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    Bach, la fantascienza, i modelli euristici e l’oscar per la modernità…

    By Redazione Musica | gennaio 12, 2010

    Bach, la fantascienza, i modelli euristici e l’oscar per la modernità*

    Un paio d’anni fa, dovendo trattare sulle colonne del Rigo musicale il tema della musica di Strauss, ho fatto ricorso alla scelta estetica del regista Stanley Kubrick di commentare l’ipnotica sequenza iniziale del film 2001: Odissea dello spazio col supporto musicale di un valzer di Strauss. Dicevo allora che l’intuizione era assolutamente geniale, poiché il film doveva trascinare nella fascinazione di un’intelligenza astratta e disincarnata, così che le armonie siderali trovavano nell’eleganza di quel valzer un elemento primordiale che era conato gioioso all’esistenza oggettiva, e restava infinitamente lontano delle vicende tortuose della soggettività umana.

    Per questo – dicevo anche – non sarebbe risultato più adeguato né un corale di Bach, nel quale l’armonia cosmica è filtrata da una spiritualità pregna della vivente intuizione del divino, né un brano atonale dodecafonico, nel quale l’accento sarebbe passato su una spiritualità negata e lacerata, ma lasciando in entrambi i casi inespressa quella pura e impalpabile gioia oggettiva dell’essere elementare.

    Credo anche ora che questo sia più o meno vero. Tuttavia mi è capitato di rivedere in televisione quel Solaris di Andrej Tarkovskij che al tempo del film di Kubrick era noto come la risposta della fantascienza russa – dunque della cultura che allora si proponeva come alternativa a quella dell’Occidente – appunto a quel film e alla concezione dell’esistenza ad esso sottesa.

    Mentre il film di Kubrick prendeva avvio dalle origini del mondo e raccontava l’avventura dell’intelligenza affascinata dal misterioso monolite che già attraeva e spaventava gli uomini-scimmia e che ancora dominava il futuro indeterminato nel quale il protagonista, perso il controllo della navicella, si trovava proiettato, il film di Tarkovskij immaginava che in una delle tante spedizioni spaziali si fosse scoperto l’oceano vivente denominato Solaris, il quale aveva l’altrettanto misterioso potere di entrare in contatto con chi gli si avvicinava ricostruendo materialmente le immagini della sua memoria e facendone per così dire omaggio all’ospite. Si determinava così la presenza inquietante di doppioni di persone reali anche già morte, com’è il caso della moglie del protagonista, e per lo spettatore sorgeva il senso struggente della pietas per la sofferenza di queste persone riprodotte, la cui coscienza era piena di tutti i sentimenti degli originali, ma anche faceva loro avvertire la propria inautenticità, facendole sentire diverse, e come tali più o meno inconsciamente rifiutate.

    Entrare in questo groviglio filosofico non è cosa che possa essere qui tentata, ma neanche volevo farlo, limitandomi ad una riflessione sui commenti musicali. Via via che il protagonista, restando sulla stazione spaziale prossima a Solaris, entra come gli altri in una relazione più stretta con questa entità che in fondo cerca di essere benefica, si vede restituire da lei, tramite la sua stessa memoria, la realtà più profonda della sua vita, che si traduce nell’immagine finale del ritorno alla casa del padre, vicino a una palude piena di muffe, muschi, nebbie e rugiada. Ebbene, in tutte le sequenze della memoria che come fili di una ragnatela finiscono per tessere la rete del senso, il commento musicale, sovrapposto a immagini della grande pittura fiamminga, è il corale di Bach Ich ruf’ zu dir, Herr Jesu Christ – ciò che ha sicuramente accresciuto la mia emozione nel rivedere quel vecchio film.

    Allora: perché in un caso Strauss e nell’altro Bach? Il fatto è che i due film erano effettivamente, in un certo senso, dei manifesti culturali contrapposti (anche se Tarkovskij c’entrava ben poco con l’effettiva realtà sovietica, e l’antitesi era dovuta probabilmente solo alla sensibilità del regista, simmetrica rispetto a quella di Kubrick). Per il primo modello l’intelligenza è asciutta e astratta, ed ha a che vedere con gli enti disincarnati della scienza sperimentale. Per il secondo l’intelligenza è umida e concreta, ed ha a che vedere con la sapienza del mondo della vita (cioè quel Lebenswelt il cui recupero, secondo l’analisi del filosofo Edmund Husserl, costituisce l’unica possibilità della rinascita dell’Occidente e l’unica alternativa al suo declino). Ebbene, per questa sapienza non c’è che Bach e la sua profondità abissale, raggiunta con un raziocinio musicale rigoroso eppure sempre flessibile, arrotondato, particolare, sempre miracolosamente adattato ai casi singoli e sempre incredibilmente perfetto per ciascuno di essi.

    Potremmo chiudere qui e accontentarci di questa antitesi culturale, ma sarebbe ancora uno stereotipo che non rende ragione né alla complessità del reale né a Bach. I termini di questa antitesi, che ormai è molto nota (lo dico anche per esperienza diretta: è uno degli argomenti più comuni nelle tesine d’esame degli studenti liceali), sono da un lato la concezione informata dalla scienza sperimentale col suo corollario tecnologico, dall’altro la critica di questa concezione che, in qualche modo secondo l’istanza filosofica prima detta, cerca di portare l’attenzione della cultura sul mondo della vita (d’altronde con poco successo, dato che ogni scommessa dei poteri mondiali va comprensibilmente in direzione del primo termine, così che le suddette tesine d’esame si inscrivono in genere nel registro dell’utopia).

    Ebbene, la novità rispetto a questo quadro stereotipato è che la scienza naturale, cioè quella stessa scienza che gode dei favori di tutte le centrali del potere, in parallelo con la crescente consapevolezza conseguente la cosiddetta teoria della complessità, comincia ad accorgersi che non riesce più a perseguire i propri fini con modelli euristici pensati sulla base del semplice geometrismo meccanicistico cartesiano: sempre più infatti risulta chiaro che il tutto è più della somma delle parti, e che la natura, perfino nella sua trama più profonda, è dominata da forme trasversali d’insieme dotate di proprietà irriducibili agli elementi del sistema. Al di là di ogni aspettativa, la scienza più avanzata deve escogitare modelli euristici nei quali si tenta di piegare la stessa matematica all’espressione del qualitativo, dell’analogico e persino dell’antinomico, ossia alla struttura stessa della vita. Così, ancora al di là di ogni aspettativa (ma qui neanche poi tanto), Bach si rivela più moderno dei moderni, e molto più addentro alle pieghe profonde dell’essere di quanto non fosse la scorribanda policroma con cui si concludeva il film di Kubrick iniziato con l’eleganza ineffabile dei valzer di Strauss.

    Antonino Postorino

    * Il Rigo Musicale, Anno V, settembre 2008

    Topics: LITERATURE, MUSIC, Music and Philosophy, Philosophy | No Comments »

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