta da qualcosa di più elevato e quasi sempre divenuta tappeto in senso inautentico”(SU, 59).

    L’accostamento della musica da camera alla danza e al canticchiare è una forzatura che può essere compresa soltanto tenendo presente l’elasticità del metodo proposto e tutte le sue future implicazioni nella generale concezione del tempo e della storia. L’incessante canticchiare e la danza rappresentano il primissimo ascolto di noi stessi: essi si presentano al soggetto come gesti spontanei di vita, oggetti di interrogazione interna; sono i segni di in incalzante trascendimento verso l’esterno, verso la Selbstbegegnung: essi appaiono agli occhi del filosofo come elementi non ancora divenuti “oggetto”. Danza e canticchiare si avvicinano alla condizione dell’in sé hegeliano, proprio perché come inizio dell’incontro con il sé non possono  essere ancora considerati come oggettivati[1].

    All’inizio del paragrafo dedicato al I° tappeto Bloch si chiede: “come ci ascoltiamo dunque prima?”(SU, 60), la risposta è chiara: come danza e incessante canticchiare. Meglio si potrebbe rispondere che, da un punto di vista strettamente filosofico, danza e incessante canticchiare rappresentano il cominciamento dell’autocoscienza, dell’interrogare se stessi, mentre da un punto di vista musicale, come dato antropologico, questi elementi emergono dalla coscienza del soggetto come primi bagliori di rimemorazione e speranza[2]. Il primo tappeto non ha in sé un significato autonomo, esso vale solo retroattivamente poiché è riconoscibile solo col senno di poi, come recupero da parte della musica successiva, della musica vera e propria: ciò avviene, per es., nelle fughe e nei corali di Bach (canticchiare) o nei balletti wagneriani (danza)[3]. Esso non è quindi un tappeto autentico, ma una categoria spuria.

    b) Lied chiuso, Mozart e le Passioni bachiane.

    Il secondo tappeto “prende un maggiore slancio: è il Lied ‘chiuso’, Mozart o l’opera giocosa dalle limitate emozioni profane, l’oratorio, Bach o le Passioni dalle limitate emozioni spirituali , ed al sommo la fuga , che per quanto riguarda la sua infinita melodia si trasforma già nella forma-evento e tuttavia ne resta nettamente separata per il suo contrappunto puramente architettonico e non drammatico”(SU, p. 59).

    La definizione del secondo tappeto si presenta già carica di indicazioni che vanno dipanate con ordine. Il secondo tappeto, rispetto al primo, è quindi uno schema vero e proprio , un tappeto “puro”; esso annovera fra i suoi tratti caratterizzanti il Lied chiuso (strofico), l’opera comica e l’oratorio. Esso rappresenta un approfondimento dell’interiorità soggettiva superiore rispetto a quello del primo e si sostanziandosi di un grado maggiore di consapevolezza abbraccia compositori come Schumann, Schubert, Pergolesi e Offenbach.

    Per quanto grazioso e rotondo, il melos di questa sfera dell’io è  comunque ancora soffocato, incapace di esplodere  in un suono completamente rivelatore dell’interiorità. Questo stadio del soggetto si configura come quello di un “io leggero”, al cui vertice troviamo Mozart: la musica del secondo tappeto è incapace di essere tensiva, eccedente, gestuale, evento scatenante, e in tutto questo il musicista di Salisburgo raggiunge l’esemplarità. Lo spirito del secondo tappeto è dominato da un gusto per l’equilibrio e la compostezza della forma che nell’analisi blochiana trova una valutazione nel giudizio di “serena grecità”: lungi dall’essere semplicemente  un’espressione di natura emozionalistica, la “serena grecità” della musica mozartiana rappresenta in realtà la sintesi definitoria dell’intera categoria-sigillo, mentre come giudizio risulta palesemente influenzato dall’interpretazione nietzscheana del mondo greco e dell’arte classica, maschere rassicuranti edificate per sfuggire al nulla e al caos. Infatti, prima ancora di definire la propria storia della musica in base a questa suddivisione per tappeti, Bloch, riprendendo il modello hegeliano, suddivide la  storia dell’arte in tre momenti, ma riferindosi all’arte greca la definisce in termini perfettamente corrispondenti al Nietzsche della Nascita della tragedia. Non è un caso allora che egli affermi: “Mozart rimane quindi il culmine della  musica del Sud [4], quasi sempre trasformabile in visibilità ed in plastica estasi”(SU, 63). La serena grecità di Mozart è il culmine di una concezione musicale che non contempla il gesto sonoro esplosivo, dinamico, capace di rompere veramente l’equilibrio tra forma e contenuto: la musica dell’artista salisburghese, pur volendo seguire i moti dell’anima facendosi di volta in volta “leggiadra, dolorosa, serena”, non sembra disposta a tratteggiare sostanziali differenze anche quando la situazione emotiva dell’azione drammatica lo pretenderebbe:

    essa “non vuole operare differenza alcuna fra il gaio banchetto e la mistica fine di Don Giovanni, mirando alla costante compiutezza e plasticità della sua linea e della sua forma. In questa azione che si mantiene moderata, in quest’aria raccolta e costruita con dolce malinconia, quasi tutto rimane d’argento, di porcellana; anche la marcia agitata, libera, risonante si maschera in cineseria”(SU, 62).

    Così la contrapposizione tra aria e recitativo o gli elementi intrinsecamente dialettici della sonata classica, in Mozart, non sono in grado di far emergere il moto rivelativo di uno spirito magmatico e diveniente: “in Mozart lo sviluppo non vuole e non può mantenere alcuna tensione e volontà verso la grande linea che dovrebbe scaturire dal fuoco espansivo, necessariamente espansivo, dei suoi contrasti tematici”(SU, 64). Tutto si esaurisce nella tranquillità di una forma chiusa, composta, metafora di un sole caldo e rassicurante: l’agitato (o meglio, l’energetico) appare soltanto come sogno non avverato, come arte alla quale è negata ogni effettiva realtà.

    Ma se Mozart rappresenta il modello della grecità, all’interno del medesimo tappeto e dal punto di vista dell’incontro con il Sé, Bach svolge un ruolo ancora più importante. Egli è fuori dalla sensuale e appagata superficie della composizione mozartiana: sin dai suoi corali ma soprattutto con la sua fuga si colloca come anello di congiunzione e punto di transizione al terzo tappeto. Anche in questo compositore ritroviamo uno “struggente desiderio” ma nella sua musica esso non è “un fuoco che brucia in superficie, ma una profondità dell’anima che resta in sé”: Bach è quella tappa dell’interiorità soggettiva che, pur rimanendo “infinita internamente” e non ben esplicitata, spinge verso nuove e mai udite profondità dell’anima. Le Passioni bachiane rappresentano la transizione non immediata allo spirituale poiché in esse la dimensione dinamico-energetica  non è mai netta e quando è presente, è sempre contrapposta al momento lirico[5]. Quest’ultimo viene sovente sottoposto da Bach al dominio del corale “senza la tentazione” di “divagare nell’operistico”(SU,64). Il corale bachiano offre all’ “agitato”, una connessione lirica mediante l’esplicita intenzione di oltrepassarla in direzione di una sovradrammaticità che si concreta in telai sonori dalle fondamenta stabili, granitiche. È quindi

    proprio nel linguaggio musicale bachiano che la musica accenna al suo futuro come linguaggio assoluto e ontologico: come dimostra la Mathäuspassion la trama sonora delle sue pagine iniziano a farsi capaci di un’intimità mai udita, di “un venir detto ad hominem” che neanche Kiekegaard sarebbe riuscito ad esprimere con le sue parole. Questa sostanza ontologica si esprime in musica con un contrappunto che non è più quello degli antichi corali evangelici, uniformi e omofonici, ma quello di una forma internamente rinnovata che si avvale dell’incedere selvaggio ed energico di un ritmo spezzato[6]. Questo frantuma o, meglio, trafora la melodia chiusa del recitativo dissolvendo la voce e le parole nello strumentale: emerge così una musica nuova e più autentica, in grado di “generare un’azione più appassionata della stessa azione biblica”(SU,65). Dall’erosione della melodia chiusa operata dal corale e dalla conseguente perdita del carattere lirico delle voci è scaturita poi la fuga, vero è proprio momento di trapasso verso il terzo tappeto. Bach, come “maestro dell’intimo”, nella cantabilità della propria fuga recupera l’ancenstrale tappeto della danza e del canticchiare trasfigurandolo attraverso la ricca molteplicità dei suoi ritmi: in essa il Lied chiuso si dilata in un’intima infinità seconda a nessuno nel condensare il futuro nelle proprie linee melodiche. E proprio il futuro, esaminato da queste “sotto ogni aspetto e speranza”, sboccia tra le memorabili variazioni della fuga bachiana come “scrigno aperto, in una melodia infinita internamente”(SU, 66)[7].

    La melodia bachiana , soprattutto quella che risuona tra le pagine del Clavicembalo ben temperato, si rivela scritta quasi apposta per il suono limpido e argentino di strumenti ad essa futuri, come gli Stenwey dei nostri tempi e non per quello metallico e pizzicato dei clavicembali a cui era destinata.

    Per concludere, in Bach come in Mozart è ancora presente una rigorosa compostezza formale dovuta ad un sapiente gioco di equilibri delle parti: se Mozart oggettiva il lato terrestre e luciferico dell’ io leggero o piccolo attraverso la luce visibile di atteggiamenti alati e sciolti dello spirito, Bach ne oggettiva invece il lato spirituale; ma questa oggettivazione non splende, non ha luce, avviene nell’ancor  profonda interiorità dello spirito protestante: essa è il preannuncio di quella potenza della speranza che solo il “voler agire cristiano” e la comunità da esso rappresentata, è in grado di rendere come concreta e effettiva realtà.

    A noi, dopo quanto ricostruito, pare che la Fuga che Bloch qui intenda sia una sorta di tappeto nel tappeto: essa è una finestra aperta sulla più avanzata dimensione dinamico-energetica, del terzo e ultimo tappeto, quello dove finalmente quest’ultima trova una piena e soddisfacente manifestazione[8].

    Francesco De Santis

    (Continua…)
    (Leggi qui tutto lo speciale Ernst Bloch… il Divenire in Musica)


    [1] È forse possibile intravedere in questo schema il recupero surrettizio e inconsapevole di alcune considerazioni di Heine o di Herder relative al canto come dato ancestrale e antropologico: “Se il linguaggio dell’uomo primitivo era il canto, – scrive Herder -  esso era per lui naturale, ed era conforme ai suoi organi e ai suoi istinti, lo stesso come il canto è naturale per l’usignolo, che è, per così dire, una gola vibrante.[...] Anche in seguito, quando il linguaggio divenne più regolare, e uniforme e ordinato, continuò ad essere una specie di canto, come testimoniano gli accenti di tanti selvaggi: e che da questo canto, quand’esso più tardi venne nobilitato e raffinato, sia sorta la più antica poesia e musica, più d’uno l’ha ormai dimostrato”. J.H. Herder, Über denUrsprung der Sprache (1772); trad. it. di P.A. Amicone Sull’origine del linguaggio, Nuove Pratiche Editrice, Parma 1995, p. 59.

    [2] Introducendo la schematizzazione della musica tramite le sue categorie sigillo, Bloch si riferisce al suo “progresso” sostenendo che esso è possibile “solo in virtù della sua direzione [e] della sua memore coscienza [...]”(SU, 57).

    [3] “Si dovrà così anche scoprire retroattivamente quale significato abbiano in Bach e Wagner l’incessante canticchiare e soprattutto la danza”(SU, 61).

    [4] L’espressione è debitrice sicuramente delle considerazioni di Nietzsche ne Il caso Wagner, quando il filosofo invita a prendere congedo dall’umido Nord dei vapori wagneriani per la limpidezza e serenità africana della Carmen bizettiana (cfr. F. Nietzsche, Der Fall Wagner (1888); trad. it. e cura di G. Colli e M Montinari, Il caso Wagner, Adelphi, Milano 1982, p. 167). L’uso di questa terminologia “metereologico-geografica” è però spesa da Bloch in senso differente: Bloch indica in Mozart una composta superficialità musicale che non trova la strada dell’interiorità soggettiva mentre vedrà in Bizet uno stadio del soggetto ai confini del terzo tappeto, cioè di quell’espressione musicale di poco lontana dalla liberazione da una forma eccessivamente limitante.

    [5] Nel Principio speranza il Nostro dirà: “certamente la fuga non contiene una tensione espressiva lirico-emotiva, però ne ha una dinamica, compressa nel tema”(PS, 1235).

    [6] Si tenga presente quanto detto in precedenza sull’uso della tecnica: il progresso musicale non si dà attraverso l’evoluzione della tecnica ma in base all’uso che di questa se ne fa.

    [7] Per un approfondimento della riflessione blochiama sulla musica di Bach si tenga presenteil testo di M. Geck, “Bach und Tristan-Musik aus dem Geist der Utopie”, in Bach-Interpretationen, Göttingen, 1969.

    [8] Prima di definire i tratti caratteristici del terzo tappeto, Bloch sente la necessità di dedicare un brevissimo paragrafo alla Carmen di Bizet.  Ma l’accenno ad essa può dirsi quasi irrilevante: l’unica considerazione degna di nota che avvicina l’opera al terzo tappeto riguarda la continuità drammatica delle sue arie che, pur essendo ancora “chiuse”, rivelano un accentuata propensione nell’identificare l’impeto che le contraddistingue con l’azione dei personaggi che esse caratterizzano.

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