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    Il Tempo è Denaro?!

    By Redazione Musica | dicembre 10, 2009

    Mai fidarsi troppo di chi pensa che il tempo sia denaro*

    Da bambino ancora molto piccolo la musica mi dava sensazioni violente, come sicuramente sarà successo a molti altri. Dal vero e proprio terrore (un brano intitolato Pepitas de oro provocava le fughe sul terrazzino, anche in pieno inverno, per uscire dal raggio d’azione della radio) a veri e propri rapimenti estatici (come quando sentivo un altro brano intitolato Rapsodia svedese, e che in seguito avrei giudicato elementare e innocuo almeno quanto il terrificante brano precedente). Ho conosciuto il nome di Nino Rota quando avevo appena imparato a leggere, per il semplice fatto di aver voluto aspettare i titoli di coda di un film di moschettieri nel quale c’era una di queste straordinarie musiche. Poco più tardi, nei primissimi tempi della televisione, ho imparato da autodidatta ad usare i cataloghi della biblioteca pubblica per tentare di scoprire il titolo di un brano musicale che accompagnava la pubblicità di un detersivo (questa volta avevo anche qualche ragione oggettiva, trattandosi, come sono venuto a sapere non dalle mie improduttive ricerche di biblioteca ma da mia madre che mi sentiva pasticciare il pezzo con un dito al pianoforte, del finale Alla turca della Sonata in La di Mozart. Chi comincia ad avere, come me, una rispettabile età, può darsi che ricordi anche di quale detersivo si trattava).

    Racconto tutto questo non per autocompiacimento narrativo, ma per svolgere un’osservazione sull’uso della musica nella pubblicità e in genere nel mondo del consumo. Di primo acchito quest’uso, credo, dovrebbe renderci ottimisti. Mentre infatti la presenza, poniamo, di un numeroso pubblico a una serata di musica classica ci rinfranca sempre un po’ e ci rende più sereni e meno catastrofisti rispetto al conclamato impoverimento culturale dei nostri giorni, resta pur vero che non è mai del tutto chiaro se quelle presenze siano motivate da una vera passione musicale o da fattori diversi, come l’accompagnare qualcuno che ha lui quella passione, oppure il passare una serata fuori di casa purchessia, o l’aver ceduto ai consigli pedagogici di insegnanti o genitori genericamente preoccupati della formazione di allievi e figli, senza che il vero contenuto musicale della serata sia poi stato percepito da molti (ricordo un allievo che veniva mandato a lezione di piano da mia madre, ma con la raccomandazione di non oltrepassare l’orario, poiché subito dopo il ragazzo aveva un’altra lezione, stavolta di karate). Nel caso dell’uso della musica nella pubblicità, invece, nessun sospetto è possibile intorno alla sua riconosciuta efficacia emotiva: lì si lavora infatti sui dati della psicologia sperimentale, e non si spende mai un soldo più di quanto si creda necessario al massimo rendimento dell’occulta operazione di condizionamento alla scelta del prodotto. Se quindi la musica è massicciamente adoperata, possiamo essere sicuri che sono proprio gli indici di mercato a suggerire la funzione coinvolgente della musica e dunque il suo positivo utilizzo a fini persuasivi. Qui ci assiste persino Platone, che, come si ricorderà, escludeva dalla sua Repubblica perfetta l’arte in generale e la musica in particolare, ritenendo che la sua carica emotiva, potendo essere volta a fini non necessariamente coordinabili al bene comune, costituiva un formidabile potenziale eversivo.

    Perché allora non abituarsi all’idea che l’uso pubblicitario dell’arte – proprio quell’uso strumentale che Platone temeva più di due millenni prima dell’invenzione del messaggio pubblicitario – non sia in fondo qualcosa di positivo, che, al di là delle sue stesse finalità dichiarate e consapevoli, contribuisce alla presenza dell’arte nella società umana? C’è chi lo pensa, e un mio amico, forse un po’ snob, amava dire, in controtendenza con l’indignazione di chi protestava contro l’uso televisivo di interrompere i programmi con inserti pubblicitari, che lui seguiva i programmi solo aspettando queste interruzioni, poiché – lui argomentava – solo allora si sospendeva la trita banalità e si poteva vedere un po’ di creatività autentica. Forse allora, viene da pensare, bisognerebbe infine rinunciare ad essere così intransigenti da rasentare il fanatismo passatista, e conciliarsi con l’idea moderna e globalizzatrice che nello scambio universale delle merci si realizzi un’autentica civiltà complessa che, lasciandosi alle spalle ogni astratta illusione di isolato valore in sé, riconosca infine che nulla e poi nulla possa far astrazione dal concreto tessuto degli interessi economici, unico vero medium di ogni cosa, cultura inclusa.

    Perché quindi, dicevamo, non conciliarsi con questa tesi così interessante e a suo modo anticonformista, e non smettere di fare i cerberi che disdegnano la reale configurazione del mondo rivendicando ciò che dovrebbe essere e non è? C’è, credo, un motivo non banale, che ritengo si possa capire notando un piccolo particolare. Si tratta di uno di quei particolari in se stessi minimi e irrilevanti ma che, come in certi passaggi della narrativa kafkiana, diventano la spia di un mondo alieno che in maniera imprevista si rivela sotto la superficie delle apparenze. Sto parlando del fatto che, come non credo di aver notato solo io, negli inserti pubblicitari vige la pratica di tagliare le battute dei brani musicali. Generalmente non si tratta di pezzi classici, ma di semplici canzonette o comunque di musiche molto conosciute che sono state giudicate efficaci a sostenere le sequela delle immagini e delle figure retoriche. Sono solo musichette da poco, e non si vede – si obietterà – perché gridare allo scandalo, ma il fatto è che queste musichette, invece di scandire le canoniche otto battute dei ritornelli, spesso saltano a sorpresa la penultima battuta e diventano sette. Il motivo? Nessuno lo ha detto, ma è semplice capirlo: la pubblicità, soprattutto quando destinata ad essere inserita in programmi di massimo ascolto, costa un capitale, e ciò nonostante c’è un’evidente gara ad occupare quei posti. E’ quindi normale contare rigorosamente i secondi di durata dello spot e non sgarrare. Così, quando il ritornello evidentemente non può essere completato, ecco che si taglia e lo si conclude saltando qualcosa. Dal punto di vista estetico è come se una graziosa velina rivelasse un sorriso sdentato, ma nel caso della musica ci si fida evidentemente del fatto che la gente non se ne accorga, o comunque non dia alla cosa alcuna importanza.

    E allora? Non sarà che io cominci ad inclinare alla paranoia? Niente può essere escluso. E tuttavia resto convinto che il viaggiatore il quale, passando in treno per la stazione poniamo di Ravenna, vedesse scritto su tutte le insegne ferroviarie Ravena (qualcosa di simile accadeva in una vecchia storia di Crepax) dovrebbe avere un brivido di orrore, rendendosi conto di trovarsi in un mondo parallelo che soltanto sembra questo mondo, ma in verità non lo è. Ecco perché, come dice il titolo di questo breve scritto, sembra opportuno non fidarsi di chi fa equivalere il tempo semplicemente a denaro. Se lo si fa, si rischiano sorprese inquietanti.

    Antonino Postorino

    * Il Rigo Musicale, Anno V, gennaio 2008

    Topics: LITERATURE, MUSIC, Music and Philosophy, Philosophy | No Comments »

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