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    Arte e qualità dell’insegnamento musicale

    By Redazione Musica | gennaio 8, 2009

    Con questo Post la Redazione ufficializza il rapporto di collaborazione editoriale con il portale ClassicaViva.com e il suo attivissimo blog!
    Grazie a questa amicizia, vi saranno interventi frequenti su entrambi i fronti ed è probabile che, all’interno di MusicalWords.it, vengano  inseriti i podcast delle trasmissioni radiofoniche a cui Ines Angelino (fondatore di Classicaviva.com) partecipa costantemente.

    ***

    L’arte e la qualità non si misurano a ore… parliamo dei Docenti dei Conservatori!

    Qualche giorno fa, al nsotro blog (classicaviva) perventuo un commento, eccolo: http://lnx.classicaviva.com/wp/2008/03/24/podcast-del-forum-di-discussione-sui-conservatori-parte-iii/#comment-971

    Il nostro gentile lettore Giorgio ci invitava ad approfondire il tema degli orari dei Docenti di Conservatorio, e scriveva: “Parlate anche del MOSTRUOSO CARICO DI LAVORO dei Docenti dei conservatori: 12 ed anche 9 NOVE ore settimanali di lezione da novembre a giugno, 4 quattro mesi di ferie! Gli studenti dei conservatori italiani usufruiscono così di poche decine di minuti di lezione e non imparano nulla, [...]“

    Dunque dunque, caro Giorgio, lei tocca un tema molto importante. La quantità di carico di lavoro di una categoria in particolare, in questo caso i Docenti dei Conservatori. (Ma potremmo partare, per estensione, anche degli altri Docenti AFAM, ossia quelli delle Accademie di Belle arti, e dell’Accademia di Danza). Questo argomento viene spesso tirato in ballo, chissà perché, sempre contro la categoria dei docenti, qualsiasi materia essi insegnino. Capisco: sono stata docente di ruolo nelle scuole statali per molti anni e conosco molto molto bene questa obiezione. Insomma, è facile guardare all’orario di servizio “frontale”, cioè in classe, con gli studenti, e decidere che una categoria di persone lavora troppo poco. Ma… cerchiamo di approfondire un poco, con la massima serenità possibile, questo discorso. Perché si tratta di un discorso molto importante.

    Dunque, immagino che siamo tutti d’accordo sul fatto che non tutti i lavori siano uguali e vadano retribuiti allo stesso modo (tanto è vero che la disparità di retribuzione tra, mettiamo, un operaio non specializzato ed un grande Manager può anche presentare un fattore di moltiplicazione elevatissimo – esempio: 1.000 Euro mensili contro 100.000 Euro mensili…). Secondo principi che derivano da Marx e furono applicati in diversi paesi socialisti, il fattore di moltiplicazione non dovrebbe superare il numero 10 (per tornare all’esempio di cui sopra: al massimo una retribuzione mensile dovrebbe arrivare a 10.000 Euro). Ma stiamo parlando, almeno per ora, di sogni sconfitti dalla storia…

    Ma veniamo alla qualità del lavoro. Mentre è abbastanza semplice valutare certi lavori in base alle ore erogate per svolgerlo (ma solo abbastanza semplice), la questione diventa molto più complessa per certi altri. Indubbiamente la preparazione necessaria per svolgere un determinato compito con successo è molto più lunga in certi casi che in altri e, oltretutto, non è retribuita. E’ per questa ragione che un laureato che ha studiato fino a 23, 24, 25 anni, a carico della famiglia, sottoponendosi ad un ciclo di studi impegnativo e faticoso, si aspetta di trovare un lavoro meglio retribuito di quello del suo amico d’infanzia che ha scelto di fare l’operaio, ed ha iniziato a lavorare a 16 anni (che poi le aspettative non coincidano con la realtà dei fatti, questo è un altro discorso…).

    E’ più faticoso il lavoro intellettuale o quello fisico? E’ comune credenza che lo sia molto di più quello fisico, però… chi fa un lavoro intellettuale sa bene come spremere il cervello sia faticoso a volte più di un lavoro che affatica il corpo, lo carica di una fisiologica stanchezza, ma almeno consente un riposo notturno non insonne e tormentato da una intensa attività cerebrale, che non riesce a “staccare” mai…

    Discorsi difficili… insomma, come si fa a comparare il lavoro di un medico con quello di chi raccoglie pomodori, quello di uno scrittore con quello di una show girl, o di un calciatore? Già, tocchiamolo, questo tasto dolente. In tutto il mondo, ma specialmente nel nostro paese, personaggi del mondo dello spettacolo o dello sport che sono riusciti a raggiungere il successo guadagnano spesso cifre astronomiche, spropositate, al confronto delle persone che svolgono lavori “comuni”. E questo viene visto come abbastanza normale, anche se indubbiamente suscita invidia… Vogliamo parlare degli imprenditori di successo? Che, se riescono a far decollare il loro business, si trasformano quasi in personaggi da fumetto, alla Paperon de’ Paperoni? Non mi dilungo, gli esempi sono quotidianamente sotto gli occhi di tutti… Ma, si dice, hanno lavorato tanto per sfondare, se lo meritano, poveretti…

    Bene, siamo pronti per parlare di lavoro artistico. Che cosa sia l’arte, quella vera, è discorso troppo lungo per permetterci di affrontarlo qui. Ma almeno, saremo tutti d’accordo sul fatto che l’arte sia qualcosa di unico, di prezioso, che non è dono di tutti, e che richiede sacrificio e dedizione. In certi campi artistici questo è più vero che mai. Lasciamo perdere il caso di persone che di “artista” rivendicano solo il nome, e hanno raggiunto il successo “artistico” fortunosamente o per caso.

    Parliamo, invece, di artisti veri. Parliamo, per tornare al nostro argomento, di musicisti veri. Per apprendere seriamente uno strumento, al livello che consenta di lavorare esibendosi in pubblico, o di insegnarlo con successo a degli allievi, sono necessari anni di studio… dieci sono davvero il minimo. E si tratta di anni affiancati dal corso di studi normali delle altre persone, quelle che non studiano musica. Insomma, le almeno sei, sette ore quotidiane di studio e di applicazione necessarie per imparare davvero il mestiere del musicista sono in più rispetto alle ore da dedicare allo studio normale, al Liceo o all’università. Perché, oltre tutto, si tratta di investire enormemente il proprio tempo e i propri sforzi su qualcosa che non dà nessuna garanzia di poter diventare la propria fonte di reddito in futuro, come avviene invece per le altre professioni. Quindi i musicisti, primo perché lavorano nella cultura (e questa è una loro necessità vitale), ma anche perché vi sono anche obbligati dalle attuali leggi per ottenere un Diploma musicale, studiano anche altre cose.

    Ma non finisce qui. In tutti i lavori è necessario continuare a studiare e ad aggiornarsi (su strumenti e partiture molto costosi, oltretutto), se si vuole rimanere “sul mercato”.
    Ma in certi lavori e professioni questo vale di più che in certe altre. L’atleta che non si allena tutti i giorni, che non sta a dieta, che non cura il suo corpo, non vincerà mai una gara e non troverà più un ingaggio. Il musicista che non studia il suo strumento tutti i giorni, che non si aggiorna, perderà prestissimo la sua destrezza manuale, e non potrà più esibirsi in pubblico. Il docente di musica che non studia, non impara pezzi nuovi, non prepara le lezioni accuratamente, non ascolta moltissima musica, non legge saggi e libri, non fa analisi delle partiture, non va ai concerti, non segue l’evoluzione musicale del suo tempo, non è egli stesso concertista militante, non potrà mai essere un buon docente. Non potrà mai impugnare seriamente un archetto di violino e mostrare dal vivo al suo allievo come eseguire un pezzo, superare un passaggio difficile, consigliarlo per la sua carriera in un mondo che non conosce direttamente, regalargli preziose dritte tecniche che provengono solo da anni di esperienza diretta, e si possono imparare solo da un virtuoso dello strumento.

    Dunque? Dunque pensate a quanto lavoro ha di fronte un Docente serio di Conservatorio. Almeno cinque, sei ore al giorno di studio personale, di aggiornamento. Poi le lezioni, naturalmente (che spesso superano, e di parecchio, il monte ore “ufficiale”). Poi ci sono le riunioni, le commissioni, gli esami, i collegi docenti, i programmi da scrivere, i nuovi corsi da preparare per seguire la riforma. Studio, studio e ancora studio. E infine i propri concerti da preparare. Indispensabili, se si vuole rimanere veri musicisti. Prove, prove, e ancora prove…

    Pensiamo anche a quanti anni di precariato e disoccupazione ha alle spalle, lo stesso Docente, prima di poter accedere al tanto sospirato posto di ruolo. Questi sacrifici non contano nulla? Conosco gente che per anni ha viaggiato due volte alla settimana da Milano a Vibo Valenza, prima di conquistare un posto in un Conservatorio a sole tre, quattro ore di viaggio da casa. Tutto questo pendolarismo non è lavoro? Non è tempo della propria vita che viene investito? guardate, di sicuro questa professione non è affatto un giardino delle delizie, né per la retribuzione, né per la sicurezza, né per le soddisfazioni morali e sociali… indubbiamente lo è, invece, per le soddisfazioni artistiche, per il piacere che dà vivere in mezzo alla grande musica. E questa è la vera ragione per cui i veri musicisti accettano qualunque sacrificio pur di fare i musicisti e non abbandonare la loro arte.

    E ancora… vogliamo parlare di responsabilità del lavoro? Avete mai provato ad assitere alle lezioni di un bravo docente, ad una master class, ad esempio? Ma sapete che impegno nervoso – di ascolto, di pazienza, di ingegno per cercare di trasmettere le proprie nozioni – richiede questo? Specialmente se l’allievo non è molto dotato di suo? Come si fa a trasmettere la musicalità e la scintilla dell’arte? Anzi, è possibile farlo? Forse no, non si può trasmettere il talento. Eppure tanti Docenti di Conservatorio ci provano, ci provano tutti i giorni. E se sbagliano, i danni sugli allievi sono sempre grandi. Possono essere incoraggiati a proseguire sul cammino della musica allievi non dotati, che poi non riusciranno mai a fare i musicisti di professione (e questo è un danno); oppure possono essere scoraggiati o distrutti veri, grandi talenti, di cui non si sono capite per tempo le potenzialità e i punti di forza e di debolezza sui cui intervenire (e questo è ancora più grave…)

    Adesso parliamo degli stipendi di questi Docenti. Pensate che percepiscano chissà quali favolose retribuzioni? Sbagliato. Per vivere sono costretti a fare altri lavori, se vogliono mantenere dignitosamente una famiglia. E spesso, l’unico lavoro possibile sono le lezioni private. Spesso anche necessarie ai loro allievi, magari alla vigilia di un esame impegnativo. Naturalmente, in questo caso, esiste incompatibilità. Ossia, se proprio danno lezione privata ai propri allievi, non dovrebbero farsi pagare. E così è davvero, posso certificarlo per centinaia di casi di cui ho conoscenza diretta e personale.
    Ed eventuali eccezioni, perdonate, non possono certo costituire la regola o il pretesto per sparare su una intera categoria!

    Bene, mi dispiace per quanto scrive a proposito della propria esperienza personale il nostro amico Giorgio, padre di due allieve che studiano in Conservatorio. Posso affermare l’esatto contrario: ho un figlio che sta ultimando gli studi in Conservatorio, ha già conseguito tre diplomi decennali, sta per prendere altri diplomi, tutti impegnativi… Ebbene: in tanti anni, non ho mai speso una lira per una lezione privata! L’insegnamento dei suoi docenti è sempre stato più che sufficiente.

    Perché, signori, non dimentichiamolo mai: la musica non si può insegnare, si deve imparare! Cosa voglio dire? Soltanto che io posso mostrare ad un allievo come si esegue un pezzo, ma poi è l’allievo che si deve mettere allo strumento e passarci sopra ore e ore, tutti i giorni, combattendo con i passaggi difficili che non gli vengono, fino a raggiungere la perfezione. Nessuno lo può fare al posto suo…

    La prossima volta che incontrate un docente di musica, per favore, pensate a queste cose… La musica e l’arte del nostro paese ve ne saranno riconoscenti…

    Ines Angelino
    Fondatore di ClassicaViva

    Topics: MUSIC, Your personal considerations | 12 Comments »

    12 Responses to “Arte e qualità dell’insegnamento musicale”

    1. Claudia Scroccaro Says:
      gennaio 8th, 2009 at 11:49

      Carissima Ines… sante parole le tue! Non ho mai insegnato al conservatorio ma per tre anni sono stata insegnante di pianoforte e solfeggio presso una scuola di musica. E mi rendo perfettamente conto di cosa voglia dire mettersi d’impegno e portare avanto un lavoro talmente delicato nella formazione artistica di un individuo…. ma ahimè appartengo alla categoria dei privatisti… quindi enormi spese da affrontare…soprattutto se insieme si portano avanti più cosi di studio: composizione, pianoforte, direzione d’orchestra…
      Però, nonostante le migliaia di euro spese in questi anni, non ho mai avuto la percezione che fossero soldi mal spesi! Per cui caro Giorgio… in un momento storico in cui il precariato incombe sulle teste di tutti…non ti nego che sarebbe il sogno della vita di parecchi musicisti ottenere una cattedra al conservatorio e insegnare i soli due giorni a settimana! Ma bisogna distinguere chi lo fa ESCLUSIVAMENTE per quello da chi ci mette impegno e devozione. Nel secondo caso… per me sarebbero anche sotto-pagati!

      Un saluto a tutti i docenti devoti!

    2. Roberto Illiano Says:
      gennaio 8th, 2009 at 13:13

      Sono assolutamente d’accordo che la responsabilità di un insegnante di conservatorio è molto alta, Proprio per questo motivo il reclutamento nei Conservatori dovrebbe essere ’sotto processo’ esattamente come quello delle Università. Se in queste ultime, infatti, il sistema dei baronati ha regnato da sempre, nei conservatori la cosa non è molto diversa. Ci sono concertisti che non riescono a entrare a insegnare nei conservatori e professori di storia della musica e lettura della partitura che insegnano pur avendo un curriculum vitae praticamente privo di pubblicazioni.
      Fare meno ore è giusto perché i docenti di coservatorio devono esercitarsi? Sì, magari……

    3. Claudia Scroccaro Says:
      gennaio 9th, 2009 at 11:43

      Caro Roberto purtroppo qui parliamo di un problema che sta alla radice della cultura italica… quella del baronato! Ahimè sappiamo bene che la meritocrazia non sembra essere un criterio di giudizio.
      QUello che però ognuno di noi può fare è portare avanti il proprio lavoro con responsabilità e cognizione di causa… i nodi tanto vengono al pettine! Mi è capitato da giovanissima di imbattermi in individui appartenenti alla classe educativa che hanno parassitariamente sfruttato le mie ricerche, facendo leva soprattutto sul mio (Tutt’ora) alto grado di ingenuità e buona fede. Ora questi individui sono riusciti ad arrivare al livello più alto della carica educativa: ricercatori…. Dico solo questo: grazie al cielo parliamo di musica… e non di vite umane!

    4. Federico Preziosi Says:
      gennaio 9th, 2009 at 16:18

      Oltre ai problemi di baronato, giustamente citati, io vorrei porre l’accento su uno Stato che non si cura minimamente di certe forme artistiche, nè dal punto di vista pedagogico, nè dal punto di vista culturale, nè dal punto di vista pratico. Insomma, vivendo nella convinzione errata che la musica (nel senso alto del termine) non produca grossi effetti per la nostra economia, si tende a trascurarla, a farne un fenomeno d’èlite, incomprensibile, roba per cervelloni, sognatori, romanticoni e qualsiasi altra categoria che non sia quella del cittadino comune.
      Io comincerei, a questo punto, pormi qualche interrogativo:

      1) Perchè se ne sa così poco di musica?
      2) Perchè non si investe?
      3) Perchè la bravura deve essere sempre misurata col metro del successo?

      Queste le riposte che mi sono dato.
      1. La musica è totalmente sconosciuta per ragioni culturali di questo Paese: l’Italia ha perso il senso della propria storia (salvo qualche eccezione), non ha valori e vive di beni labili. Non è un caso se le riforme della Pubblica (d)Istruzione degli ultimi anni hanno sottratto sempre più investimenti destinati all’ educazione.
      2. I mancati investimenti derivano da un’altra idea errata secondo cui la musica non porti molti profitti. Certo, vivendo in una società dove la musica è merce, al pari di una lattina di Coca Cola, l’idea non presenterebbe aluna incongruneza: se per la musica e per i musicisti non c’è mercato con chi dovremmo prendercela?
      In realtà il problema è assai più complesso: se non si investe in cultura non si può avere una risposta culturale in grado di risolvere la situazione. Qui occorre un popolo e uno Stato consapevoli! Si educhino i bambini ad ascoltare la musica precocemente, si faccia leva sulla sensibilità, si incoraggino certe doti. Un giorno quei bambini saranno adulti ed avranno uno spirito diverso, giudicheranno in maniera consapevole un prodotto artistico e di questo ne beneficerebbe anche il mercato discografico, concertistico, ecc. Non solo ci sarebbero più musicisti, ma anche più fruitori, vi sembra uno scherzo? La qualità prima o poi ti premia. E se lo Stato è sordo, non capisco perchè istituzioni come la Chiesa non abbiano mai pensato ad offrire una certa formazione-educazione seppur parziale… Farebbe soldi a palate.
      3. Un artista per raggiungere il novero dei grandi deve raggiungere il successo, un successo che al giorno d’oggi puoi procurarti con qualche gossip, un paio di buone conoscenze, ecc.
      Gli esempi potrebbero essere infiniti, la machina del mercato escogita migliaia di diavolerie per vendere, si impossessa anche degli ambienti d’èlite che un tempo producevano alta cultura e ne fa tabula rasa. E allora w gli “accattoni del web” che scaricano musica, perchè questi sono il prodotto della cultura affarista dominante. Magari, anche per sbaglio, si troveranno ad ascoltare qualche sinfonia del “mitico Ludovico Van”!

      In definitiva, non sparate a zero su insegnanti e addetti ai lavori: essi soffrono le assurdità di un sistema sfruttatore, ingordo, ingrato e balordo. Tutti in questo Paese dovremmo fare un esame di coscienza e riflettere su quanto ognuno di noi fa per migliorare le cose. La risposta è generale tanto quanto la nostra società generalista: NIENTE.

    5. Roberto Illiano Says:
      gennaio 9th, 2009 at 18:34

      Caro Federico,

      capisco benissimo quello che dici… ma vorrei riportare il discorso sul tema del post. I problemi dell’istruzione in Italia sono molteplici e il discorso effettivamente viene da lontano per il nostro paese.
      Ma qui si parlava della qualità dell’insegnamento musicale nei conservatori e sulle ore di insegnamento negli stessi.
      Nessuno vuole sparare a zero sugli insegnanti. Mia sorella è un’insegnante e conosco bene le sue difficoltà; ho amici che insegnano nei conservatori e conosco anche le loro.

      Credo che nel post della Angelino ci sia però un errore di fondo. Chi sceglie di fare l’insegnante non è una persona che per enorme altruismo si immola sul sacro altare dell’arte. Tralasciando quei pochi che posseggono la passione per l’insegnamento, la maggior parte delle persone che conosco lo fanno per assicurarsi il così detto posto fisso. Cosa per altro legittima…

      Chiarito questo punto, direi che parlare dei Conservatori italiani come di isole felici dove i docenti, quando non insegnano, si esercitano ore e ore è pura fantascienza. [salvo chi fa ancora il musicista per mestiere...]
      Così è fantascienza pensare a conservatori dove sono reclutati tutti musicisti di livello. Per esperienza ognuno di noi sa che la media degli insegnanti di livello nei conservatori italiani è bassa.

      Da quando c’è stata la riforma dei conservatori le cose sono pure peggiorate. I conservatori, infatti, hanno graduatorie ormai quasi ‘private’ che si aprono e si chiudono annualmente, dove i direttori fanno il bello e cattivo tempo. E un caos tutto italiano.

      Ogni anno vedo amici che provano per curiosità a entrare nelle graduatorie di storia della musica di qualche istituto e si ritrovano in quarta o quinta posizione dietro persone che non hanno al loro attivo neppure una pubblicazione seria…. ma magari qualche programma di sala o titoli artistici accuratamente inventati.

      Beh direi che prima di pensare a cambiare il sistema… forse una riformina seria anche sul reclutamente degli insegnanti ci vorrebbe. No?

    6. Federico Preziosi Says:
      gennaio 9th, 2009 at 23:20

      beh cambiamo il sistema e la riformina verrà da sè :P

    7. Claudia Scroccaro Says:
      gennaio 11th, 2009 at 10:54

      Grande Federico…la tua anima infervorata e riformatrice mi piace… spero un giorno di vederti tra le teste di un team per una riforma seria e innovativa nell’istruzione musicale!

      Se non vado errato, però, un concorso per la graduatoria nazionale non esce dagli anni ‘80…il che vuol dire che:
      1) le graduatorie nazionali sono per la maggior parte esaurite
      2) i criteri vengono decisi dalla commissione INTERNA al conservatorio favorendo nella maggior parte dei casi un baronaggio a tutto spiano
      3) come al solito non si fa niente per ovviare a questa situazione perchè fa comodo così allo stato
      4) l’unica cosa che sono riusciti a fare è stata una riforma dei programmi ASSAI peggiorativa!! (nonostante il principio alla base fosse assai promettente)
      5) come al solito quando e se verrà mai effettuata una riforma verrà pensata dall’alto verso il basso… facendo sgretolare oncor di più le già provate e pericolanti basi dell’istruzione musicale.

      Per cui… spero vivamente che il mio pessimismo venga demolito da una risposta concreta!

      Claudia

    8. Roberto Illiano Says:
      gennaio 11th, 2009 at 11:39

      Cara Claudia,
      purtroppo è esattamente così. Io mi ricordo del concorso dei conservatori. Era uscito prima che mi laureassio (io mi sono laureato nel ‘93…. quindi sicuramente alla fine degli anni ‘80). Mi ricordo che è stato un concorso pienissimo di ricorsi, con concertisti affermati che non sono stati resi idonei. Ora le graduatorie sono a completa discrezione dei direttori di conservatorio. È una situazione assurda e non se ne esce. La riforma è stata fatta solo per assicurare una equivalenza fra i titoli universitari e quelli di conservatorio… e da lì è andata peggiorando la cosa. Ora è una vera giungla… e nessuno ci mette il naso dentro.

    9. Rosy Says:
      gennaio 13th, 2009 at 17:38

      …non ci posso credere! L’antispam “mangiacommenti” ha colpito ancora! Riguardo l’articolo sopra, sono spariti alcuni post piuttosto interessanti, mi sembra di ricordare che fossero di Claudia J. Scroccaro, come prima replica all’articolo, poi un commento di Federico Preziosi, ed un altro commento di Robero Illiano..che peccato!

      Rosy

    10. Rosy Says:
      gennaio 13th, 2009 at 17:57

      ..scusatemi con questo fuori tema, ma mi sono accorta che e` stato cancellato anche il lungo commento di Federico Preziosi su “Nazi’s Wagner”!

      Rosy

    11. Federico Preziosi Says:
      gennaio 14th, 2009 at 22:44

      qualcuno trama alle nostre spalle :P

    12. Rosy Says:
      gennaio 15th, 2009 at 00:15

      …oh! ???

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